/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

lunedì 11 ottobre 2010

SPECIALE FESTIVAL - Dopo la "prima dei "Vespri"

LA CRITICA DI ZOPPI:
MOLTO OLTRE IL DIGNITOSO
Spettacolo tutto sommato positivo, nonostante le difficoltà - Prestia ottimo basso verdiano, Dessì signora della scena, Nucci un Monforte coinvolgente - L'indisposizione di Armiliato - Qualche buu per Pizzi
Mala tempora currunt… Questo Festival Verdi 2010 partito sotto auspici non troppo favorevoli rischia di mettere in seria discussione un cartellone che sulla carta sembrava di primissimo ordine. Già sulla carta! È pur vero che non sempre i progetti, anche quelli migliori, si riescono a realizzare, ma forse vale la pena, anche e soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti, spenderci qualche attimo di riflessione. Encomiabile il programma di una produzione entro il 2013 di un cofanetto con tutte le opere di Verdi rappresentate al Regio con etichetta “Festival” in DVD, ma questo comporta per l’appunto il “doverlo fare”.
Non sempre però il desiderio si sposa con la possibilità. I vituperati tagli operati del F.U.S., la mancanza di programmazione causata dalla endemica incertezza nel reperimento dei fondi sia pubblici che privati, non consentono di svolgere una corretta pianificazione, ragioni che rendono quasi d’obbligo il ricorso a scritture “chiavi in mano”. Concordo con il Sovrintendente quando dice dei “salti mortali” e dei “miracoli” che la Fondazione deve fare per allestire un cartellone all’altezza della città, ma viene da chiedersi se non possa valere la pena innanzitutto avere un direttore artistico e musicale più presente, parlante italiano, conoscitore non solo delle tradizioni musicali liriche e soprattutto verdiane, ma anche delle voci che ci sono in circolazione onde poter concorrere con cognizione di causa alla composizione di un cast, senza dimenticare che determinati titoli, vuoi perché di provata difficoltà, vuoi perché particolarmente amate dal pubblico, si allestiscono quando ci sono gli interpreti più adatti e non per completare il cofanetto. In ogni caso resta sempre valido il ricorso ai giovani. È inevitabile pertanto guardare con giusta apprensione (non pregiudizio) alle prossime produzioni, roba da far tremare i polsi a chiunque: Forza del destino, Aida, Otello talmente nel cuore di tutti gli appassionati da desiderarle sempre e comunque così come il Nostro ce le ha tramandate.
I Vespri siciliani, se sono raramente rappresentati e non certo per la pochezza musicale, una ragione ci sarà. Ieri sera, nell’intervallo dell’opera, dicevo con grande convinzione che probabilmente il cast sul palcoscenico era “il migliore dei mondi possibili” per usare un’espressione cara a Candide, ma non per questo “perfetto”. “La perfezione non è di questo mondo, ma siamo molto oltre il dignitoso” è stato il mio parere, intervistato da una Tv locale. Poi la seconda parte è stata un po’ più anonima anche per l’improvvisa indisposizione del tenore Fabio Armiliato, al quale rivolgiamo i più sinceri auguri di una pronta guarigione. Quello di Arrigo, si sa, è lo spartito più impervio per voce di tenore (e non solo per lui) che abbia scritto Verdi, momenti lirici si alternano a drammatici, grazia e dolcezza a fior di labbro nella dinamica verdiana si accostano ad un eroismo che solo la tradizione a posteriori ha consegnato ad un timbro esclusivamente drammatico. Armiliato è artista generoso, preparato con un’estensione interessante, ma il pubblico di Parma, e non è storia recente, non è mai stato particolarmente generoso con lui e nemmeno ieri sera ha mancato di sottolineare le note di passaggio dal registro centrale a quello acuto in cui il timbro si fa più brunito e serio. Pure, l’opera era iniziata con una vero e proprio scroscio di applausi per Giacomo Prestia, robusto basso verdiano che aveva definito con l’aria di sortita “O tu Palermo” un paradigma di sicura tranquillità. Daniela Dessì è una vera signora della scena, ha classe da vendere, una tecnica sopraffina, ma l’aver allargato il suo repertorio a personaggi meno consoni alla sua vocalità, ha finito per incrinarne la purezza soprattutto nella fissità degli acuti. Leo Nucci è stato un Monforte coinvolgente, autoritario e vocalmente all’altezza.
Molto applaudita l’ardua “In braccio alle dovizie” e gli si perdona senza grossi sacrifici, qualche portamento.
Pier Luigi Pizzi ha raccolto alla fine diversi buuu. È certamente un grande scenografo e regista e il suo minimalismo, nella sua essenzialità non è mai banale, tuttavia la scena dello stupro ha infastidito più di uno spettatore e certamente non in linea con la raffinatezza che lo contraddistingue. Anche l’aver allargato il campo d’azione a tutta la platea ha contribuito più a una dispersione di unitarietà che non a dare maggior respiro all’azione scenica. Adeguati gli altri numerosi interpreti minori. Il direttore Massimo Zanetti, ha tenuto saldamente in pugno uno spettacolo non facile per le condizioni oggettive venutesi a creare e per la necessità di dover dirigere sia il palcoscenico che il fondo della platea. Il coro diretto da Martino Faggiani, si conferma sempre di più e a pieno titolo, come un beniamino del pubblico di Parma, che anche ieri sera gli ha tributato calorosi, sinceri e prolungati applausi.
Paolo Zoppi

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