/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

martedì 7 febbraio 2012

La nuova puntata di "Su il sipario"

IN UN WEEKEND A VIENNA
CONSIDERAZIONI
SUL PUBBLICO DELLE OPERE
Paolo  Zoppi dedica la puntata di oggi alla recente trasferta a Vienna, dove ha assistito alla storica Staatsoper ad "Andrea Chenier" e "Faust" di Gounod - Questa esperienza gli ha dato lo spunto per un ragionamento sui diversi modi di intendere uno spettacolo lirico

Quella di oggi è una puntata un po' atipica di "Su il sipario", la bella rubrica di Paolo Zoppi. Questa volta infatti il nostro critico musicale, che ha trascorso il weekend a Vienna dove ha assistito, alla Staatsoper, ad Andrea Chenier di Giordano e al Faust di Gounod, non si limita a proporre ai lettori le sue recensioni, ma fa di più. Il weekend musicale a Vienna, infatti, gli ha dato lo spunto per trattare un argomento molto interessante: il diverso modo con cui gli appassionati delle opere intendono gli spettacoli lirici. In Italia, infatti, il pubblico intende l'opera come esibizione vocale, quindi si limita a un giudizio su cantanti, orchestra e coro. Nel resto del mondo invece  il pubblico è soprattutto interessato allo spettacolo in sé. Il tema è interessante: vale la pena di leggere l'intera puntata della rubrica di Zoppi. Buona lettura.
(Nella foto: L'interno della Staatsoper di Vienna e nel riquadro Paolo Zoppi) 
LEGGETE IL N.111 di SU IL SIPARIO 

3 commenti:

GIULIA GRISI ha detto...

Caro signor Zoppi,
la leggo qui sopra e la sento nelle interviste televisive durante le dirette da Parma.
Il suo punto di vista, non di certo nuovo, circa il modo italiano e/o parmigiano di andare all'opera rispetto al resto del mondo, mi lascia alquanto perplessa. Lei si è profuso in elogi televisivi a quella disgraziata Aida, ad esempio, che poi i loggionisti suoi concittadini hanno buato con forza, rimanendo....beh, col guinzaglio vuoto e senza cane dentro, in pubblico. Non è saccenza rifiutare spettacoli come quelli, che si canti tanto male, bensì amore per l'opera, il canto, e rispetto per se stessi quale pubblico pagante. E' rifiutare quel modo di pensare lo spettacolo lirico e non accettare di essere buggerati. Il cantante d'opera sceglie una professione di altissima dedizione, è l'artigiano di se stesso, non fa il commesso in un negozio, e percepisce da sempre, al di là della crisi di oggi, guadagni superiori a quelli di un normale lavoratore-professionista. Ed al professionismo è tenuto, se vuol dirsi cantante. Come pure alla disciplina che c'è dietro questo mestiere. Se non accetta che un violinista stoni o gratti sulle corde, che un ballerino sia zoppo o che un attore tartagli, perchè accetta che un cantante urli, sbraiti, stoni, emetta suoni orribili come Kaufmann? Lei parla come se gli italiani andassero cercando il pelo nell'uovo, ma in quell'Aida si trattava della gallina tutta intera, non di sottigliezze. Che cosa ci si può godere in un cast dove si urla, si stona, si balla, si latra in quel modo e si umilia Verdi con un 'orchestra indecorosa nei tempi e nel senso drammaturgico voluto dall'autore? Andiamo a teatro per vedere l'opera lirica, non la Corrida, il circo, Piccoli fan....parliamo di cultura, e chiediamo denari a fondo perduto che uno stato solo per un 'attività culturale può donare, ma poi ci si comporta nell'allestire la lirica come se fosse una qualunque attività ricreativa, lo spettacolo che è diventato peggio dell'avanspattacolo ( perchè c'era più qualità nel canto di Wanda Osiris che in quello delle due sfortunate protagoniste della nostra Aida ). La retorica del buonismo è quella che ci porta a giustificare gli orrori cui assistiamo da anni. Un fumus di bnontà che ci imedisce invece di farci la sola domanda colta che occore porsi: pperchè non si producono più cantanti? quali sono la ragioni di questo black out?..perchè è lì il problema, no la creazione di alibi per accettare questo COSTOSISSIMO sfascio della lirica. Quanto agli altri paesi, da bravi italiani non ci adattiamo agli altri nelle cose che funzionano, lo dobbiamo fare secondo lei per un'arte nella quale NOI da sempre facciamo scuola?? Mi faccia capire perchè io, italiana figlia di Maria Callas e Leyla Gencer, o della voce di Pavarotti, del fraseggio di Claudia Muzio e Magda Olivero mi devo adattare ai ragliatori che oltralpe vanno di moda da mezzo secolo in qua? perchè devo rinnegare uno degli aspetti più nostri della tradizione culturale italiana per equipararmi ad un tedesco che vive in un paese efficiente, con un 'ottima pubblca amministrazione, musei di assoluta eccellenza, università oneste, centro di ricerca di altissimo livello, un sistema bancario ben più solido del nostro etc...senza avere nulla in cambio di ciò che hanno loro?
Sono italiana signor Zoppi, e non accetto di farmi tedesca nei difetti ( mentre vorrei farmi tedesca nei pregi) rinunciando ad uno dei mie pregi più antichi, la melomania, l'orecchio fino, quell'arto meraviglioso per cui non scambio la Callas con Anja Silja,e Kraus con Kaufmann! Sennò, vorrebbe dire che non ho capito niente di chi sono e da dove vengo!

GIULIA GRISI ha detto...

PS Vorrei anche precisare che in atto di critica d'arte ed architettura, i tedeschi sono da sempre i critici e gli storici meno istintivi, accondiscendenti e faciloni dell'intera storia della critica artistica. La nostra capacità di acquitarci davanti alle romantiche rovine di Roma o di Napoli mantenute in maniera indecente è per loro intollerabile, ci criticano e disprezzano per questo. Che si siano adeguati nel canto, è storia complessa da illustrare qui, ma le assicuro che non si adeguerebbero per nulla ad un 'orchestra che no suonasse in mod strepitoso come la loro ogni sera, nella routine, e ad una gestione dei conti dei loro teatri equivalmente a quella che và di moda da noi....
Cmq il mio sito pubblicherà la recensione di quelo Chenier che lei ha visto, in sola lingua tedesca, scritta da una signora viennese, di antica famiglia melomane viennese......a riprova che non è affatto vero ceh i viennesi si adattano tout court. I viennesi melomani paiono in via di sparizione dal teatro, popolato per lo più di turisti...a dire dei viennesi....

Anonimo ha detto...

Gentilissima signora Grisi,
la ringrazio per le sue acute e precise osservazioni. Sono d'accordo con lei su diversi punti, ma non su tutti. A proposito dell'Aida, visto che la chiama in causa, ho ascoltato grandi Radames, Bergonzi, Corelli, Domingo (o no?) e credo di saper discernere, ma è una convinzione tutta mia, una esecuzione dall'altra. In occasione dell'intervista non mi sono profuso in elogi, ho detto violentandomi, che era sufficiente, perché non ritenevo quella la sede adatta per una dialettica corretta, ma nella recensione mi sono espresso più apertamente. Anch'io, forse come lei, sono legato a cantanti del passato, anch'io sono italiano figlio della Callas e di Corelli ma quei cantanti non ci sono più. Non è più il periodo, lo si voglia o no. certamente non è cambiata in meglio, ma è cambiata! Lei porta un nome altisonante, ma se non ricordo male la "nostra" è morta nel 1869, mentre i cantanti di oggi sono degli anni Settanta, Ottanta, beninteso del Novecento e i maestri poco prima e tutti inseriti in un unico contesto storico, sociale, politico, economico e artistico. Il meglio di oggi, non è detto che sia il meglio in assoluto, ma così è (se vi/ci pare). E allora non mi adeguo, ma è così lo stesso! Inoltre, con l'età si diventa anche un po' più tolleranti, ma la prego, non scambi questo atteggiamento con la dabbenaggine. Non è essere rinunciatari o "bere" tutto quello che viene proposto, ma è tutto il mondo che si muove e cambia. In peggio? In certe cose no e in altre si, ma apprezzo la sua intransigenza, anche se la condivido in modo teorico poiché difficilmente realizzabile nella realtà. Ma ci spero vivamente e, come pensa lei, non sarà per merito mio.
Con stima Paolo Zoppi