/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

martedì 31 marzo 2009

Quelli che il teatro dialettale... -4-

La Risata
"IN-T-LA FÒLA 'D CENERENTOLA
A GH'ÈMMA MISS
LA STÒRJA 'D PÄRMA"
"La nostra compagnia", dice Roberto Veneri  "ha preso il nome da quella "storica" di Montacchini, Clerici, Lanfranchi, Magnanini - "Da noi non ci sono mattatori" - "Abbiamo fatto diventare pramzàn Jorge Amado, Eduardo e Totò" - "Sabato sera, al teatro di Corcagnano, rappresenteremo "Crispén l'à véns al lòt"





La risata: nome storico. Nome di quella gloriosa compagnia che rispondeva, ai tempi d'oro, ai nomi dell'Olimpo del teatro dialettale parmigiano: Giulio e Italo Clerici, Paride Lanfranchi, Alberto Montacchini, Emilia Magnanini. Ma nome anche, da una quindicina d'anni, di una nuova compagnia che ha deciso di accollarsi gli onori e gli oneri di un'eredità pesante. Perché "La risata" di ieri ha lasciato un segno profondo. Perché "La Risata" di oggi è costretta, con un nome così, a rinvendire tempi lontani, dimostrando di non aver usurpato nulla. Ma Roberto Veneri, l'anima di questo gruppo, e tutti gli altri che gli stanno intorno ("Qui non c'è un capocomico", dice Veneri "siamo tutti importanti uguali") sono troppo intelligenti per cadere nel tranello dei paragoni. "Siamo mossi dall'entusiasmo, dall'amore per Parma, per il dialetto", dicono "e pensiamo solo a questo".
E allora sentiamolo questo Veneri, portavoce di tutta la Compagnia "La Risata". Cinquantotto anni, studi all'Iti, una vita prima da commesso poi da rappresentante, una moglie che calca con lui i palcoscenici, Amelia Venturini (anche autrice), una figlia, Sabrina, che l'ha reso nonno di una bambina, Giulia, di 3 anni, che già si avventura in qualche parolina in dialetto.
Quando ha cominciato a recitare?
Negli anni '73, '74. Quando sono arrivato nei "Nuovi". Con Aldo Pesce. Con Alessandro Bottura. Poi è entrato Franco Ferrari. Allora erano tempi duri. Non c'era ancora la Consulta dialettale, le varie compagnie si facevano la guerra.







Che ricordi ha di quel periodo?
Favolosi. Ho passato momenti strepitosi con i Nuovi. Poi però la compagnia si è sciolta e allora io ho fondato la Ducale 61, con alcuni dei vecchi "Nuovi" e con attori nuovi. Eravamo verso la fine degli anni Ottanta. Ci appoggiavamo al circolo dei dipendenti comunali, in viale Mentana. Siamo andati avanti per cinque, sei anni. Poi sono sorte discussioni, divergenze, e anche questa compagnia è giunta al capolinea.. Da quel momento ci siamo guardati intorno per capire che cosa fare. 
Poi la sua strada e quella di Franco Ferrari sono riunite...
Sì. È andata così. Franco, dopo essere uscito dai "Nuovi" aveva formato la Compagnia Emilia Magnanini. La sua spalla era la Giordana. Io ero fermo. Una sera Ferrari mi chiama e mi fa: "Perché non vieni a vederci?". Andai. Ed entrai nella "Magnanini".  Dopo la scomparsa di Emilia, con Ferrari pensammo di creare un gruppo nuovo. E gli abbiamo dato, appunto, un nome storico: "La risata".








Quale fu la prima commedia?
Preparammo una commedia scritta da Ferrari, La fijàstra äd Carlón. Cominciammo a provare. Tre mesi, sei mesi, un anno. Non eravamo mai pronti. A un certo punto, a sorpresa, Ferrari disse: "Mi ritiro. Ti lascio tutto". Così andai avanti io. Mettemmo finalmente in scena La fijàstra äd Carlón, di Ferrari, che però si firmava Ferron Cafarri.  Dire che fu un successo sarebbe dire una bugia.









E allora?
Allora puntammo su una seconda commedia di Ferrari, La mojéra dal dotór, che era un po' più brillante, ma si rivelò egualmente un altro mezzo disastro. Ormaiperò  la strada l'avevamo presa e non ci passava nemmeno per il cervello di abbandonarla. Così puntammo sulla rielaborazione teatrale, in dialetto, di un celebre romanzo di Jorge Amado, Donna Flor e i suoi due mariti, che con noi è diventata Du j'én méj che vón, grazie all'adattamento di mia moglie Amelia Venturini e di Roberto Tinelli, che allora lavorarono insieme con Patrizia Tragni.  Ormai la strada era tracciata. Dopo Amado ci rivolgemmo al grande Eduardo De Filippo, al quale "strappammo" La fortuna si diverte, diventata Crespén l'à véns al lòt (che rappresenteremo sabato sera al teatro di Corcagnano) e poi alla celebre commedia Arsenico e vecchi merletti, diventata con noi Un nozén bón da morir. Ed è con questa commedia, irresistibile, che abbiamo vinto un sacco di premi, soprattutto nel Reggiano, dove ci sono vari festival del teatro dialettale. A Rivalta, a Vezzano sul Cristolo...
Quindi avete continuato a prendere da "classici" del teatro...
Sì, perfino dalla favola di Cenerentola. Da lì è nata La fòla pramzàna. Una straordinaria trasposizione, nella quale, mescolata alla favola di Cenerentola, c'è anche la storia di Parma, in particolare ai tempi dei Farnese. Un grande spettacolo, straordinari costumi (preparati mirabilmente da una nostra ragazza), le gorgere... Con la Fòla abbiamo "sforato" tutto il giro del teatro dialettale. Ma non era finita...







Cioè?
Cioè che poi il nostro "santo protettore" è stato Totò, con il suo film Il medico dei pazzi, tratto da una commedia di Eduardo Scarpetta, che noi abbiamo trasformato in Tùtt màt pr'al zìo. Con questo lavoro, a Vezzano sul Crostolo, abbiamo vinto ben cinque Oscar... A questo punto tutti continuavano a chiederci novità e novità e novità. Ma la... vena... viene quando viene. E così ci siamo fermati un paio d'anni. Adesso ci stiamo preparando per un lavoro nuovo, tratto da Un sarto per signora, di Georges Feydeau. Lo sceneggiatore è sempre Roberto Tinelli. Dovremmo essere pronti per la stagione invernale, cioè tra settembre e ottobre.
In quanti siete in compagnia?
In diciotto. Comunque il numero degli attori in scena dipende ovviamente dalle commedie. Per esempio per il Nozén bón da morir siamo in 12, per la Fòla pramzàna in 14. La prerogativa della nostra compagnia è che le commedie nascono "cucite addosso" agli attori. Ognuno ha la sua parte, non ci sono "doppioni". Se un attore manca, salta la rappresentazione. Queste cose le ho imparate da un grande maestro, Eugenio Pedrelli. Sono orgoglioso di essere cresciuto alla sua scuola. 
È lei il capocomico, il "mattatore"?
No, i capicomici sono finiti ai tempi dei Casalini, dei Clerici, dei Montacchini, dei Lanfranchi, della Cacciani. Nelle nostre commedie non ci sono prime parti. Siamo tutti primi attori. Da noi il "mattatore" non esiste.








L'età media?
In generale tutti giovani. Il più vecchio è oltre i settant'anni, ma in generale siamo intorno ai trena, 35.
Oltre alla sua, con sua moglie Amelia Venturini, ci sono coppie di coniugi o fidanzati?
Sì, e alcune coppie si sono formate proprio in compagnia.
Veneri, sopravviverà il dialetto, secondo lei?
Credo di sì. È micidiale il dialetto. Se impari a parlarlo non lo molli più. La gente in generale lo snobba un po', ma appena lo conosci davvero... E poi dobbiamo ringraziare Franco Ferrari, il presidente della Consulta, che è riuscito a portare la gente a teatro, nei suoi quartieri, a seguire le commedie in vernacolo. E vanno ringraziate anche persone come Carletto Nesti, l'ex assessore, che ha dato una grossa mano a far nascere questo progetto della Consulta. Era sempre presente agli spettacoli. Ricordo che una delle nostre commedie l'ha vista addirittura almeno dodici volte... È nato un bel legame con Nesti. Pensi che quando c'è stato il matrimonio di mia figlia Sabrina, in Comune, abbiamo voluto che ci fosse lui a sposarla..."
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) La compagnia La Risata nella commedia Un nozén bón da morir; 2) Roberto Veneri in Crispén l'à véns al lòt; 3) Lorenza Bianchi e Roberto Veneri in Crispén l'à véns al lòt; 4) Un'altra scena di Crispén; 5) Claudio Ronzoni e Milena del Porto in Un nozén bón da morir; 6) Lorenza Bianchi in Tutt màt pr'al zìo; 7) Maurizio Donelli e Roberto Tinelli in Crispén; 8) Paola Gatto, Roberto Veneri, Amelia Venturini e Maurizio Donelli in Crispén; 9) Amelia Venturini)

lunedì 30 marzo 2009

Alla prova generale della "Tosca"

PUBBLICO ENTUSIASTA
Ottimi auspici per l'opera di Puccini che andrà in scena giovedì - In gran forma Marcélo Álvarez e Micaela Carosi
IL COMMENTO DI PAOLO ZOPPI
La terza opera del cartellone del Teatro Regio si presenta sotto i migliori auspici. La prova generale di oggi pomeriggio ha confermato tutte le aspettative dei melomani parmigiani che si accostano a Tosca con l’entusiasmo che in effetti merita. Marcelo Álvarez si conferma oggi il tenore lirico per eccellenza, timbro limpido, squillante negli acuti e fraseggio morbido. Ben calato nei panni del pittore “volterriano” affronta la partitura pucciniana con sicurezza e con la massima generosità, quasi che invece dell’Anteprima, fosse la serata di gala. Micaela Carosi è una Tosca più che credibile, denota un’ottima assimilazione del personaggio, sicura e svettante nell’aria e nell’impervio finale del secondo atto. Sicura nel Do della “lama” offre, con un eccellente Álvarez, un “Trionfal” di grande effetto. In uno spettacolo complessivamente di ottimo livello, l’anello debole è costituito dallo Scarpia di Marco Vratogna. Il baritono spezzino, non dà al personaggio quell’eleganza, aristocraticità e autorevolezza propria del Barone Scarpia, che affronta invece con piglio libertino e un po’ superficiale. La voce è ruvida e piuttosto ingolata, ma determinato e volenteroso. Bene gli altri comprimari. Suggestivo il Te Deum con il coro sempre all’altezza della situazione. L’orchestra è ben guidata da Massimo Zanetti e solo a tratti è parsa leggermente discontinua. Felice la regia minimalista di Franconi Lee, se non fosse per l’affannosa corsa con cui Angelotti si rifugia in chiesa e per quella dozzina abbondante di crocifissi sul tavolo di Scarpia. Va ricordato comunque che si trattava di una prova generale. Entusiastici gli applausi del pubblico in un teatro gremito, tra cui spiccavano gli autorevoli critici musicali Lorenzo Arruga e Gian Paolo Minardi.  
Paolo Zoppi
(Nelle foto, dall'alto: 1) Paolo Zoppi; 2) Marcelo Álvarez; 3) Micaela Carosi)

Cartolén'ni pramzàni -5-



L'ANGIOLÉN
PU BÉL DAL MÓND...
Proseguiamo la serie delle  "cartolén'ni pramzàni" con questa bella interpretazione dell'Angiolén dal Dòm di uno dei più assidui lettori di Pramzanblog, Maganuco ©. Tutti i lettori di Pramzanblog possono inviare una fotografia della "loro" Parma, allegando possibilmente una breve frase in dialetto, non necessariamente legata alla foto. Pramzanblog provvederà poi all'impaginazione. Tutte le cartoline possono essere scaricate e inviate, senza modifiche, agli amici.
(CLICCARE SULLA FOTO PER INGRANDIRLA)

Quelle che il basket...

Girone di ritorno - penultima giornata
FAMILA SCHIO 81
LAVEZZINI PARMA 55
Classifica: Cras Basket Taranto 38; Famila Wüber Schio 38; Umana Venezia 36; Club Atletico Faenza 32; Lavezzini Parma 30; Bracco Geas Sesto San Giovanni 28; Acer Erg Priolo 28; Pool Comense 22

Il concerto lirico all'Auditorium del Carmine

SI APRIRÀ CON IL "NABUCCO"
Grandi musiche di Verdi, Puccini e Bizet nel concerto di sabato prossimo, che sarà aperto dalla Corale Verdi con "Gl arredi festivi", dal "Nabucco" - In scena il tenore Marco Berti, il soprano Lucetta Bizzi e il baritono Luca Salsi - "Tengo in serbo qualche sorpresa", dice l'organizzatore Paolo Zoppi - Incasso interamente devoluto alla Lilt

Grande attesa per la prima della "Tosca" al Regio, ma anche per il Grande Concerto Lirico di due giorni dopo, sabato 4 aprile, all'Auditorium del Carmine, organizzato da Paolo Zoppi, il presidente dell'Associazione Amici della Lirica del Cral CariParma. Concerto, come già scritto su Pramzanblog, con interpreti d'accezione: il tenore Marco Berti, il soprano Lucetta Bizzi, il baritono Luca Salsi, la Corale Verdi diretta dal maestro Fabrizio Cassi e il maestro Martino Faggiani al pianoforte.
Quale la scaletta della serata?
"La scoprirà il pubblico, leggendo il programma la sera stessa del concerto", dice Zoppi. "Ma posso già anticipare che la serata (inizio ore 20,30) si aprirà con la Corale Verdi che eseguirà "Gli arredi festivi", il celebre brano che apre il Nabucco. In tutto saranno proposti undici brani, tratti dalle musiche immortali di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Georges Bizet". Zoppi (che è "Falstaff" nel Club dei 27) non vuole sbilanciarsi troppo perché vuole tenere in serbo qualche sorpresa, che tirerà fuori dal cilindro sabato sera. Marco Berti si esibirà in tre o quattro brani, uno in duetto con Lucetta Bizzi, mentre per il momento c'è una piccola suspense riguardante il baritono sansecondino Luca Salsi. "Luca", dice Zoppi "ha garantito la sua presenza al concerto, però bisogna tenere presente che la serata all'Auditorium del Carmine cade proprio tra due sue esibizioni al Teatro Comunale di Modena nell'Ernani, nella parte di don Carlo: la sera prima, venerdì 3 aprile, e il pomeriggio dopo, domenica 5. Qualche dubbio resta. Ma lui dice che canterà".
I biglietti per i Grande Concerto Lirico sono in vendita presso l'Editore Azzali, in via Carducci 22, al prezzo "popolare" di 15 euro (10 per i soci del Cral Cariparma). L'incasso è totalmente devoluto in beneficenza: è destinato infatti alla Lilt, la Lega Italiana Lotta contro i Tumori.

MARCO BERTI in Nessun dorma, dalla Turandot
MARCO BERTI in Oh mio fiore mattutino, dalla Turandot
MARCO BERTI in Di quella pira dal Trovatore
LUCETTA BIZZI in Oh mio babbino caro, dal Gianni Schicchi
LUCETTA BIZZI in Valzer di Musetta, dalla Bohème
LUCETTA BIZZI in Tu che di gel, dalla Turandot
LUCA SALSI in Oh prodi miei sorgete, dal Corsaro
LUCA SALSI in Alfin questo corsaro è mio prigione, dal Corsaro
CORO DEL COLON in Gli arredi festivi, dal Nabucco

(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Marco Berti nella "Carmen" di Bizet; 2) Lucetta Bizzi; 3) Luca Salsi; 4) La locandina del concerto; 5) L'organizzatore, Paolo Zoppi; 6) L'ingresso dell'Editore Azzali, in via Carducci 22, dove sono in vendita i biglietti)

In attesa della "prima" di giovedì al Regio

TOSCA, L'OPERA SCIPPATA
Giacomo Puccini ottenne i diritti del dramma di Victorien Sardou strappandoli a un altro compositore italiano, Alberto Franchetti - La prima rappresentazione, al Teatro Costanzi di Roma, il 14 gennaio 1900, cominciata con l'incubo di un attentato, si concluse con un mezzo fiasco
OGGI ALLE 18, LA PROVA GENERALE
Anche i bambini sanno che Tosca, l'opera che andrà in scena giovedì prossima al Teatro Regio, interpretata da Micaela Carosi, Marcelo Álvarez e Marco Vratogna (direzione di Massimo Zanetti) è uno dei capolavori di Giacomo Puccini. Ma forse non tutti sanno, o hanno dimenticato, che il grande compositore lucchese quest'opera celeberrima, tratta dal dramma di Victorien Sardou, la "scippò" a un collega, il torinese Alberto Franchetti. Andò così. Nel febbraio 1889, Puccini, che fino ad allora aveva messo in scena soltanto Le Villi, cinque anni prima e stava preparando Edgar, assistette a Milano a una rappresentazione del dramma di Sardou, con Sarah Bernhardt. Ne rimase entusiasta e chiese al suo editore, Giulio Ricordi, di interessarsi per ottenere i diritti. Ricordi contattò Sardou, che però "nicchiò", perché a suo parere il compositore italiano era ancora abbastanza sconosciuto. Sei anni dopo (nel frattempo erano già state rappresentae Edgar e Manon Lescaut, ed era in gestazione la Bohème), Puccini rivide il dramma di Sardou, sempre con la Bernhardt e tornò alla carica con Ricordi. Gli scrisse: "In questa Tosca vedo l'opera che ci vuole per me, non di proporzioni eccessive, né come spettacolo decorativo, né tale da dar luogo alla solita sovrabbonanza musicale". Ricordi aveva già ottenuto da tempo da Sardou l'ok per l'adattamento dell'opera, e aveva affidato l'incarico di stendere il libretto a Luigi Illica, e di scrivere la musica a Franchetti, già abbastanza noto per la sua Cristoforo Colombo, andata in scena alla Scala nel 1893. Puccini però non desistette. Scrisse a Ricordi: "Tu non immagini il desiderio che provo per Floria, è ancora più forte di quello di Scarpia". A quel punto l'editore, contagiato dall'entusiasmo di Puccini, e d'accordo con Illica, persuase Franchetti a rinunciare alla sua "Tosca". E Franchetti, che aveva già ceduto i diritti dell' Andrea Chenier a Umberto Giordano, accettò. Puccini incontrò due volte Sardou per rivedere il libretto di Illica e ottenne la sopressione di tutto il secondo atto. Poi, mentre a Giuseppe Giacosa fu affidata la versificazione del libretto, si mise al lavoro all'inizio del 1898. Visitò Castel Sant'Angelo e concluse la partitura nel settembre 1899, quindi 110 anni fa. L'opera andò in scena il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, sotto la direzione di Leopoldo Mugnone. La "prima", con Hariclea Darclée (Floria Tosca), Emilio De Marchi (Cavaradossi) e Eugenio Giraldoni (Scarpia) fu attesa come un grande evento, perché vi assistettero Pietro Mascagni, lo stesso Franchetti, lo "scippato" e addirittura la Regina Margherita. Fu proprio la presenza della regina a creare un'atmosfera di grande suspense.
Si temette un attentato degli anarchici.
E un quarto d'ora prima dell'andata in scena, un funzionario di polizia si presentò nel camerino del direttore d'orchestra, il mestro Mugnone, informandolo della minaccia, giunta all'orecchio della polizia, che durante l'esecuzione fosse buttata una bomba in teatro. In questo caso avrebbe dovuto attaccare immediatamente l'inno nazionale! Mugnone tenne nascosta la cosa a Puccini e scese nella fossa d'orchestra come un condannato a morte. L'opera cominciò con un presagio funesto. Le prime battute furono accolte da bisbigli e rumori che giunsero a una tale intensità da non sentire più orchestra e cantanti. Dal pubblico si levarono grida di "Basta! Giù il sipario!" e Mugnone si fermò, tremante, lasciando l'orchestra. Ma la causa della confusione non era il prologo di un attentato (che non avvenne) ma numerosi ritardatari che avevano cercato di forzare uno degli ingressi in sala, sollevando le violente proteste di coloro che erano già seduti. Ristabilita la calma, l'opera ricominciò da capo e la rappresentazione si svolse indisturbata fino alla fine. Ma fu accolta senza calore, sia dalla critica, sia dal pubblico. Per diventare subito dopo, con le successive rappresentazioni, un nuovo grande trionfo di Puccini. Al Costanzi si ebbero più di venti repliche a teatro esaurito, e l'anno stesso l'opera andò in scena in molte altre città italiane. Nel giro di tre anni Tosca fu rappresentata in tutto il mondo.
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Il primo libretto di "Tosca"; 2) Giacomo Puccini con Luigi Illica; 3) Alberto Franchetti, il compositore "scippato"; 4) L'editore Giulio Ricordi; 5) La prima "Tosca", Hariclea Darclée; 6) Il primo "Scarpia", Eugenio Giraldoni)

domenica 29 marzo 2009

Cór crozè: l'opinione di Michelotti

MERITAVAMO DI VINCERE
PARMA - PIACENZA 1-1 Al Pärma l'ärìss meritè 'd vénsor, mo l'à parzè. Pchè. Comunque è stato un bell'incontro.  A 'm son divartì.
Com'è andata, in generale, questa partita?
Si è giocato su un campo impossibile, a gnäva zò n'àcua dla Madònna e a gh'éra da schivär il pòci. Il Piacenza ha avuto soltanto dieci minuti buoni, nel secondo tempo, e sono stati sufficienti per  conquistare un punto. Sono un po' deluso, perché la vittoria ci stava, eccome.
Che cosa puoi dire del primo tempo?
Ottimo. A parte il bel gol di Budel, i crociati hanno fatto sette tiri in porta... Tutti hanno giocato alla grande. Non c'è stata partita. Si poteva finire il tempo anche per 3 a 0.
E nel secondo?
Nell'occasione del pareggio del Piacenza la difesa l'à dormì. L'à gh'à piantè  un pìzol... Abbiamo avuto un black-out (incó a vój parlär ànca in inglés...) per dieci minuti. Poi i crociati hanno ripreso in mano le redini della partita, ma loro avevano Cassano, il portiere dei miracoli. 
Pavarini?
Bene. L'à fat du béli parädi.
Un giudizio sulla difesa?
Bene. Oggi non mi sento di fare cattive osservazioni a nessuno.
E il centrocampo?
Nel secondo tempo Budel, stanco, è stato sostituito da Mariga, freschisimo reduce dalla partita giocata con il Kenia. Second mi l'è gnù a pè...
Dell'attacco che cosa dici?
Paloschi, nonostante al càmp treménd, l'à córs par tùtta la partìda. Del resto, se al ne còrra mìga lu ch'al gh'à vint'àn, a gh'ò da còrror mi ch'a gh'n'ò cuäsi otànta?
Il migliore del Parma?
Tutti bravi. A pari merito.
Il peggiore?
Anche qui stesso discorso. Perché non voglio infierire sul solito Budel. Che ha fatto un gol bellissimo ma dòp l'è tornè in-t-la sòvva. 'Na bìssa scudlära. Però il timbro del peggiore non glielo do.
Un voto a Guidolin.
Un bel sei più.
E al pubblico?
Il massimo. Grande, come sempre. Se l'avìss podù, l'avrìss sgné lu.
Pramzan45
MICHELOTTI VISTO DA FORNACIARI

Alberto Michelotti interpretato dal grande fotografo parmigiano Edoardo Fornaciari /CLICCARE PER INGRANDIRE/( © Copyright / VIETATA LA RIPRODUZIONE SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELL'AUTORE)

A un anno dalla tragica fine di Matteo Bagnaresi

LA CURVA NORD NON DIMENTICA
Oggi è il giorno del "derby" tra Parma e Piacenza, ma per gli "ultras" dei Boys 1977 (così come per tutti i tifosi del Parma) è soprattutto il giorno in cui si ricorda Matteo, il tifoso travolto e ucciso il 30 marzo 2008 da un pulmann della tifoseria juventina in un'area di servizio sulla A21, mentre si recava a Torino per assistere a Juventus - Parma

Cartolén'ni pramzàni -4-

ALTRO CHE
ARC DE TRIOMPHE...
Questa è la quarta "cartolén'na pramzàna" (cliccare per ingrandire). La foto è stata scattata al Portone di San Lazzaro durante la mostra su Correggio dall'amico (non parente) Angelo Mezzadri ©. Tutti i lettori di Pramzanblog possono inviare una foto della "loro" Parma, allegando possibilmente una breve frase in dialetto, non necessariamente legata alla foto. Pramzanblog provvederà poi all'impaginazione. Tutte le cartoline possono essere scaricate e inviate, senza modifiche, agli amici.

sabato 28 marzo 2009

Rugby Parma: oggi è andata così

PETRARCA 26 - OVERMACH 35
È tornato il campionato e, dopo il trionfo in Coppa Italia, nella seconda giornata del girone di ritorno, l'Overmach Rugby Parma ha ricominciato a vincere anche in Super10 al Plebiscito di Padova, battendo il Carrera Padova per 35 a 26, con quattro mete (due di Pedersen, una di Rubini e una di Irving) e conquistando così il bonus. Questa la classifica in questo momento: Viadana 43, Benetton Treviso 37 (una partita in meno), Overmach 37, Calvisano 33, Rovigo 29, Petrarca e Futura Park 18, Gran Parma 15, Casinò Venezia 14, Almaviva Capitolina 13 .
Marcatori: Pt: al 2' Bertetti tr. Mercier (7-0); al 23' cp Mercier (10-0); al 28' cp. Irving (10-3); 29' cp Mercier (13-3); al 32' m. Pedersen tr. irving (13-10); al 37' m. Pedersen tr. Irving (13-17); al 39' m. Rubini tr. Irving (13-24); St: al 2' cp Irving (13-27); al 9' cp Mercier (16-27); al 12' cp Mercier (19-27); al 20' m. Laega tr Mercier (26-27), al 27' m. Irving (26-32); al 40' cp Mazzariol (26-35). Man of the match: Barry Irving
IL COMMENTO A CALDO DI BERSELLINI
"È stata una partita strana, che abbiamo vinto meritatamente, ma che in certi periodi ci ha visto in grossa difficoltà. Per esempio all'inizio, nei primi venti, venticinque minuti, quando siamo stati dominati da loro. E infatti ci siamo trovati sotto per 10 a 0. Poi in sette minuti, dal 32° al 39° siamo riusciti a fare tre mete e la musica è cambiata radicalmente.E nel secondo tempo, con la meta di Irving, derivata da un intercetto, ci siamo conquistati anche il bonus, così abbiamo aggiunto cinque punti alla nostra classifica. Il migliore dei gialloblu? Tutti bravi. Ma in particolare oggi mi è piaciuto Emerick. Bene anche i due reduci dalla Nazionale di Mallet, Rubini, che ha messo a segno una bella meta e Quartaroli, che è entrato negli ultimi minuti. Insomma, anche questa partita è andata. Anche se non finiva mai: l'arbitro ha decretato ben 12 minuti di recupero! Adesso abbiamo ancora sette partite prima della conclusione della regular season. Non facciamo programmi, strategie. Ogni partita ha una storia a sé e nelle prossime settimane penseremo agli avversari uno per volta. Cominciamo da sabato prossimo: ospiteremo a Moletolo il Casinò Venezia".
(NOTA - L'altra squadra parmigiana di Super10, il Plus Valore Gran Parma, ha perso 19-25 contro il Futura Park Roma)

Quelli che gli anni Sessanta...

SI DICE BEATLES
SI LEGGE SHOUT!

Il 19 aprile al Theatro del Vicolo si esibiranno gli Shout! con la nuova formazione, nella quale è stato inserito il chitarrista jazz Jacopo Delfini
Amate i The Fabulous Four? Gli indimenticabili Beatles? Siete presi dallo struggente desiderio di far rivivere (o di scoprire) la magia degli anni Sessanta? Allora tenetevi liberi la sera del 19 aprile perché al Theatro del Vicolo, in vicolo Asdente, proprio di fronte alla Corale Verdi, per la serie di spettacoli "Quei favolosi anni '60", sono in scena gli Shouts!. Con la nuova formazione. Che è questa: Giampaolo Bertuzzi (voce leader e chitarra acustica), Thierry Binelli (batteria), Gianfranco Pinto (tastiere e cori), Franz Dondi (basso) e il nuovo arrivato nel gruppo, il cremonese Jacopo Delfini, ottimo chitarrista jazz (chitarra e cori). Serata magica, da non perdere, con questo storico gruppo parmigiano che, dopo una "dormita" di una decina d'anni, è tornato sulla scena più agguerrito che mai con il suo repertorio rigorosamente "beatlesiano".
(Nella foto, da sinistra: Franz Dondi, Gianfranco Pinto, Jacopo Delfini, Thierry Binelli e Giampaolo Bertuzzi)

Questa sera dalle 20,30 alle 21,30

L'ORA DELLA TERRA
SCOCCA ANCHE
SUI PONTI DI PARMA
L'iniziativa, nata in Australia e giunta alla terza edizione, ha lo scopo di sensibilizzare i popoli alla riduzione dei consumi energetici
- Proposta: una cenetta a lume di candela
Questa sera, dalle 20,30 alte 21,30, se vi capita di passare dalle parti di cinque ponti sulla Parma (Dattaro, Italia, Caprazzucca, Ponte di mezzo e Verdi) non preoccupatevi. In quell'ora li troverete senza illuminazione, ma non si tratterà né di un black-out, né di oscuramento "da guerra", bensì di un oscuramento "da pace". Oggi infatti scatta, a Parma come in tantissime altre città nel mondo, la "Earth Hour", l'"Ora della Terra". Si spegneranno le luci di "icone" mondiali, come la Tour Eiffel, il Colosseo, le Cascate del Niagara, le piccole isole Chatham nel Pacifico e il più alto grattacielo del mondo, il Taipei 101, in Cina. Che cos'è l'Ora della Terra è spiegato molto bene nella scheda di Wikipedia, alla quale rimando. Qui posso però dire che l'iniziativa è stata promossa nel 2007 dal WWF australiano, a Sydney, per richiamare il mondo sulla necessità di ridurre i consumi energetici e di conseguenza combattere più efficacemente il riscaldamento del pianeta. La prima edizione, due anni fa, è avvenuta il 31 marzo, la seconda, l'anno scorso, il 29 marzo (in Italia furono spenti il Colosseo, a Roma e il municipio di Venezia, Ca' Farsetti).
L’edizione 2009 ha incontrato anche a Parma la sensibilità dell’Amministrazione comunale. In particolare, grazie all’assessore Paolo Zoni, che ha predisposto la decisione di giunta giovedì scorso e all’assessore Cristina Sassi, che ha inviato la richiesta ai tecnici competenti per provvedere allo spegnimento delle luci dei cinque ponti. Il Comune invita i cittadini a spegnere le luci durante l’Ora della Terra. Sarà un po' dura, forse, rispettare questo invito. Però, una bella cenetta a lume di candela... Romantica come idea, no?

venerdì 27 marzo 2009

Cartolén'ni pramzàni -3-

LA DOWING STREET PARMIGIANA...
Ecco la terza "cartolén'na pramzàna" (cliccare sulla foto per ingrandire) scattata in Via della Salute (da qualcuno chiamata la "Dowining Street parmigiana") dall'amico Aristide Tedeschi ©. Ogni lettore può inviare una foto della "sua" Parma, allegando possibilmente una frase in dialetto. Pramzanblog provvederà poi all'impaginazione. Tutte le cartoline possono essere scaricate e inviate, senza modifiche, agli amici.

Quelli che il teatro dialettale -3-

Nuova Corrente
"A SÈMMA LA NOUVELLE VAGUE
DAL TEÀTOR DJALETÄL
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"La nostra compagnia è nata attorno alla metà degli anni Settanta", dice Aldo Pesce, il fondatore - "Portiamo in scena anhe Molière e Shakespeare, debitamente tradotti in parmigiano" - "I giovani, purtroppo, scarseggiano" - "Domani sera, al teatro di Carignano, rappresentiamo "Se tutt va bén fnìmma in galéra"
La terza puntata della serie "Quelli che... il teatro dialettale" è dedicata alla Compagnia "Nuova Corrente", che domani sera, 28 marzo, al teatro di Carignano, nell'ambito della "Stagione dialettale parmigiana 2009", metterà in scena Se tutt va bén a fnìmma in galéra. L'anima di questa compagnia ha un nome e un cognome: Aldo Pesce. Sessantasei anni (da compiere il primo giugno), madre parmigiana (una Pelosi, quelli della drogheria) , padre genovese, ultimo di cinque fratelli. E il teatro nel sangue. ("Già da piccolino elaboravo a mio modo le favole e le rappresentavo in cortile, con gli amichetti"). L'infanzia a Parma, poi orfano di madre, poi il padre che si risposa e lo porta a vivere sulla Riviera del Brenta. Lui che già a 15 anni si mette a lavorare. ("Le superiori le ho fatte a cinquant'anni"). Poi torna a Parma e diventa tecnico radiologo. E più tardi prende il diploma di assistente comunale infantile.


E il teatro?
Il teatro è stato ed è la mia vita. Dirigevo una compagnia di ragazzi quando ero in Veneto, poi al ritorno a Parma sono entrato nel gruppo di San Benedetto, fino a quando ho fondato la Compagnia
I Nuovi, assieme a Alessandro Bottura
Poi la compagnia si è sciolta...
Sì. Per vari motivi, di carattere artistico. Ma ne ho fatta nascere subito un'altra. Appunto, la Nuova Corrente, che c'è ancora adesso ed è viva e vegeta, anche se siamo rimasti in otto. È nata verso la metà degli anni Settanta.








In otto?
Sì. i giovani scappano. Ce n'è sempre meno disposti a calcare i palcoscenici del teatro dialettale. Vengono, si fermano un po', e se ne vanno. Non c'è più la volontà di impegnarsi. Qualcuno dice: "Ma come, devo venire anche per le prove?". Trovano insuperabile la necessità di riunirsi un paio di volte la settimana per le prove...
Perché avete scelto il nome Nuova Corrente?
In omaggio alla Nouvelle Vague francese. La nostra "novità" consisteva nel dimostrare che si poteva fare del tearo dialettale anche recitando classici. Era un modo come un altro per valorizzare il nostro dialetto. Abbiamo portato anche qualche piccola "rivoluzione". Per esempio prima le parti dei nobili, degli avvocati, dei professionisti, dei ragazzini, erano recitate in italiano. Io invece ho imposto il dialetto a tutti.
Come sceglieva gli attori?
Con oculatezza. C'erano le ragazze, soprattutto, che il dialetto lo conoscevano poco e allora le mandavo in Ghiaia, a imparare quello vero. Non basta il lessico, vede, bisogna imparare la "dòga", il modo con il quale si pronuncia il dialetto. La sua musicalità... E pensi che c'è già diversità di qui e di là dall'acqua.... Il dialetto popolare, quello dell'Oltretottente, è più strascicato. Quello del centro è più stretto.








Quali sono state le prime commedie messe in scena dalla "Nuova Corrente"?
Eravamo alla metà degli anni Settanta. Cominciai allora a tradurre in dialetto in classici. Mettemmo anche in scena tre farse di Dario Fo.
Non fu difficile trasformare in commedie dialettali dei classici?
Be', non fu facilissimo. Però mi fu di grande aiuto l'esperienza che avevo fatto con il Teatro due in uno spettacolo fatto per la ricorrenza della Liberazione. Uno spettacolo con i Clerici, Montacchini, Lanfranchi, che si intitolava
Benvgnùda Libartè. Un grande successo. Cinquantasette repliche.
E poi?
Poi abbiamo proseguito per la nostra strada, con la traduzione di classici. Come
L'ispettore generale, di Gogol. E poi L'avaro, di Molière, che è diventato, in pramzàn, Pelagràma. Centocinquanta repliche, ovviamente in diverse annate. Questa commedia continuano a chiedercela. E poi Le allegre comari di Windsor, che io ho tradotto da una versione francese, perché il dialetto parmigiano è francofono, c'è più affinità. E poi naturalmente il genere vaudeville, Feydeau...












E di parmigiano - parmigiano, niente?
Be', certo, c'è anche quello. Abbiamo in repertorio commedie che ho scritto io, come Putòst che gnénta l'è méj putòst, Doppi cùmmel, Bècch äd fér, Operasjón euro, Se tutt va bén fnìmma in galéra, che rappresentiamo domani sera a Carignano. È una commedia che abbiamo rappresentato la prima volta vent'anni fa e che abbiamo ripreso due anni fa. Ora sto montando la commedia Pioción.












La Consulta dialettale ha dato una grossa mano al vostro teatro, vero?
Certamente. Ci ha permesso di avere un contatto diretto con le istituzioni. Ci sono stati personaggi influenti della città che  hanno dato a tutto il movimento del teatro dialettale una grossa mano. Vedi l'ex sindaco Elvio Ubaldi. Vedi l'ex assessore Carletto Nesti, che ha creduto tantissimo nell'espressione del teatro dialettale.
Poi arriverà il Teatro Guareschi di viale Mentana...
Be', sarà una gran cosa. Sarà una vetrina importante.
Ha un futuro il dialetto?
Sì, se si riuscirà a stimolarne la divulgazione nelle scuole. Il problema sta tutto lì.
Lo parleranno anche  i "nuovi parmigiani", cioè quelli che sono venuti qui da Paesi lontani?
Perché no. Ho visto un extracomunitario pronunciare una battuta in dialetto: era felice. Anche il dialetto può essere un mezzo di integrazione.
Che cos'è per lei la parmigianità?
È il senso ironico di vedere il mondo. È la torlida. È il gusto della battuta, costi quel che costi. È anche quel modo un po' distaccato, un po' snob, di affrontare la vita.
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Aldo Pesce in "Se tutt va bén"; 2) La compagnia in una foto di qualche anno fa nella commedia "Operasjón euro": da sinistra Giannino Lanzi, Giorgio Parizzi, Sonia Iemmi, Stefania Secchi, Gabriella Berziga e lo scomparso Natale Ciravolo; 3) Aldo Pesce con Gabriella Berziga in "Al padrón dal vapór"; 4) Aldo Pesce in "Mi, ti e to mädra"; 5) La compagnia nella commedia "Se tutt va bén fnìmma in galéra"; 6) "La bàla al pè", con Aldo Pesce, Fabrizio Ferri e Roberto Pezzani; 7) Giannino Lanzi in ""Se tutt và bén fnìmma in galéra")