LA SUA VITA IN UN SORRISO
Era contagioso il sorriso del dottor Musa, sembrava esplodere da un momento all'altro in una risata - E' stato il mio medico e quel sorriso lo porterò nel cuore
Ho letto su Parma.Repubblica.it che è morto il dottor Musa. Il dottor Flaminio Musa. Il poeta Flaminio Musa. Il comandante partigiano Flaminio Musa, nome di battaglia Marco. A 88 anni, a Bedonia. Io l'ho conosciuto il dottor Musa. Quando io ero un giovanotto lui era il mio medico. Aveva l'ambulatorio vicino alla stazione e io abitavo in piazza della Stazione. Di lui ricordo il sorriso. Quel sorriso rassicurante, da buon medico d'una volta. Quel sorriso che sembrava esplodere da un momento all'altro in una risata. Quell'andatura quieta, discreta, quel suo parlare da poeta. (E allora io non sapevo che fosse un poeta). Di lui ricordo il farfallino. Quel farfallino sgargiante che portava come un trofeo, come un distintivo di signorilità. Andavo volentieri dal dottor Musa. Lo consideravo "uno di famiglia". Ai tempi in cui non era ancora di uso comune il test di gravidanza, fu lui a farlo alla mia prima moglie, Manuela. E fu lui a comunicarci, emozionato lui e felici noi, che avremmo avuto un erede. Non posso dimenticare quel sorriso. Quel sorriso, quel sorriso più aperto del solito, che testimoniava la sua partecipazione alla nostra felicità. Della sua sala d'aspetto ricordo un suo paziente, che vidi più volte e che mi rimase impresso. Chissà perché. Forse quegli occhi, che presagivano, chissà, qualcosa di strano, di incredibile.
E infatti li riconobbi quegli occhi, quando verso un mezzogiorno, mi ritrovai all'ultimo piano di un palazzo di viale Fratti, assieme al mio collega della "Gazzetta" Enea Arlunno e circondato dai carabinieri con giubbotto antiproiettibile, a tre metri da quell'uomo che, su un terrazzo, minacciava di far fuoco con una rivoltella sulla folla. Gridava "non mi avrete mai" e qualche frase incomprensibile. Il dovere di cronista mi portava ad essere lì, anche a rischiare la vita. Ma in quei momenti interminabili, prima che quell'uomo decidesse di farla finita rivolgendo il revolver verso di sé e facendo partire il colpo, pensavo al dottor Musa. E che quello era stato un suo paziente, come me. E mi tornavano alla mente quegli occhi in sala d'attesa, spiritati e strani. Poco tempo dopo ebbi l'occasione di rivedere il dottor Musa. Gli accennai a quel paziente suicida. Lui mi stampò addosso un altro di quei meravigliosi sorrisi e mi disse soltanto: "Me lo sentivo che sarebbe andata a finire così". Non una parola di più. Perché Flaminio Musa era un uomo speciale. Di quegli uomini, oggi, forse non ne nascono più. Leggo su Parma.Repubblica.it: primario del pronto soccorso, scrittore e poeta, presidente dell'Università popolare, fondatore della Lilt (Lega Italiana Lotta ai Tumori). Tanti tasselli della personalità di un vero uomo, di un grande uomo che dedicò parte della sua vita a insegnare ai giovani i valori della Resistenza. Un uomo che ha scritto tanti libri, a partire dal 1975, con "Così il figlio divenne padre", editore La Pilotta, prefazione di Attilio Bertolucci, all'ultimo, uscito l'anno scorso a giugno, "Il cuore a monte". Un uomo che ha lasciato il segno nell'Appennino Parmense e a Parma. Un uomo di cui sentiremo, per sempre, la mancanza.
Achille Mezzadri
(Le due foto del dottor Flaminio Musa sono tratte dal sito Valtaro.it)



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