O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént. /O lezgnolén ch’a t’ gh’é la góla dòra / indo ät imparé a cantär csi bén? / Al to gorghègg da ‘dentor tutti al fóra / e il coppiètti alóra is fan l’océn. / J’ò imparé a stär su ‘na pianta / cla se spécia in-t-un laghètt / indo gh’é un izolètta / con di ciggn bianch e morètt. / Tutt il siri là sentiva / i béj cant ädla coräla / e ’l me cór picén al capiva / che csì sól a s’ pól cantär.


lunedì 14 settembre 2009

Chiedi chi era Ferruccio Bellè, l'arbitro

IL BORGOTARESE
DE VENESSIA
Quarant'anni fa, il 13 settembre 1969, perdeva tragicamente la vita Ferruccio Bellè, grandissimo fischietto internazionale - Era nato nel Trevigiano ed era vissuto a Venezia, ma poi era diventato borgotarese d'adozione - Pramzanblog lo ricorda ripubblicando un mirabile articolo che gli dedicò, dieci anni dopo la sua scomparsa, un altro grande figlio della Valtaro, il giornalista Bruno Raschi
Ferruccio Bellè di Borgotaro. Era veneto, ma sui giornali, e agli altoparlanti degli stadi, e alla radio, veniva sempre chiamato così: Ferruccio Bellè di Borgotaro. Perché era in Valtaro che si era trasferito per motivi di lavoro, ed era in Valtaro che era diventato, nel cuore e nell'anima, "uno del borgo", stimato ed amato da tutti. E fu proprio a pochi chilometri da Borgotaro che morì. Tragicamente. In un incidente stradale. Carbonizzato. Ricordo bene quel 13 settembre di quarant'anni fa. Ero ancora alla "Gazzetta". Curti mi mandò a Borgotaro. "Ha avuto un incidente il papà di Bellè". Sì, Gianfranco, mio collega e amico. Quando arrivai sul luogo della tragedia, sulla Fondovalle, a pochi chilometri da Borgotaro, non c'era che da registrare con immagini e una descrizione scritta, quello che era avvenuto. Diventavo testimone della morte del papà di un mio amico, di Gianfranco Bellè. In una curva si era scontrato con un camion. La sua automobile era rimasta avvolta dalle fiamme e lui vi era rimasto imprigionato. I suoi amici arbitri lo stavano aspettando al Borgo per una mangiata di funghi, da Giovanni.
Come ricordare adesso, oltre a questi accenni personali, Ferruccio Bellè? Come ricordare questo grande arbitro internazionale che diresse 173 partite di serie A, che nel 1949 ricevette il Premio Mauro (massima onorificenza arbitrale), che diresse la sezione parmigiana dell'Aia, che lanciò arbitri come Michelotti, Prati, Varazzani, Michelotti e Sozzi?
Lo faccio con un mirabile articolo di un grande figlio della Valtaro, il giornalista Bruno Raschi, poeta del giornalismo sportivo, scomparso nel 1983. Dieci anni dopo la tragica fine di Bellè lo ricordò con questo scritto, che poi è stato riproposto un paio di anni fa nel libro "Essere Arbitri a Parma", scritto da Gianfranco Bellè (il figlio di Ferruccio) con Giorgio Gandolfi. Vi consiglio di leggerlo (basta cliccare sulle pagine): è forse uno dei modi migliori per celebrare il ricordo, a quarant'anni dalla scomparsa, di quello che Alberto Michelotti, il nostro amico "Miclòt", ha definito "l'ultimo doge di Venezia".
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto: 1) Ferruccio Bellè; 2) Ferruccio Bellè con i suoi guardalinee, Bartoli e Cavazzoni; 3) Bruno Raschi; 4), 5) e 6) Le tre pagine dell'articolo di Raschi pubblicate nel libro "Essere Arbitri a Parma", di Gianfranco Bellè e Giorgio Gandolfi)

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