CHE GRAN PORCHERIA

Dopo Zavattini, dopo Guareschi, dopo Bevilacqua, la gente del Po, quindi in senso lato anche i parmigiani, ha aspettato che qualche altro scrittore di valore raccontasse le storie, e l'umore, e l'essenza stessa di questa terra. Fino a quando è arrivato Guido Conti, classe 1965, nativo del quartiere San Lazzaro, ma ora residente nel cuore dell'Oltretorrente, in via della Salute, che negli scritti, nelle parole, nel modo stesso di porsi e di parlare, può sembrare la continuazione naturale di quegli uomini. Non a caso si è abbeverato da tutti, per far tesoro della loro lezione e per riassumerla in uno stile personale di grande effetto. È il Conti di libri come "Della pianura e del sangue", di "Sotto la terra il cielo", di "Il coccodrillo sull'altare", di "Cieli di vetro", di "Il taglio della lingua". È il Conti direttore editoriale di Mup, Monte Università Parma. È il Conti assoluto interprete del risveglio culturale di questa città che, per anni, si era addormentata, crogiolandosi nel piacere sterile del ricordo e dell'autostima. È il Guido Conti che merita un posto d'onore nella galleria degli intervistati di Pramzanblog.
Che scuole hai frequentato?Le elementari all'Angelo Mazza, le medie alla Pietro Giordani, le magistrali alla Sanvitale. Eravamo dieci ragazzi con seicento ragazze. Una pacchia. Ma anche una sfiga, perché quando succedeva qualcosa che non andava bene beccavano sempre me. In effetti ero un po' un casinista. Poi ho avuto la fortuna di iscrivermi a Lettere all'Università di Bologna. Ho avuto maestri come Guido Guglielmi, come il poeta Camillo Sbarbaro, come Raimondi, poi ho frequentato un corso di scrittura con Fabrizio Frasnedi. Grandi maestri. Mi hanno aperto il mondo della letteratura. È stato con Sbarbaro che ho appreso che è la poesia a dare un senso alla prosa. Ed è a Bologna che ho capito quanto sia fondamentale saper leggere gli autori, imparararne lo stile.

Che cosa sognavi da bambino?
Già mi piaceva scrivere. Scrivevo, scrivevo, scrivevo... Poi a diciott'anni la folgorazione, quando ho letto "Cent'anni di solitudine", di Gabriel Garcia Marquez. Sono rimasto stregato dal surreale, dal fantastico di quelle pagine. Quel mondo mi è entrato nella pelle. E ancor di più, anni dopo, quando sono andato a Roma al Centro di cinematografia di Cesare Zavattini. Il mondo del meraviglioso, del sublime... Ma, tornando al periodo della mia infanzia, ricordo che mi piaceva far ridere, raccontavo un sacco di barzellette, sempre spalleggiato da mio padre, purtroppo scomparso due mesi fa. Mio padre, che era un contadino ferroviere, era un grandissimo autore di racconti. Racconti orali. A voce raccontava storie bellissime. Nel "Coccodrillo sull'altare" ho inserito due di queste storie straordinarie che raccontava in casa, con me davanti a lui, a bocca aperta.
Che cos'era "ClanDestino"? Come hai cominciato a collaborarvi?Si pubblica ancora. Ci scrivevo assieme a molti miei amici, e tra questi Davide Rondoni e Roberto Galaverni.
Come hai conosciuto Pier Vittorio Tondelli?
Tramite il professor Frasnedi, quello che teneva il corso di scrittura. Credeva molto in me, al punto che un giorno mi disse: "Non ho mai letto una cosa così bella come quella che hai scritto". Fu lui, Frasnedi, a inviarmi da Tondelli. "Va da lui", mi disse. E io mi rivolsi a Tondelli, che pubblicava "Papergang" con gli scritti di under 25. In Italia bisogna andarseli a cercare i maestri ed io ebbi la fortuna di andare da lui. Che mi disse: "Tu non sei uno scrittore di romanzi, ma di racconti". Era un grande. Dalla sua scuola sono usciti autori come Romagnoli, la Ballestra, Culicchia.
Nei tuoi romanzi racconti spesso la tua terra. Ti hanno mai detto che, in questo senso, sei il nuovo Bevilacqua?Posso dire che sono molto amico di Bevilacqua. Siamo legati da una stima reciproca. Direi che mi ha quasi adottato. Con me è stato sempre molto generoso. Lo considero uno dei miei maestri. Ma da ogni maestro puoi prendere qualcosa. Prendiamo il Po, per esempio. Bevilacqua lo interpreta in un modo, Guareschi in un altro, Zavattini in un altro ancora. L'ideale è abbeverarsi, dopo averli conosciuti in modo approfondito, da tutti. Anche da Fra Salimbene, perfino. Nella sua "Chronica" con quel suo modo di descrivere la campagna, c'è molta aria della nostra terra. Sono racconti molto "parmigiani". Adesso però, purtroppo, andiamo verso una scrittura semplificata, tutta la letteratura va da un'altra parte rispetto a ieri. Non vedo nascere nuovi "grandi".
Con "Il coccodrillo sull'altare" hai vinto il premio Stresa e altri premi. Con "Cieli di vetro" hai vinto il premio Selezione Campiello. I premi letterari sono ancora utili a uno scrittore?Sì, perché ti danno un sacco di soldi. Ma anche perché ti conferiscono una certa autorevolezza. C'è, però, premio e premio. Non sono tutti uguali. I più validi sono quelli dove la giuria è popolare, i lettori insomma. Altri premi, magari anche di gran nome, sono operazioni di marketing. Certi scrittori, vincendo, vengono lanciati come "grandi" e poi, dopo il romanzo del successo, non sanno più come andare avanti. Rimangono imprigionati dal loro stesso successo. Io invece sono uno scrittore un po' controcorrente: non scrivo per entrare nelle classifiche.

Scrivi libri, sei direttore editoriale di MUP, dirigi la rivista letteraria "Palazzo Sanvitale", che hai fondato dieci anni fa, organizzi eventi culturali...
Sì, la mia vita è piuttosto piena, lo ammetto. Mi stimola molto, è vero, anche l'organizzazione di eventi, di festival. Come "Inchiostri d'autore" a Parma, oppure il "Festival del racconto" a Carpi, oppure ancora "Casalmaggiore narra".
Dalla tua infanzia a oggi: quanto e come è cambiata Parma?
Moltissimo. Ha subito uno scrollone gigantesco. Prima era una piccola città. E io, che ho sempre vissuto al confine tra la città e la campagna, l'ho vista espandersi in modo velocissimo. Non so fino a che punto questa crescita le abbia fatto bene. Secondo me, da parte delle istituzioni, non c'è stata la capacità di gestire la crescita in maniera intelligente. Prendiamo la tangenziale. Quando è nata era già vecchia di trent'anni, inadeguata per le nuove esigenze. E poi Parma è molto cambiata anche nello spirito. Per fortuna rimane una città colta.
Però ha avuto, in questo campo, un periodo buio...
Sì è vero. Ma si è ripresa. Anche merito, direi, della Fondazione della Banca del Monte che, legandosi all'Università, ha creato un luogo nuovo, Mup, per produrre idee. Direi anche che questa città è un po' chiusa, si è un po' ripiegata su se stessa. Sarebbe opportuno che si aprisse un po' di più verso l'esterno.
Sei appassionato di musica lirica?Del melodramma salvo soltanto Giuseppe Verdi, non tanto come musicista, quanto come uomo di teatro, come straordinario uomo di teatro. Quando lui parla delle streghe, dei nani... È il mio mondo. Comunque, a proposito di lirica, voglio dire che secondo me a Parma manca una vera cultura musicale. È una città di incolti dal punto di vista musicale. Il Teatro Regio, secondo me, è il salotto buono della borghesia parmigiana ricca. In realtà della lirica non gliene frega niente a nessuno, qualche loggionista a parte. Le istituzioni pensano di utilizzare il Teatro Regio come qualcosa che possa veicolare il nome della città. Una nuova Salisburgo? Mah. Non credo. Secondo me la musica a Parma non è gestita al meglio. Io la porterei nelle strade, nelle piazze. Farei, per esempio, un grande concerto in Piazza Garibaldi.
Che rapporto hai con la cucina parmigiana?
Notevole, perché mia mamma è una grande cuoca. E poi considero la cucina parmigiana una delle più ricche e interessanti.
Conosci e parli il dialetto?
Sì lo conosco, ma non è letterario. Lo considero una lingua volgare. Più adatta, caso mai, per esprimere drammaticità, per raccontare qualcosa di drammatico.
Che cosa ti piace di più di Parma?Amo Parma. Mi piace tutto di Parma. Ma in particolare il Battistero.
E i parmigiani, secondo te, ti amano?
Ci sono quelli che mi amano alla follia e quelli che mi odiano alla follia.
Che cosa ti piace di meno di Parma?
La trasformazione della Ghiaia. È una delle più grandi porcherie che potessero immaginare. Hanno venduto la Ghiaia ai privati pensando di essere moderni. E poi il Metrò. Spero che non lo facciano, perché non ha senso. E poi noto delle incongruenze. Un giorno esce una pagina sulla "Gazzetta" che spiega come sarà la città che ha bisogno del Metrò. Poi il giorno dopo sempre sulla "Gazzetta" il sindaco dice che questa è la città delle biciclette... Poi, scusa, se sarà una metropolitana leggera, in pratica sarà come avere i tram... Insomma, un ritorno all'antico per essere moderni...
Che cos'è per te la parmigianità?Dov'è finita la parmigianità? Questa è una città in profonda trasformazione. Ormai abitano qui 30mila stranieri. Questo è un territorio di invasione. La contaminazione continua. Cambierà la cucina, la lingua... Ma sono convinto che il dialetto, comunque, resterà, anche se con contaminazioni varie.
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto: 1) Guido Conti; 2) "Il coccodrillo sull'altare"; 3) Un primo piano; 4) Il taglio della lingua; 5) Un altro primo piano; 6) "I cieli di vetro"; 7) Conti con Giovanni Ferraguti, autore di "Parma. Scatti di cronaca", edito da Mup; 8) "Il tramonto della pianura"; 9) Guido Conti; 10) "La piena e altri racconti")





















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