O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént.


lunedì 1 dicembre 2008

Pramzanblog intervista Maurizio Chierici -1- SONO STATO UNO STRAJÈ PER NOVE ANNI E AL RITORNO NON HO RICONOSCIUTO LA MIA CITTÀ

Milioni di chilometri in aereo, nave, treno, corriera. Un sacco di guerre, al punto che ha perso il conto anche lui. Diciotto libri, dei quali uno, di grande successo, appena rieditato dalla Bompiani ("Quel delitto in casa Verdi"). Una schiera di personaggi da libri di storia da lui intervistati. Una casa a Parma da quasi quarant'anni dalle parti del Tardini ("gli stadi nei cuori delle città sono un'assurdità"). Nostalgia della Parma che ha conosciuto da ragazzo e che non c'è più. Maurizio Chierici, 72 anni tra poche settimane. Una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Una delle punte di diamante della "scuola" uscita dalla "Gazzetta di Parma". L'ho incontrato a casa sua. Quasi due ore di chiacchierata, ricca anche di ricordi personali (Molossi, Curti, tanti colleghi), le nostre strade con percorsi lontani e diversi, ma con le radici uguali, alla fonte della "Gazza". Come avrei potuto riassumere tutto questo in modo breve? Per me impossibile. Ecco perché quella qui sotto è soltanto la prima parte dell'intervista.
Dove hai frequentato le scuole?
Alle elementari ho un po' girovagato, perché io sono della classe '36 e allora c'era la guerra. Le ho fatte un po' a Collecchio, poi a Casalbarbato, dove la mia famiglia era sfollata, poi a Castelguelfo, infine ad Arsiero, in Veneto, vicino ad Asiago. Le medie le ho fatte a Parma, al "Parmigianino", poi mi sono diplomato al "Melloni", in via Farini e mi sono iscritto a economia e commercio all'Università di Parma. Ma non sono arrivato alla laurea. Ho scelto il giornalismo. Ho sempre avuto il desiderio, fin da ragazzo, di diventare giornalista.
Quando il primo articolo?
Avevo poco più di diciassette anni. Mi fu pubblicato nella terza pagina della "Gazzetta di Parma" nell'aprile del 1954.
Parlami dei tuoi esordi alla "Gazza".
Amavo il cinema e divenni il vice di Baldassarre Molossi che allora teneva ancora la rubrica cinematografica. Più tardi, con Molossi direttore, divenni io il critico titolare. Comunque facevo un po' di tutto. Sai chi ha "inventato" la popolare rubrica "Lassù in loggione"?
Il povero Paolo Pedretti, che si firmava pa.p.
No, il primo sono stato io. Molossi voleva raccogliere gli umori della gente che andava a seguire le opere durante la stagione. Pensò di mandarmi nel foyer, a intervistare quelli dei palchi e della platea. Io gli chiesi di mandarmi in loggione. Così nel foyer ci andò Giuseppe Barigazzi. Io e il povero Giuseppe eravamo assunti. In cronaca. Lo sai quanto ho preso, per cinque anni? Quindicimila lire al mese. Un'inezia, anche per quei tempi.
Come si svolgeva il lavoro di un cronista allora?
Io facevo un po' di tutto. La mattina avevo il "giro" di "nera", al pomeriggio andavo al cinema per la rubrica, poi mi occupavo della terza pagina. Quando uscivo facevo anche le foto. Poi le sviluppavo e le stampavo.
Quando è nato il mito dei "tri sjochètt"?
Quando è stato assunto in cronaca Bruno Rossi. Aldo Curti ci chiamava bonariamente così, ma con affetto, perché eravamo solo noi tre in cronaca.
Poi è arrivato il "richiamo della foresta", la partenza per Milano...
Sì, io e Bruno siamo andati al Corriere Lombardo, diretto da Benso Fini, il padre di Massimo Fini. Fummo "sponsorizzati" dal parmigiano Alessandro Minardi. Ma è durata poco l'avventura, peché il giornale stava chiudendo. Bruno è andato al "Settimo giorno", da Pietrino Bianchi, io mi sono offerto al "Giorno" di Italo Pietra.
Sei stato assunto subito?
Ti spiego com'è andata. Sono arrivato al "Giorno", che era dalle parti della Cassina de Pomm e mi hanno fatto riempire un modulo. Nello spazio "motivo della visita" io ho scritto "offerta di un posto". Quando ho finito di compilare ho consegnato il foglio e la persona alla quale l'ho consegnato mi ha guardato con una certa aria di compatimento. "Se hanno bisogno di lei la chiamano", mi disse, con l'aria di chi era sicuro che non mi avrebbero chiamato mai. Andò a consegnare il foglio. Io aspettai un momento. Poco dopo venne da me e mi disse, con aria stupita: "Il direttore la attende".
Che cosa accadde allora?
Entrai, timidamente, nella stanza di Pietra. Era seduto alla scrivania. Chiamò il suo alter ego, Angelo Rozzoni. "Rozzoni vieni, c'è un giovanotto qui che ci offre un posto di lavoro!" Io mi sentii sprofondare. Avevo scritto "offerta" invece di "richiesta". Comunque fui assunto. Andai al "Giorno" a fare l'estensore dei servizi di attualità, a "passare" i servizi degli esteri e a collaborare con la rubrica del cinema.
Dove abitavi a Milano allora?
Ci trovò casa, a me e Rossi, il pittore e disegnatore Tullio Pericoli. Alla Maggiolina. Cominciai allora il mestiere di inviato. Mi feci notare con una bella inchiesta a puntate, "Malgrado le amorevoli cure" sui "baroni" della medicina. Divenne un libro. Questa inchiesta piacque a Enzo Biagi che mi portò al "Resto del Carlino". Ero felice di lavorare con lui, anche se lo stipendio non era un gran che. E per di più fummo tutti licenziati dopo un anno. Rimasi disoccupato per 17 mesi.
Poi da inviato sei diventato un "grande inviato"...
Io dico che sono uscito dall'ombra e sono entrato nel sudore. Uscii dal "Giorno" e dalle "amorevoli cure" di Pietrino Bianchi, che mi aveva mandato a vari festival, che era stato testimone alle mie nozze (anche a quelle di Bruno Rossi). Passai al "Corriere della sera", dove rimasi poi per 30 anni esatti. Alla fine della "guerra dei sei giorni" pensarono a me. I grandi inviati stavano tornando, decisero di mandare un giovane che sapesse almeno usare il congiuntivo. Scelsero me. Rimasi a Milano ancora un po'. Poi, con il contratto di inviato, potei scegliere di tornare ad abitare a Parma. Era il 1970. Ero stato uno "strajè" per nove anni. Ero via dal 1961.
Come trovasti la città dopo il tuo ritorno?
Era già molto diversa. L'avevo lasciata con una piazza, piazza Garibaldi, che era una specie di ombelico del mondo. Si andava lì ad ascoltare. Personaggi come Attilio Bertolucci: aveva sempre gente intorno ad ascoltarlo. Parma era allora una cità di "orecchianti". Aveva quattro teatri... Ma quando sono tornato le cose erano già cambiate.
Tu hai scritto 18 libri. Qual è quello a cui sei più legato?
Sono affettivamente legato a vari libri, ma in particolare a "Quel delitto in casa Verdi", che è stato appena ristampato da Bompiani. Per scrivere quel libro avevo bisogno dei documenti originali, non era facile. Mi rivolsi a Marzio Dall'Acqua. Stavo partendo per una delle mie tante guerre quando mia moglie mi chiamò: "Ha telefonato Dall'Acqua. Dice che ha trovato tutto quello che ti serve. Il libro lo pubblicò Giulio Einaudi, che fu nostro grande amico, mio e di mia moglie". Quel libro fu anche un colpo di fortuna per me. Perché il sindaco di Busseto di allora, indignato perché riteneva che io avessi infangato il nome di Verdi, e di conseguenza di Busseto, chiese perfino al presidente della Repubblica Sandro Pertini di togliermi la cittadinanza italiana... Un "lancio" incredibile".
Dal '70 vivi a Parma. Come ti trovi adesso?
Vivo da recluso nella mia casa, lavoro nel mo studio-mansarda. Questa è stata ed è la base dei miei lunghi viaggi. Qui sono stato per trent'anni sempre pronto con la valigia, per il "Corriere". Qui sono sempre al computer per scrivere , come editorialista, per l'Unità.
Che rapporto hai con la città?.
Da parte mia buono. Io voglio bene a Parma. Ma non tutti i parmigiani mi vogliono bene.
Esempio?
Be', non svelo alcun segreto. L'ex sindaco Elvio Ubaldi ha detto parole poco carine, ed è un eufemismo, nei miei confronti. C'è un processo in corso.
(Fine della prima puntata - Continua)
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto: 1) Maurizio Chierici nel suo studio /by aemme/; 2) La copertina del libro "Quel delitto in casa Verdi", ristampato da Bompiani e appena uscito; 3) Con il premio Nobel Yasser Arafat; 4) Con Pietro Nenni; 5) Ancora nel suo studio /by aemme/)

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