/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

venerdì 27 marzo 2009

Quelli che il teatro dialettale -3-

Nuova Corrente
"A SÈMMA LA NOUVELLE VAGUE
DAL TEÀTOR DJALETÄL
"

"La nostra compagnia è nata attorno alla metà degli anni Settanta", dice Aldo Pesce, il fondatore - "Portiamo in scena anhe Molière e Shakespeare, debitamente tradotti in parmigiano" - "I giovani, purtroppo, scarseggiano" - "Domani sera, al teatro di Carignano, rappresentiamo "Se tutt va bén fnìmma in galéra"
La terza puntata della serie "Quelli che... il teatro dialettale" è dedicata alla Compagnia "Nuova Corrente", che domani sera, 28 marzo, al teatro di Carignano, nell'ambito della "Stagione dialettale parmigiana 2009", metterà in scena Se tutt va bén a fnìmma in galéra. L'anima di questa compagnia ha un nome e un cognome: Aldo Pesce. Sessantasei anni (da compiere il primo giugno), madre parmigiana (una Pelosi, quelli della drogheria) , padre genovese, ultimo di cinque fratelli. E il teatro nel sangue. ("Già da piccolino elaboravo a mio modo le favole e le rappresentavo in cortile, con gli amichetti"). L'infanzia a Parma, poi orfano di madre, poi il padre che si risposa e lo porta a vivere sulla Riviera del Brenta. Lui che già a 15 anni si mette a lavorare. ("Le superiori le ho fatte a cinquant'anni"). Poi torna a Parma e diventa tecnico radiologo. E più tardi prende il diploma di assistente comunale infantile.


E il teatro?
Il teatro è stato ed è la mia vita. Dirigevo una compagnia di ragazzi quando ero in Veneto, poi al ritorno a Parma sono entrato nel gruppo di San Benedetto, fino a quando ho fondato la Compagnia
I Nuovi, assieme a Alessandro Bottura
Poi la compagnia si è sciolta...
Sì. Per vari motivi, di carattere artistico. Ma ne ho fatta nascere subito un'altra. Appunto, la Nuova Corrente, che c'è ancora adesso ed è viva e vegeta, anche se siamo rimasti in otto. È nata verso la metà degli anni Settanta.








In otto?
Sì. i giovani scappano. Ce n'è sempre meno disposti a calcare i palcoscenici del teatro dialettale. Vengono, si fermano un po', e se ne vanno. Non c'è più la volontà di impegnarsi. Qualcuno dice: "Ma come, devo venire anche per le prove?". Trovano insuperabile la necessità di riunirsi un paio di volte la settimana per le prove...
Perché avete scelto il nome Nuova Corrente?
In omaggio alla Nouvelle Vague francese. La nostra "novità" consisteva nel dimostrare che si poteva fare del tearo dialettale anche recitando classici. Era un modo come un altro per valorizzare il nostro dialetto. Abbiamo portato anche qualche piccola "rivoluzione". Per esempio prima le parti dei nobili, degli avvocati, dei professionisti, dei ragazzini, erano recitate in italiano. Io invece ho imposto il dialetto a tutti.
Come sceglieva gli attori?
Con oculatezza. C'erano le ragazze, soprattutto, che il dialetto lo conoscevano poco e allora le mandavo in Ghiaia, a imparare quello vero. Non basta il lessico, vede, bisogna imparare la "dòga", il modo con il quale si pronuncia il dialetto. La sua musicalità... E pensi che c'è già diversità di qui e di là dall'acqua.... Il dialetto popolare, quello dell'Oltretottente, è più strascicato. Quello del centro è più stretto.








Quali sono state le prime commedie messe in scena dalla "Nuova Corrente"?
Eravamo alla metà degli anni Settanta. Cominciai allora a tradurre in dialetto in classici. Mettemmo anche in scena tre farse di Dario Fo.
Non fu difficile trasformare in commedie dialettali dei classici?
Be', non fu facilissimo. Però mi fu di grande aiuto l'esperienza che avevo fatto con il Teatro due in uno spettacolo fatto per la ricorrenza della Liberazione. Uno spettacolo con i Clerici, Montacchini, Lanfranchi, che si intitolava
Benvgnùda Libartè. Un grande successo. Cinquantasette repliche.
E poi?
Poi abbiamo proseguito per la nostra strada, con la traduzione di classici. Come
L'ispettore generale, di Gogol. E poi L'avaro, di Molière, che è diventato, in pramzàn, Pelagràma. Centocinquanta repliche, ovviamente in diverse annate. Questa commedia continuano a chiedercela. E poi Le allegre comari di Windsor, che io ho tradotto da una versione francese, perché il dialetto parmigiano è francofono, c'è più affinità. E poi naturalmente il genere vaudeville, Feydeau...












E di parmigiano - parmigiano, niente?
Be', certo, c'è anche quello. Abbiamo in repertorio commedie che ho scritto io, come Putòst che gnénta l'è méj putòst, Doppi cùmmel, Bècch äd fér, Operasjón euro, Se tutt va bén fnìmma in galéra, che rappresentiamo domani sera a Carignano. È una commedia che abbiamo rappresentato la prima volta vent'anni fa e che abbiamo ripreso due anni fa. Ora sto montando la commedia Pioción.












La Consulta dialettale ha dato una grossa mano al vostro teatro, vero?
Certamente. Ci ha permesso di avere un contatto diretto con le istituzioni. Ci sono stati personaggi influenti della città che  hanno dato a tutto il movimento del teatro dialettale una grossa mano. Vedi l'ex sindaco Elvio Ubaldi. Vedi l'ex assessore Carletto Nesti, che ha creduto tantissimo nell'espressione del teatro dialettale.
Poi arriverà il Teatro Guareschi di viale Mentana...
Be', sarà una gran cosa. Sarà una vetrina importante.
Ha un futuro il dialetto?
Sì, se si riuscirà a stimolarne la divulgazione nelle scuole. Il problema sta tutto lì.
Lo parleranno anche  i "nuovi parmigiani", cioè quelli che sono venuti qui da Paesi lontani?
Perché no. Ho visto un extracomunitario pronunciare una battuta in dialetto: era felice. Anche il dialetto può essere un mezzo di integrazione.
Che cos'è per lei la parmigianità?
È il senso ironico di vedere il mondo. È la torlida. È il gusto della battuta, costi quel che costi. È anche quel modo un po' distaccato, un po' snob, di affrontare la vita.
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Aldo Pesce in "Se tutt va bén"; 2) La compagnia in una foto di qualche anno fa nella commedia "Operasjón euro": da sinistra Giannino Lanzi, Giorgio Parizzi, Sonia Iemmi, Stefania Secchi, Gabriella Berziga e lo scomparso Natale Ciravolo; 3) Aldo Pesce con Gabriella Berziga in "Al padrón dal vapór"; 4) Aldo Pesce in "Mi, ti e to mädra"; 5) La compagnia nella commedia "Se tutt va bén fnìmma in galéra"; 6) "La bàla al pè", con Aldo Pesce, Fabrizio Ferri e Roberto Pezzani; 7) Giannino Lanzi in ""Se tutt và bén fnìmma in galéra")

1 commento:

Carletto Nesti ha detto...

Un caloroso saluto ed un abbraccio al caro amico Aldo, intelligente protagonista del rinnovamento del nostro bel dialetto ed insuperabile, alto interprete dei fatti della nostra storia cittadina, oltre che sensibile ed attento amministratore pubblico.

Di lui, oltre al grande affetto ed alla personale simpatia, tengo caro il ricordo della sua interpretazione della “morte di Anviti”, recitata, anzi “impersonata” in modo trascinante e coinvolgente, più vera del vero, in diverse importanti occasioni pubbliche…

Ciao Aldo, lunga e felice vita e tanti carissimi auguri a te ed alla Compagnia

Carletto Nesti