/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

mercoledì 8 aprile 2009

Quelli che... il teatro dialettale -5-

El Ravìsi
"A FÈMMA RÌDDOR
DA VINTISÌNCH ÀNI"
"La nostra compagnia", dice Enrico Iori,  fondatore e mattatore "è nata nel 1984, a Medesano" - "Le commedie sono tutte mie: ne ho scritte venticinque" - "Con noi ha recitato in dialetto pure una marocchina" - "Faccio anche il cantastorie"

Quella che Pramzanblog presenta oggi, per la serie "Quelli che... il teatro dialettale", è una compagniosa "ariòsa". Perché è di Medesano. Si chiama "El Ravìsi", le radici e, a differenza di altre compagnie parmensi, qui tutto gira intorno a un mattatore d'eccezione, Enrico Iori, 71 anni. Ed è lui che spiega, subito, quali sono le differenze, le sfumature, tra dialetto e dialetto. "Perché", dice "il dialetto delle nostre parti non è mica uno solo. Ci sono tanti modi di parlare, di intendersi. Noi, con la nostra compagnia, abbiamo un dialetto che è compreso perfettamente a Medesano, a Ramiola, a Fornovo, a Sala Baganza, a Collecchio, a  Felino. Ecco questo è, come direbbero i politici, il nostro "bacino d'utenza". E infatti il nostro dialetto è diverso da tanti altri della nostra provincia e in particolare dal parmigiano".
Lei dov'è nato?
Sono nato il 10 novembre del 1937, a Ramiola, frazione di Medesano, da una famiglia di contadini. Ho lasciato presto la scuola perché non mi piaceva studiare. Mi sono messo a lavorare presto. Poi, a 17 anni, nel 1954, sono emigrato in Venezuela.
Come mai?
Avevo il pallino di emigrare. E così l'ho fatto. Là, a Caracas, avevo uno zio. I primi tempi sono stati molto duri. Facevo il manovale, nell'edilizia. Sono rimasto in Venezuela fino al 1969. Lì mi sono sposato con un'emigrante spagnola, Josefína, e lì, il 25 settembre 1968, è nato nostro figlio, Enrico Giuseppe, che è un cantante lirico. Un basso.
Come è nata la sua passione per il teatro?
Prima di tutto sono stato preso dalla passione per la poesia. Ne scrivevo anche da bambino, di poesie. Poi in Venezuela, lontano dalla mia terra, malato di nostalgia, ne scrivevo ancora di più. Ma quando sono tornato in Italia ho smesso. Chissà perché. Forse perché non c'era più la nostalgi a a spingermi... Ma poi ho ripreso verso la fine degli anni Settanta. Poesie, racconti, scenette... Sì, mi ero messo a scrivere delle scenette, in pratica degli atti unici, per alcune ragazze, che le recitavano poi alle sagre. Il mio approccio con il teatro dialettale in pratica è nato così.
E come si è sviluppato?
È andata a finire che un gruppo di ragazze mi ha detto: "Perché non mettiamo su qualcosa di più impegnativo"? È così che è nata la compagnia dialettale El Ravìsi. Era il 1984.
Come si intitolava la prima commedia?
La rifórma sanitäria. In tutto ne ho scritte un sacco di commedie: venticinque. Tutte rappresentate. E vado avanti grazie alla comprensione di mia moglie.
Mi dice qualche titolo delle sue commedie?
'Na gàta da plär, Al djävól e l'àcua santa, Al cavalér Turàs, Vója äd còren, Giuspón in Téra Santa, Al pòver zio Frànk.
Da quanti elementi è formata la compagnia?
Una dozzina. Eravamo così anche agli esordi. Ma c'è stato un periodo in cui eravamo di più. Comunque il numero dipende sempre dalla commedia che si rappresenta.
Tutti di Medesano?
Ce n'è di Felegara, di Noceto, di Gaiano... Abbiamo avuto anche una marocchina, Merjem Jabrane. Recitava con noi in Al djävol e l'àcua santa. Ora ha smesso. Comunque da noi non si recita un dialetto unico. Ognuno parla come si parla nel suo paese, quindi con il suo dialetto.
Si può considerare il teatro dialettale un teatro di serie B?
No. Non c'è una grande differenza tra il teatro dialettale, che è fatto da dilettanti, con quello professionale. Il pubblico ha la stessa esigenza: va a teatro per divertirsi. E quando si accendono le luci sul palcoscenico siamo tutti uguali. Forse una piccola differenza c'è: noi siamo "obbligati" a far divertire la gente che viene a vederci. Perché questo si aspetta da noi. Il teatro dialettale è come una terapia.  Dobbiamo riuscire a far staccare la spina alla gente, che arriva stressata e vuol pensare solo a divertirsi, a rilassarsi.
La sua compagnia compie quest'anno venticinque anni. E' cambiato l'approccio del pubblico a questa forma di spettacolo?
I giovani? Si comincia a vederli, ma sono ancora pochi. E questo vale anche per gli attori giovani. Ho avuto delle esperienze negative in tal senso. Vengono, stanno con noi un po', poi mollano. Così va a finire che lavoriamo per sei mesi per costruire un attore e poi l'attore... non c'è più. Si è volatizzato...
Quanta gente viene a vedervi?
Quando faccio una "prima" vengono anche 350 persone. Vogliono la novità. Poi, con le repliche, molto meno.
È migliorata la situazione del teatro dialettale da quando c'è la Consulta?
Molto. Ora il teatro dialettale è più vicino alla gente. E un grosso merito va sicuramente all'ex assessore Carletto Nesti, che ha favorito tantissimo l'espansione del teatro vernacolare. Veniva sempre a vederci, anche con il nipotino.
Nella vostra compagnia ci sono più uomini o più donne?
Più donne.
Perché non rappresentate i classici del teatro dialettale parmigiano?
Io ho grande rispetto per i grandi autori di un tempo, ma ho sempre avuto il pallino di scrivere e le commedie me le scrivo da me. Sono uno dei pochi autori vernacolari che scrivono ancora... Se mi permette, ho una fantasia enorme... E infatti non scrivo solo commedie...
Che cosa fa d'altro?
Tengo recital dialettali, scrivo racconti e poesie, faccio anche il cantastorie...
Come i cantastorie di una volta.
Sì, come i cantastorie di una volta.  Ho scritto anche la storia del povero Tommasino Onofri. Molto toccante. Fin troppo toccante. In generale, però, preferisco cantare storie allegre.
Come mai suo figlio, Enrico Giuseppe, non ha seguito la sua strada nel teatro dialettale ed è diventato un cantante lirico?
Io sono nato con il pallino dello scrivere e del recitare, lui con quello del canto. Già da piccolino cantava nella corale del posto. Poi è entrato nella Corale Verdi, dove si sono accorti che aveva una voce importante, per cui ha cominciato a studiare al Conservatorio. Le nostre strade, naturalmente, si sono divise, anche se in passato abbiamo fatto anche qualche spettacolo insieme: lui cantava le sue arie, il recitavo le mie poesie.
Che cos'è per lei la parmigianità, anche se lei è della provincia?
Guardi, la parmigianità si può estendere a tutta la provincia, anche se abbiamo storie diverse, dialetti diversi. E comunque, per quanto mi riguarda,  i miei genitori erano di San Lazzaro e in casa mia si parlava parmigiano. Allora, ecco, per me la parmigianità è la nostra forma di essere, di essere legati alle nostre radici. Parma ha una grande storia, ha il parmigiano, ha il lambrusco, è famosa in tutto il mondo. Anche essere fieri di queste cose è parmigianità...
Esiste un dialetto perfetto, valido per tutti?
No. Esiste per esempio una grande differenza tra il dialetto parlato e quello scritto. Quello parlato molti lo capiscono, quello scritto lo conoscono in pochi. Nessuno si mette d'accordo sulle regole. Uno scrive una parola in un modo, uno in un altro. Io per esempio non metto le dieresi sulle vocali. Sono un nemico di quei due puntini lì... Sono per un dialetto scritto il più possibile somigliante a quello parlato. E voglio dimostrarlo con un libro che sto scrivendo, una raccolta di poesie, racconti, monologhi: lo scrivo con un dialetto facile da leggere, quindi anche più facile per i giovani.
Il dialetto sopravviverà?
Non c'è un solo dialetto parmigiano. Ce ne sono tanti. E io dico che, sì, sopravviveranno. Soprattutto nelle campagne, dove ci sono ancora rtagazzi che lavorano la terra, dove il dialetto si parla ancora in famiglia e quindi si può tramandare ai giovani. In città è diverso. I genitori parlano in italiano...
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto - CLICCARE PER INGRANDIRE - : 1) La Compagnia El Ravìsi in "Al dievel e l'acqua santa" 2) Enrico Iori (Don Basilio) in "Al dievel e l'acqua santa"; 3) Enrico Iori e Camilla Reviati in "Al marì éd me mojéra"; 4) La compagnia in "La benestanta"; 5) La compagnia in "La peschera"; 6) Enrico Iori (Tognàs) in "La peschera"; 7) Enrico Iori e Meryem Jabrame in "Giuspon in Téra Santa"; 8) Enrico Iori e Simona Barbasini in "S'as pèrla èd còren l'é méi tazir"; 9) La compagnia in "La parigén'na"; 10) La compagnia in "Al pòver zio Frank"; 11) Enrico Iori (Savério) in "Al pòver zio Frank"; 12) Enrico Iori e Franco Ronconi in "Che fadìga esser sior")

2 commenti:

Carletto Nesti ha detto...

Un caloroso, cordiale saluto a tutti gli amici di "El Ravisi":
al grande "istrione" ed amico Enrico Iori, alla regina delle attrici dialettali Camilla Reviati, a Meryen e Simona, ai fratelli Bertolibi, a Franco Ronconi ed a tutti gli altri meravigliosi interpreti della nostra grande tradizione culturale.
A tuti Voi ed alle Vostre famiglie l'augurio di una Buona Pasqua e di grandi, meritati successi per la Compagnia.
Un sincero grazie va rivolto ad Achille Mezzadri e a Pramzanblog che, finalmente, con lungimiranza ed intelligenza danno spazio, decoro e dignità a questa forma artistica, così cara alla gente di Parma.

Carletto Nesti ha detto...

Un caloroso, cordiale saluto a tutti gli amici di "El Ravisi": al grande "istrione" ed amico Enrico Iori, alla regina delle attrici dialettali Camilla Reviati, a Meryen e Simona, ai fratelli Bertolini, a Franco Ronconi ed a tutti gli altri meravigliosi interpreti della nostra grande tradizione culturale.
A tutti Voi ed alle Vostre famiglie l'augurio di una Buona Pasqua e di grandi, meritati successi per la Compagnia.
Un sincero grazie va rivolto ad Achille Mezzadri e a Pramzanblog che, finalmente, con lungimiranza ed intelligenza danno spazio, decoro e dignità a questa forma artistica, così cara alla gente di Parma