O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént. /O lezgnolén ch’a t’ gh’é la góla dòra / indo ät imparé a cantär csi bén? / Al to gorghègg da ‘dentor tutti al fóra / e il coppiètti alóra is fan l’océn. / J’ò imparé a stär su ‘na pianta / cla se spécia in-t-un laghètt / indo gh’é un izolètta / con di ciggn bianch e morètt. / Tutt il siri là sentiva / i béj cant ädla coräla / e ’l me cór picén al capiva / che csì sól a s’ pól cantär.


sabato 6 dicembre 2008

Le interviste di Pramzanblog: Lorenzo Sartorio L'ULTIMO ROMANTICO DELLA PARMIGIANITÀ

Dopo averlo sentito parlare per un po' ti viene di chiamarlo "l'ultimo romantico". L'ultimo sognatore di questa città che fa una fatica tremenda (ma ancora ci riesce) a salvaguardare le sue tradizioni. Lorenzo Sartorio, classe 1948, è Parma come Parma è Lorenzo Sartorio. Perché Lorenzo è permeato della storia, delle tradizioni, degli umori, dell'essenza stessa della sua città. E come un amante tradito si offende quando Parma cambia, e soprattutto quando cambia, a suo parere, in peggio. L'ultimo romantico che freme per le velleità di grandeur della sua "petite capitale", che rimpiange la Parma voladóra, che considera il compianto Pietro Barilla come "l'ultimo duca di Parma". Lorenzo è un ex lasalliano (e ti pareva...). Lì ha compiuto le medie. Alle elementari invece era stato al Convitto Maria Luigia. Scuole da sjór. Dopo si è diplomato in ragioneria al Melloni. Poi si è iscritto a giurisprudenza, senza arrivare alla laurea. Una vita da giornalista pubblicista, sempre negli uffici stampa: prima alla Cassa di Risparmio, poi alla Fondazione della Cassa. Attualmente consigliere nazionale dell'Ordine dei giornalisti. Sposato, con Mariella, due figli, Daniele e Carlotta. Ecco Lorenzo Sartorio, di filato, nella galleria delle interviste di Pramzanblog.
Veniamo subito al dunque: che cos'è per te la parmigianità?
Per me la parmigianità è qualcosa che purtroppo non c'è più. È solo nella memoria e nei nostri sogni. Un sogno un pochino sfumato e niente più. È un sogno in bianco e nero che cerchiamo di rendere a colori. Non è colpa della globalizzazione, ma degli stessi parmigiani che non si rispecchiano più nelle tradizioni. È vero che le rivoluzioni le fanno le minoranze, ma noi, cioè Renzo Oddi, Enrico Maletti, io, Giuseppe Mezzadri, tu stesso e altri, siamo ridotti a una sorta di "riserva indiana". Io mi sento molto Apache. Noi tentiamo di far diventare questo sogno a colori, con le nostre violette, il nostro stracotto, lo spirito di umanità che ci pervade.
Ma la parmigianità va difesa a tutti i costi. O no?
Guarda, io non ho mai inneggiato alla lotta partigiana, anche se la rispetto. Io non sono stato un sessantottino, anzi sono stato dall'altra parte della barricata. Però in questa battaglia per la parmigianità mi sento molto partigiano. Perché la parmigianità è messa a repentaglio da altre etnìe che ci possono scippare quello che abbiamo.








Basta il dialetto per farla sopravvivere?

No. Il dialetto è certo un complemento importante. È una delle colonne portanti. Ma le persone che lo sanno davvero parlare e scrivere bene sono sempre meno. Il dialetto ha bisogno dei giovani, dell'apprendimento nelle scuole. Certo, ci sono dei benemeriti, come Maletti, Oddi, Beniamina Carretta, Nella Venturini, Mariangela Bazoni... ma è un gruppo sparuto. La parmigianità va tutelata anche dal punto di vista gastronomico. Le parmigianine d'oggi la devono smettere, dal mio punto di vista, di essere così belle ma ossute, nervose, supponenti... Imparino la cucina delle loro mamme, delle loro nonne. Imparino un po' che cosa ha significato per Parma Barilla, che ha portato alto il nome della nostra città in tutto il mondo. La storia dele tradizioni... non si può non tenere conto delle tradizioni dei nostri vecchi, dei riti che avvenivano nelle antiche osterie, dei lunäri, della rozäda äd San Zvàn, di Sant'Ilario...
Che cosa ti piace di più di Parma?
Mi piace tutto. Sono innamorato di Parma come fosse la mia morosa. Adesso abito nell'Oltretorrente, ma io sono nato all'ombra della Cittadella (in viale delle Rimembranze) e amo in particolare la Cittadella, che per me è come una mamma, perché ci ha coccolato quando eravamo bambini... Lo sai che tutte le mattine, alle 6,30, sono davanti al portone della Cittadella? E arriva il "gigante buono", Adriano Catelli, il portiere, che mi viene ad aprire. È il mio rito quotidiano. A quell'ora , d'autunno e d'inverno, c'è ancora buio. E passeggio in solitudine, a respirare l'aria vera della città. Lì incontro, ogni mattina, anche un mio amico. Uno scoiattolo. Sa che arrivo e arriva anche lui. Ci guardiamo, gli dico due paroline, poi lui se ne va nel boschetto, forse felice di avermi incontrato. La Cittadella è il mio ristoro, è la mia passione, è la mia poesia parmigiana. Mentre passeggio sento, a distanza, le ambulanze, la città che comincia a rumoreggiare. Qui è il mio paradiso".
E che cosa ti piace di meno?
Non ci sono cose che mi piacciono di meno. Posso dire che non mi piace tanto il Parco Ducale. Lo ritengo lezioso.
Che cosa ricordi della tua adolescenza parmigiana?
La passione per il pallone. Giocavo in porta. Ero bravino. Ho difeso la porta della squadra della mia scuola "La Salle" e poi del Melloni. Ho anche preso parte agli allenamenti dei ragazzi del Parma, allenati allora da Dante Boni. Un osservatore della Fiorentina (proprio la mia squadra del cuore, anche oggi) mise gli occhi su di me, ma in quel periodo mi sono fatto male e sono stato fermo per due mesi, così addio sogno...
Credi che gli stranieri che son venuti qui riusciranno ad integrarsi?
Sì. Quelli seri, quelli onesti, quelli che hanno voglia di lavorare e di integrarsi, sì. Soprattutto i neri. Lo sai che ho conosciuto due neri che parlano perfino un buon dialetto? Anche abbastanza colorito?
Una volta c'erano Sicuri, Stopaj, Cilièn, Gorìlo... personaggi tipici non ne escono più?
Perché manca la fantasia, manca l'estro. Non c'è più nessuno che zufola per strada, nessuno che canta. C'è un bell'episodio che ti posso raccontare: c'era un garzone di fornaio che passava in bicicletta in piazza della Steccata cantando una romanza verdiana. Lo sentì un tenore che era alloggiato all'albergo Croce Bianca (poi bombardato) e che avrebbe cantato quella sera al Regio. Il tenore si spaventò: "Ma se un garzone di fornaio canta così, come mi accoglieranno al Regio stasera?". Vedi, tu hai citato Sicuri, Stopaj, Cilién, Gorìlo. Io ti aggiungo Ambanéli, al Sord, la Campanéra... Erano pesonaggi irripetibili. Adesso manca la fantasia, manca l'estro. Adesso sì, c'è qualche personaggio un po' particolare. Ma sono figure tipiche "d'allevamento". Non sono più quei bei personaggi ruspanti d'una volta.







Che cosa provi quando vai in Oltretorrente e non vedi più i pramzàn?

Provo tristezza. Ma una piccola isola, ti dirò, l'abbiamo mantenuta. È in borgo Gian Battista Fornovo, l'ex Borgo degli asini. Qui l'ombelico del mondo, il centro della parmigianità, è il forno di Ferrari Valter, qui ci si ferma a comprare il pane, ma anche a mangiare salumi e la trippa... Qui ci sono ancora persone dai soprannomi pittoreschi, come una volta: Gaiòn, Bali longhi, Scaldafér, Filtor, Trombéta, Bejolé... E poi c'è quella che noi chiamiano "la dogana": il barbiere Felice Lepori, un altro centro di parmigianià. Oltre "la dogana" l'isola è finita.
Quanto ti ha ferito il caso Parmalat?
Mi ha ferito molto perché l'azienda si chiamava Parma... Ma mi ha ferito anche perché quel dissesto ha colpito tanta povera gente. Io amo la Parma che lavora, la Parma che produce. Rimpiango infinitamente Pietro Barilla, l'ultimo vero duca di Parma. Barilla incarnava Parma: era eleganza, signorilità, onestà, stile. Baldassarre Molossi diceva che "a Prma si può perdonare perfino un omcidio, ma non una caduta di gusto".
Parma è diventata una specie di capitale della cultura o è tutto fumo?
Parma, secondo me, è diventata una "città di plastica". Io sono molto critico con questa giunta. Parma non è una città da metropolitana... Parma non deve diventare una metropoli... Parma deve essere fiera del suo provincialismo... Deve recuperare il suo stile di "petite capitale". Un concentrato di stile in salsa provinciale... E non farmi parlare della nuova Ghiaia...
Sei stato allevato anche tu a anolini e lirica?
Ad anolini sì, alla lirica meno, anche se mi piace. Amo Verdi, ovviamente, ma stravedo per Puccini.
Callas o Tebaldi?
Non sono un intenditore. ma il cuore mi dice Tebaldi.
Vai al Regio per le opere?
No, ma stimo molto il giornalista Mauro Biondini che durante la stagione lirica, su Tv Parma, spiega le opere ai giovani. Èun programma di grande valore, una cosa preziosa.
Tifi per il Parma?
Guarda, io per la serie A ho sempre tifato, e tifo, Fiorentina. Posseggo anche, come una reliquia, la maglia di Giuliano Sarti quando difendeva la porta viola.
Ok. Ma il Parma è in B...
Certo, il Parma è sempre nel cuore. E poi stimo molto Tommaso Ghirardi, il presidente.
Ce la faranno i crociati a tornare in A?
Sì, ce la faranno. Ma io spero che anche Parma, la città, torni in A.
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto: 1) Lorenzo Sartorio; 2) Sartorio con Francesca Strozzi di Tv Parma; 3) Sartorio con Giuliano Molossi, di spalle e padre Vittorio dell'Annunziata; 4) Con la scrittrice Giulia Carcasi; 5) Mentre commette "sacrilegio")

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