/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

mercoledì 31 ottobre 2012

Parma che non c’è più: Ginginélo

MA CHI ERA GINGINÉLO?
Un lettore ci ha chiesto di rispolverare un nome del passato che, spesso attraverso le fiorite espressioni del nostro “Miclòt” torna d’attualità: Ginginélo - Lo accontentiamo volentieri

Vetturini di una volta
Un lettore ci ha scritto chiedendo notizie del "ronzino" Ginginélo e del suo proprietario, un personaggio del passato che, a sua memoria, raccoglieva il “rudo” con il suo carretto per tutta Parma per andarlo poi a scaricare in Taro, in prossimità di Eia. Pensiamo che abbia fatto un pochettino di confusione. In realtà Ginginélo è esistito, e i nostri vecchi lo ricordano bene, o per memoria diretta o per tradizione familiare. Ma non era un cavallo. Era un uomo in carne ed ossa, che con i cavalli aveva a che fare. Era, infatti, un vetturino. E, come scrisse Giuseppe Balestrazzi nel suo bel libro “Vecchia Parma cara al cuore”, i suoi cavalli erano i più celebri di Parma. “Una celebrità”, scrisse Balestrazzi “dovuta allo stato decrepito e scalcinato che caratterizzava tanto le bestie che la vettura da loro trascinata, definira “carrozza” dal legittimo proprietadio e vetturino in un attimo di incompreso entusiasmo. I poveri quadrupedi, forniti dal macello, perdevano quel po’ di carne che ancora restava loro dopo qualche tempo dall’acquisto, e grazie all’energica cura dimagrante cui erano sottoposti si trasformavano in allucinanti scheletri ambulanti, che formavano un grottesco contrasto con gli abituali passeggeri, tenutarie e “pensionanti” di case chiuse. La beniamina di Ginginélo era Gisella, una cavalla saura fornita di un’immensa testa ciondolante in cima a un collo lungo e rinsecchito, pronta a crollare a terra di schianto (non si sa se per il sonno troppo duro o per mal caduco) quando la “carrozza” rimaneva troppo a lungo ferma”. Crediamo, dunque, di aver rimesso le cose a posto. Ginginélo non era un cavallo, ma un vetturino e non raccoglieva “rudo”. “Mo cój so cavaj”, ricorda il nostro Albertone Michelotti “al s’ farmäva in tutt j ostarii a bévor un scudlén ‘d lambrussch...”.  Per quanto riguarda l'omino del rudo, potrebbe trattarsi (ci è venuto in aiuto l'amico Enrico Maletti) di Enrico Aiolfi (nato il 21 marzo 1897 e scomparso il 12 giugno 1966), che fu un centravamnti del Fidenza e del Parma, ma ebbe anche in appalto il servizo pubblico della nettezza urbana. Per questo lo chiamavano "Al néto". Non sappiamo se era lui, o un suo dipendente, ad andare in giro con il carretto trainato da un cavallo. Noi, a quel tempo, non c'eravamo... (a.m.)
Com'era una volta la raccolta dei rifiuti

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