O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént.


sabato 7 febbraio 2009

Sarà celebrato martedì 10

IL GIORNO DEL RICORDO
Domani alle 11 presentate alla Villetta le iniziative
Dopo la "Giornata della memoria", per non dimenticare gli atroci crimini nazisti, torna ogni anno, dal 2004, anche il "Giorno del ricordo", per rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Anche a Parma, come in tutta Italia, sarà solennizzata questa giornata e per questo domani mattina alle 11, presso l'ingresso principale della Villetta, la delegazione provinciale di Parma dell'ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia) guidata dalla responsabile, Roberta Negriolli, incontrerà la stampa e i cittadini per illustrare le motivazioni, gli scopi e le attività dell'Assoiazione e il significato del "Giorno del Ricordo". L'Ade, presieduta da Carletto Nesti, si unirà ai sentimenti dell'ANVGD ricordando, il 10 febbraio, a tutti i visitatori, la storia di quell'esodo e la tragedia dei connazionali istriani.

2 commenti:

Carletto Nesti ha detto...

ADE SpA – CIMITERI DI PARMA – Luoghi della Memoria .446


“ANNIVERSARI DI OGGI”: 10 FEBBRAIO
Foglio settimanale di ADE SpA Parma - Anno VI - N.446 Edizione del 10.02.09
Selezione di anniversari, ricorrenze, eventi e personaggi legati alla giornata del 10 Febbraio 2009

GIORNO DEL RICORDO
Oggi la giornata in memoria delle Foibe a 62 anni dal Trattato di Parigi

Oggi è il Giorno del Ricordo, istituito nel 2005 per ricordare gli eccidi di coloro che si opponevano alla politica di Tito, avvenuti tra Trieste, Istria e Dalmazia tra il ’43 e il ’45.
Secondo l’Anvgd è «un’occasione per riaffermare la nostra identità, nello spirito dell’unità dell’Europa e dell’Occidente e nella piena sintonia con i valori fondanti della nostra Costituzione. Spetta a tutti gli Italiani dare a questa ricorrenza un contenuto di memoria comune, perché non divenga occasione di strumentalizzazioni di parte,in un senso o nell’altro».
L’Anvgd (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) esprime «la soddisfazione per tutte le attività istituzionali e non che hanno luogo in questi giorni relativamente al Giorno del Ricordo», giornata in cui «si tiene viva la memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano - dalmata e dalle vicende del confine orientale avvenute dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».
Il documento dell’associazione continua:«Dopo sessanta anni di storia e tre generazioni si è attuata l'operazione verità su alcune pagine buie del dopo armistizio, momento in cui si sono visti 350mila italiani istriani epurati e spogliati delle proprie terre,delle proprie radici italiane dai comunisti titini».
«Nessuno è stato esente da colpe e tale ricorrenza non deve portarci a guardare indietro con rancore,ma guardare avanti con fiducia nella costruzione di una nuova società» conclude l’Anvgd.


IO RICORDO E TU?
10 febbraio 1947 - 10 febbraio 2009
Riflessioni a sessantadue anni dalla firma del Trattato di Parigi

A cinque anni dall’istituzione della Giornata del Ricordo, va riconosciuto che tanto è stato fatto per restituire un pezzo di storia alla memoria nazionale, ma che ancora molto deve essere fatto per renderla definitivamente parte del patrimonio spirituale del nostro popolo. In quest’anno, in cui ricorre il 62° anniversario della firma del Trattato di Pace, abbiamo ritenuto di contribuire, senza presunzione alcuna, a questa delicata opera di ricostruzione storica, con le pagine che seguono, ancora una volta per conoscere, stimolare e sollecitare a ricordare quanto è accaduto.
Parigi 10 febbraio 1947, nel Salone dell'Orologio del Quai d'Orsay l'Italia firma il Trattato di pace. Sin dalle premesse si evince che i 90 articoli che lo compongono sono punitivi e che poche concessioni vengono fatte all'Italia. Vi si legge infatti:
“Premesso che l'Italia sotto il regine fascista ha partecipato al Patto tripartito con la Germania ed il Giappone, ha intrapreso una guerra di aggressione (…) e che ad essa spetta la sua parte di responsabilità nella guerra, e Premesso che a seguito delle vittorie delle forze alleate e con l'aiuto di elementi democratici del popolo italiano, il regime venne rovesciato il 25 luglio 1943 e l'Italia essendosi arresa senza condizioni, firmò i patti d'armistizio il 3 e 29 settembre del medesimo anno; e Premesso che dopo l'armistizio suddetto Forze Armate italiane, sia quelle governative che quelle appartenenti al Movimento della Resistenza, presero parte attiva alla guerra contro la Germania, l'Italia dichiarò guerra alla Germania alla data del 13 ottobre 1943 e così divenne cobelligerante nella guerra contro la Germania stessa; e (…)”.
In realtà l'Italia ha tentato, seppur con scarso successo, di evitare clausole così punitive e per un anno e mezzo nel corso delle varie riunioni dei Ministri degli Esteri alleati per la preparazione e la redazione del Trattato, il governo di Roma ha cercato di sottrarsi alle condizioni più svantaggiose: cessioni territoriali, rinuncia alle colonie, riduzione degli armamenti. Si dice che l'Italia firmò protestando e Nenni, sul suo diario, scrisse la sera del 10 febbraio “consumatum est”. Tuttavia, il prezzo della pace non è stato uguale per tutti gli italiani poiché quello più alto è stato pagato dalle popolazioni dell'Istria e della Dalmazia che già durante la guerra hanno patito occupazioni, deportazioni, la morte nelle foibe ed ora sono costrette all'esodo.
La questione del confine orientale ha focalizzato buona parte delle discussioni sia in seno al Governo italiano, sia tra gli Alleati. In realtà però le decisioni che riguardano la definizione del confine tra l'Italia e la Jugoslavia sono state prese dai Quattro Grandi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Francia) che relegano Roma e Belgrado al ruolo di comparse. Inoltre, proprio sulla determinazione della frontiera giuliana, sono cominciate sin da prima della fine della seconda guerra mondiale, ad abbozzarsi i primi attriti tra anglosassoni e sovietici che sfoceranno in seguito nella guerra fredda. Per l'URSS, l'assegnazione di Trieste e del Litorale alla Jugoslavia rappresenta il coronamento della secolare aspirazione russa: affacciarsi finalmente ai mari caldi. Per raggiungere questo obiettivo i Sovietici non mancano di ribadire il concetto della pace punitiva per l'Italia che ha attaccato l'URSS e smembrato la Jugoslavia. Per gli Anglosassoni, invece, si tratta non soltanto di contenere le ambizioni russe ma anche di portare l'Italia, la cui posizione ha una notevole importanza strategica, nella propria zona d'influenza.

Lo scontro per definire un tracciato che definisca il confine tra Roma e Belgrado spinge gli Alleati ad inviare sul campo una commissione di esperti col compito di individuare la frontiera secondo la divisione etnica che, tenendo anche presenti i fattori economici della regione, lasciasse una quantità minima di abitanti, appartenenti all'una o all'altra nazionalità sotto dominazione straniera. Nel marzo-aprile 1946 la commissione visita la Venezia Giulia (ma non Fiume, Zara, Cherso e Lussino) e presenta un rapporto finale nel quale sono proposti ben quattro tracciati della linea di frontiera. La linea sovietica è la più sfavorevole all'Italia perché se non lascia alcuno slavo in Italia, consegna ben 600.000 Italiani alla Jugoslavia. La linea francese toglie all'Italia l'Istria sud-occidentale, attribuendo le italianissime città di Pola, Rovigno e Parenzo alla Jugoslavia, quella inglese priva l'Italia delle miniere di carbone dell'Arsa mentre la più equa è quella americana che riprende la demarcazione proposta nel 1919 dal presidente degli USA Wilson.
La questione del confine orientale non trova soluzione e per uscire dall'empasse, gli alleati decidono l'internazionalizzazione di Trieste e della zona intorno alla città. L'art. 3 del Trattato definisce il confine tra l'Italia e la Jugoslavia e l'art.4 fissa i confini del Territorio Libero di Trieste che avrebbe dovuto essere governato dalle Nazioni Unite. Il TLT è diviso in due zone: la Zona A da Duino a Muggia, con Trieste che resta sotto l’amministrazione anglo-americana, mentre la Zona B (da Capodistria a Cittanova) è data in amministrazione alla Jugoslavia. Si tratta quindi di amministrazione e non di cessione territoriale. Il Trattato stabilisce inoltre che, al momento della sua entrata in vigore, le truppe angloamericane abbandoneranno la regione giuliana, ad eccezione del TLT, mentre truppe italiane entreranno a Gorizia e a Monfalcone. Ma, sin dal 1947, l'Amministrazione jugoslava si caratterizza per l'accelerazione del processo di integrazione della Zona B al territorio e all'economia jugoslava.
Il 20 marzo 1948 Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna firmano la nota tripartita nella quale, dopo aver accertato che nella Zona B la Jugoslavia ha “adottato nella zona misure tali da compromettere la possibilità di creare un Territorio Libero”, propongono la restituzione del Territorio Libero di Trieste all'Italia. L'8 ottobre 1953, Inghilterra e Stati Uniti informano Roma e Belgrado di voler ritirare le loro truppe da Trieste passandone l'amministrazione civile all'Italia. La questione del confine orientale italiano viene ormai ad inserirsi in un contesto internazionale assai sfavorevole all'Italia poiché la rottura tra Tito e Stalin del 1948, il clima di guerra fredda che ormai caratterizza quegli anni hanno indotto gli anglo-americani ad assumere nei confronti della Jugoslavia un atteggiamento più conciliante nella speranza di allontanarla definitivamente dall'Unione Sovietica. Per questo, è fondamentale per Washington e Londra chiudere la questione senza scontentare troppo Tito. Il 5 ottobre 1954 è firmato a Londra il Memorandum d'Intesa tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Jugoslavia e Italia che cede l'amministrazione civile della zona A all'Italia e quella della Zona B alla Jugoslavia. Per la verità, per consentire alla Slovenia di avere uno sbocco al mare si attribuiscono alla Jugoslavia una ventina di villaggi che prima si trovavano entro i confini della Zona A. Viene inoltre specificato che gli appartenenti al gruppo etnico jugoslavo, nella Zona amministrata dall'Italia e quelli del gruppo etnico italiano, nella Zona amministrata dalla Jugoslavia, devono godere della parità di diritti e di trattamento con gli altri abitanti delle due Zone. Questa clausola, rispettata dagli italiani è completamente disattesa dalla Jugoslavia.
Occorre sottolineare che il Memorandum parla di amministrazione civile e non di sovranità, quindi giuridicamente non si tratta ancora di una cessione territoriale. Sarà il Trattato di Osimo, sottoscritto il 10 novembre 1975 nei pressi di Ancona dai ministri degli Esteri italiano e jugoslavo a sancire la definitiva divisione del territorio stabilita nel 1954. Alla Jugoslavia è ceduta, da parte dell'Italia, la sovranità territoriale della Zona B giustificandolo come “l'adeguamento dello stato di diritto allo stato di fatto”.
Se il Trattato di pace viene definito l'“epilogo di una tragedia”, in realtà, per la popolazione giuliana è l'inizio della catastrofe. Il Trattato di Parigi contiene normative che riguardano specificamente la popolazione di nazionalità italiana residente nei territori ceduti alla Jugoslavia. L'articolo 19, in particolare, sancisce che i cittadini italiani, i quali al 10 giugno 1940 risiedono nei territori ceduti, diventeranno cittadini jugoslavi, godendo dei diritti politici e civili del nuovo Stato. La Jugoslavia, però, è tenuta entro tre mesi dall'entrata in vigore del Trattato, a disporre una legislazione che consenta ai cittadini la “cui lingua usuale è l'italiano” di optare, entro un anno, per la conservazione della cittadinanza italiana. In tal caso, la Jugoslavia può esigere il loro trasferimento in Italia entro dodici mesi dalla data in cui l'opzione è stata esercitata. Inserendo nel Trattato la clausola delle opzioni, è intenzione degli Alleati offrire garanzie agli Italiani di cui si prevedeva un massiccio esodo.
L'esodo dall'Istria è in verità già iniziato prima dell'entrata in vigore del Trattato di pace. In un primo momento, gli abitanti delle campagne trovano rifugio nelle città per sfuggire ai rastrellamenti ed ai reclutamenti dei Tedeschi ed al pericolo di infoibamenti e ritorsioni da parte degli Slavi. Inoltre, in seguito all'accordo Tito-Alexander del 9 giugno 1945, si registra un'ondata di profughi che dalla Zona occupata dagli Jugoslavi, si riversa nella Zona amministrata dagli Anglo-Americani. L'esodo raggiunge percentuali sempre superiori al 90% con punte del 99% a Montona, Gallesano, Sissano e Pinguente. L'esodo della popolazione italiana dalla zona occupata dagli Jugoslavi non è, però, agevolato dal Governo italiano che teme che il cambiamento della composizione etnica della regione possa nuocere gravemente alle rivendicazioni sulla Venezia Giulia al momento della Conferenza della pace. Anche la Jugoslavia, d'altro canto, è contraria all'esodo poiché si evidenzia il rapporto conflittuale tra la popolazione e le autorità di amministrazione, contraddicendo in tal modo l'immagine positiva della vita in Istria fornita dagli jugoslavi.
Tra l'altro sotto il profilo socio-economico, l'esodo di massa degli Italiani implica un grave problema di ripopolamento dei centri urbani, soprattutto quelli della costa, dove artigiani, operai, commercianti, pescatori sono difficilmente sostituibili da Croati, Serbi e Bosniaci tradizionalmente legati ad attività agricole su terreni ben più favorevoli delle terre calcaree istriane. Le autorità slave predispongono misure di dissuasione all'esodo: lentezza nelle pratiche burocratiche, contestazioni sulla lingua d'uso, mancata istituzione degli uffici per le opzioni nei centri minori. Agli optanti sono ritirate le carte annonarie che garantiscono la distribuzione dei viveri di prima necessità, gli uomini sono costretti a partecipare alle esercitazioni paramilitari e molti vengono addirittura chiamati alle armi. Le difficoltà per le famiglie miste sembrano insormontabili, perché i Comitati popolari riconoscono la lingua d'uso al marito e non alla moglie o viceversa. A nulla valgono però questi espedienti perché la popolazione italiana non intende assolutamente rimanere sotto l'occupazione slava. In un primo momento, le popolazioni istriane si rifugiano nelle città più vicine quali Venezia e Udine dove sono istituiti i primi uffici di assistenza post-bellica per assicurar loro un tetto ed un pasto caldo. Tuttavia le condizioni degli sfollati sono miserevoli perché, come d'altronde altrove in Italia, mancano il combustibile per il riscaldamento e il vettovagliamento. Nelle province di Udine, Venezia e Padova nel luglio-agosto 1945 il numero ufficiale dei profughi raggiunge le 100.000 persone, ma lo stesso ministero degli Esteri è consapevole che tale cifra rappresenta per difetto una realtà assai più grave.
A peggiorare la già triste situazione degli Italiani, il 6 novembre 1946 Togliatti propone, in un'intervista all'Unità, un'inedita soluzione del problema giuliano poiché dichiara che il maresciallo Tito sarebbe disposto a consentire che Trieste fosse lasciata all'Italia se quest'ultima avesse ceduto Gorizia. Con tale dichiarazione Togliatti intende scrollarsi di dosso l'accusa di rinunciare, per solidarietà ideologica, alla Venezia Giulia e nel contempo rendere un servizio a Tito, barattando una città italiana contro un'altra città italiana.
Con l'intensificarsi dell'esodo, le autorità jugoslave prendono provvedimenti ancor più severi: l'esule non può portare con sé più di cinque chilogrammi di indumenti e cinquemila lire. Tutto il resto (case, terreni, mobili, conti in banca, oro) è sequestrato e gli Italiani sono costretti, prima di lasciare la Venezia Giulia a lunghe e minuziose perquisizioni, che li costringono a rimanere in fila per lunghe ore al freddo e sotto la pioggia. Con la firma del Trattato di pace, l'esodo dalla Zona B diviene frenetico tanto da richiedere l'intervento del Governo italiano per inviare in Istria navi italiane, per facilitare e organizzare lo sgombero degli ultimi rimasti, per lo più anziani. La situazione di Pola è diversa poiché il capoluogo è rimasto sotto l'Amministrazione alleata e viene ceduto agli Jugoslavi soltanto con la firma del Trattato di pace. Per questa ragione, nella città si riversano gli esuli provenienti dall’Istria occupata dagli Jugoslavi grazie alle Autorità italiane che provvedono per tempo alla loro evacuazione. Roma, infatti, spera che il mantenimento dell'italianità di Pola induca gli Alleati a non cederla agli Jugoslavi, e che Belgrado si rifiuti di ratificare il Trattato di pace impedendone l'entrata in vigore.
A febbraio inizia, invece, l'esodo di massa da Pola, quando Roma invia i piroscafi “Toscana”, “Montecucco”, “Messina” e le motonavi “Pola” e “Grado”. Gli esuli imbarcati sono trasportati a Venezia ed Ancona, dove sono stati organizzati i centri di transito. Da qui i profughi vengono smistati sui treni che li portano nei centri di raccolta sparsi per tutta la penisola. L'arrivo dei giuliani è denso di problemi ed umiliazioni. Non soltanto, infatti, la popolazione istriana ha perso tutto ma, giunta in Italia, trova un ambiente ostile ed impreparato ad accoglierla. Un caso per tutti evidenzia la situazione: al treno diretto a La Spezia non è permesso fermarsi a Bologna, dove la Pontificia opera di assistenza aveva preparato un pasto caldo per i profughi, perché i comunisti bolognesi minacciano di indire uno sciopero.
Dopo l'entrata in vigore del Trattato di pace, l'Istria si trasforma in una penisola quasi disabitata. Il 20 marzo quando il “Toscana” effettua il suo decimo e ultimo viaggio, Pola è praticamente deserta: 28.000 abitanti, su di una popolazione di 30.000 residenti ha deciso di abbandonare la città. Dei 50.000 rimasti nella Zona B, alcuni fuggono dopo la firma del Memorandum d'Intesa del 5 ottobre 1954 ed altri, in seguito agli Accordi di Osimo del 10 novembre 1975 che stabiliscono degli aggiustamenti territoriali portando il confine ancora più a ridosso di Muggia, Trieste e Gorizia.

ANVGD
L'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, fondata nel 1947, rappresenta sul territorio nazionale gli italiani fuggiti dall'Istria,da Fiume e dalla Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale sotto la spinta della pulizia etnica delle milizie jugoslave; ne derivò l'esodo di 350mila persone di ogni ceto sociale e la morte violenta di migliaia di innocenti nelle foibe.

10 Febbraio 2009: Giorno del Ricordo (Thanks to ANVGD)

ADE SpA – CIMITERI DI PARMA - Luoghi della Memoria .448

Carletto Nesti ha detto...

ADE SpA
Cimitero della Villetta
Luoghi della Memoria

Parma 10 febbraio 2009
Giorno del Ricordo

Dare Senso alla Storia
L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia nasce al termine della seconda Guerra Mondiale per assistere gli italiani fuggiti dalle proprie terre di Istria e Dalmazia.
I territori italiani si trovarono, col Trattato di Pace di Parigi, improvvisamente sotto una nuova bandiera, ma già da tempo erano iniziate violenze e soprusi che altro non poterono ottenere se non la morte di migliaia di civili e l’esodo di 350.000 italiani, dispersi poi in tutto il mondo, vittime incolpevoli e unici, tra gli italiani, a pagare con i loro beni la disfatta della guerra.
Gli esuli abbandonarono tutto: case, terre, pascoli, industrie, attività commerciali e marittime. Ricominciare da zero fu difficile e doloroso, e la loro vicenda fu coperta da un velo di silenzio che per 60 anni ha tenuto l’opinione pubblica all’oscuro di quel dramma.