O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént.


domenica 24 maggio 2009

Le interviste di Pramzanblog: Valter Ferrari

DA ME SI VENDE PANE
E PARMIGIANITÀ
"La mia panetteria è l'ombelico del mondo", dice Ferrari - "È l'ultimo baluardo del vecchio Oltretorrente" - "Qui sono di casa Scaldafér, Gaión, Bali Lónghi e Trombéta" - "Qui il pramzàn è la lingua ufficiale" - "Lo insegno anche al mio nipotino di 6 anni"
In Borgo Gian Battista Fornovo, già Borgo degli Asini, c'è un panettiere. Mica uno qualunque. Perché Valter Ferrari è "il" fornaio. Perché Valter Ferrari è "l'oltretorrente". O per lo meno quello che è rimasto del vecchio caro, amato, sanguigno e indimenticabile Oltretorrente. La Fortezza Bastiani della parmigianità: nel celebre "Deserto dei tartari" di Buzzati era una fortezza nel deserto dove i soldati asserragliati erano pronti ad affrontare un improbabile nemico. Qui è una panetteria - rifugio per i "soldati della parmigianità", circondati da tunisini, marocchini, senegalesi. Soldati che vengono qui  a comprare il pane (speciale, davvero come quello di una volta), ma soprattutto a scambiare due chiacchiere con Valter, a fär clasjón con parsùtt e lambrùssch. Valter al quale è stato appioppato lo stranòmm di Mitràja per come mitraglia le parole quando parla. Valter che ha sempre la battuta pronta. Valter che è felice quando il suo amico Scaldafér gli dà una mano.
Voi lascereste fuori uno così dalla galleria degli intervistati di Pramzanblog? io no.
Lorenzo Sartorio, in un'intervista che mi concesse qualche mese fa, mi disse che il suo negozio è il centro della parmigianità. Ha ragione?
A n' so gnan' mi. I me amìgh i vénon chi a fär clasjón e du ciac'ri. Tutt chì.
C'è anche il lambrusco?
A gh'è mäl.
Ma la sua non è una panetteria?
Sì, ma a parläva 'dla clasjón. A gh'è ànca 'l codghén.
Chi è Scaldafér?
Giorgio Bolsi, ciamè Scaldafér, a'n so gnàn' parchè. L'è vón di me amìgh. A'l vèna chì a därom 'na man.
Lei quando è nato?
A son nasù al vintidù 'd zuggn dal cuaràntasìnch. In via Spezia. Po a sèmma gnù ai Prè Bòcia.
La sua panetteria è in via Gian Battista Fornovo che prima si chiamava Bórogh di Äson. Perché?
Perché qui ferravano i cavalli e gli asini.
Da lei si parla solo e rigorosamente in dialetto?
Pu o méno. Da mi l'è la lénngua uficiäla.
Che cosa prova a vedere così cambiato il Dedlà da l'àcua?
I dìson ch'adésa al fa gnìr al magón, mo mi, con i me amìgh, a son sémpor alégor. L'è ancòrra bastànsa bél vìvor chì.
Che cosa ricorda dell'Oltretorrente degli anni Cinquanta?
L'ostarìa 'd Bruno il sordo, e Temilaluce, e l'ostarìa 'd Gino Picelli. E i magnagàtt... Sì, i magnävon i gàt, dabón. E il pittore Madoi che era di casa dal Sordo, affrescò anche le pareti. E i putén ch'a zugävon äd sìra in borógh Bartàn. Adésa l'è un lavór brut andär fóra äd sìra.  A bizogna andär a lét a la zvèlta.
È possibile secondo lei l'integrazione degli immigrati?
A gh'n'è di bräv, par caritè, mo a 'n crèdd mìga. J én difarént da nojätor.
Nella sua panetteria, cuand a fìv clasjón, cantate mai La rondanén'na o Gli scariolànt?
A gh'è mäl. Vón bón bombén a cantär l'è Iones Balestrieri, l'ex centravanti del Parma, e del Perugia e del Pisa e del Genoa. La Rondanén'na la canta bén e con un bicér in man ancòrra méj.
Il dialetto parmigiano ha un futuro?
Mi spér. Io intanto lo insegno al mio nipotino di sei anni, Leonardo.
Che cos'è per lei la parmigianità.
Ésor pramzàn. L'è tutt chì.
C'è chi sostiene, e io sono tra questi, che il pane di Parma è speciale. Che ha qualcosa di diverso, e in meglio, rispetto agli altri. Ha un fondamento questa convinzione?
Ognón al lavóra a la so manéra. Mi a fagh tutt il bìghi, cme 'na volta.
Il bìghi?
Sì, faccio lievitare il tempo giusto, come si è sempre fatto. Vengo qui nel pomeriggio, alle cinque, alle sei. Poi faccio il pane di notte. A son chì aj do, do e méza äd nòta. Al segrét l'è tutt chì.
Chi compra il suo pane?
Quelli del quartiere. Ma anche un sacco di ristoranti della città. Vuole qualche nome?
Sì.
Cocchi, Stendhal, Parma Rotta, l'Orientale, il Corsaro. E l'è mìga fnìda...
Achille Mezzadri
(Foto, dall'alto /by Enrico Ghirarduzzi © / - CLICCARE PER INGRANDIRE - : 1) Valter Ferrari al lavoro; 2) Primo piano di Ferrari, al fornär; 3) Ancora al lavoro; 4) Con l'amico Giorgio Bolsi, detto Scaldafér; 5) Una controllatina al forno).

2 commenti:

e.piovani ha detto...

speriamo che i posti come questo continuino a vivere e farci immaginare come doveva essere bella Parma, quando ancora era abitata dai Parmigiani...
Quanto al pane di Parma, è vero che è migliore di quello delle città vicine. Forse deriva in parte dagli insegnamenti che i francesi ci hanno trasmesso, anche se devo dire che siamo ancora lontani dalla bontà del loro pane (almeno per i miei gusti).
Comunque non solo il pane di borgo Fornovo (come al solito a me piace di più chiamarlo borgo degli Asini) è buonissimo, ma entrando si fa improvvisamente un balzo indietro nel tempo, avendo la sensazione di passare da un mondo esterno ostile e dal quale è meglio tenere le distanze, ad un mondo cordiale e gentile dove ti senti a casa fin da subito. E pensare che una volta tutta la città deve essere stata così....

Al Lenny ha detto...

Come sono d'accordo!! il ns. pane (la micca e non altre "specialità") ha qualcosa di speciale e non credo che sia solo campanilismo. Purtroppo la chimica ha invaso anche le panetterie e noi, invece di lasciarlo negli scaffali, continuiamo a comprare "pane" che pane non è.