O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént. /O lezgnolén ch’a t’ gh’é la góla dòra / indo ät imparé a cantär csi bén? / Al to gorghègg da ‘dentor tutti al fóra / e il coppiètti alóra is fan l’océn. / J’ò imparé a stär su ‘na pianta / cla se spécia in-t-un laghètt / indo gh’é un izolètta / con di ciggn bianch e morètt. / Tutt il siri là sentiva / i béj cant ädla coräla / e ’l me cór picén al capiva / che csì sól a s’ pól cantär.


mercoledì 17 dicembre 2008

Pramzanblog intervista Giovanni Ferraguti QUANDO BRUSON, AL TEATRO REGIO, CERCÒ DI INFILZARMI CON UNO SPADONE DI SCENA

Adesso ho capito perché, quando tantissimi anni fa, ai tempi in cui, nei secondi anni Sessanta, lavoravamo insieme alla cronaca della "Gazzetta di Parma" riuscivamo a sfondare così facilmente, e spesso, le "linee nemiche". Io sono nato il 15 aprile. Lui il 16. Due Arieti. Lui è Giovanni Ferraguti, l'uomo che, pur essendo ancora felicemente vivo, è già vissuto due volte: prima vita da fotografo, seconda da giornalista e fotografo, tradotto in soldoni, fotoreporter. Ai miei tempi parmigiani era la bonjärba dell'immagine, lo trovavi dappertutto, a qualunque ora. Quando qualche fonte ufficiale trovava sulla "Gazza" una foto che non avrebbe dovuto esserci, nessuno aveva dubbi: "Al sarà stè Ferragùti". Ferraguti onnipresente, Ferraguti occhio della città, Ferraguti che non aveva mai orari, ma solo un chiodo fisso: vivere fino in fondo il suo sogno, che era quello di fare il fotografo, e in un giornale per di più. Ogni giorno si stropicciava gli occhi per la gioia di essere lì, armato di Rolleiflex (andiamo indietro, eh?), a fotografare Charlie Chaplin, Richard Burton, Liz Taylor (sempre con Mezzadri alle calcagna). Che il giornalismo l'avesse nel sangue lo prova il fatto che, a un certo punto, ha chiesto di essere licenziato come fotografo e assunto come giornalista. La seconda vita. Che io non ho diviso con lui, ma che mi compiaccio enormemente di sapere ricchissima di soddisfazioni, strapiena di viaggi in giro per il mondo e ricca di scoop. Giovanni, dai amico mio, vieni nella mia galleria degli intervistati di Pramzanblog.
Quando e in che quartiere sei nato?
Sono nato il 16 aprile 1939. Abitavo in via della Repubblica 38.
Che cosa ricordi della tua infanzia?
La guerra. Ero piccolissimo, ma ho ricordi molto nitidi. Ricordo i bombardamenti del '44, mio padre che mi accompagna nel rifugio di Borgo Carissimi, le mani sulle orecchie, la paura. Ricordo quando andammo sfollati a Sala Baganza e fu peggio che andar di notte perché lì c'erano i tedeschi e non ci lasciavano mai in pace. Ricordo che durante un bombardamento improvviso una donna, per salvarmi, mi gettò in un canale. Ci saranno stati 50 centimetri d'acqua, ma il terrore mi è rimasto appiccicato addosso tutta la vita. Non ci crederai, ma nonostante i mille tentativi, le mille lezioni prese, non ho mai imparato a nuotare. Fu allora, da bambino, che imparai che cos'è la paura.
Oltre alla guerra, altri ricordi?
Ho vissuto la mia infanzia negli anni Quaranta. Ricordo che allora i bambini, dopo la guerra, potevano spostarsi da un capo all'altro della città, a piedi, senza alcun pericolo. Ricordo che andavamo a giocare tra le macerie, beata incoscienza. Ogni tanto qualcuno ci lasciava una mano, un dito, per gli ordigni inesplosi che esplodevano proprio per noi bambini. Quanti mutilatini ho conosciuto. Ho fatto le elementari, unico maschio, dalle suore, poi le medie all'Angelo Mazza e alla Pascoli. Lì ero a disagio perché c'erano molti figli di sjòr. Ricordo che ci dettero il tema, in barba alla privacy: "Descrivi la tua casa". Gli altri descrivevano sontuose ville, io descrissi il nostro modesto appartamento. Uno si è messo a ridere. Io ho preso il calamaio e gliel'ho svuotato sulla testa. Era diventato tutto nero. Il primo extracomunitario di Parma. Che tempi. Andavo a scuola, ma avevo già la mania delle foto. Fotografavo tutto e tutti. Con una Comett II.
Hai lavorato da qualche parte prima di entrare alla "Gazzetta di Parma"?
Sì, alla Dekor Foto, in via Garibaldi. Poi un giorno ho deciso di fare il grande passo e di cercare di farmi assumere alla "Gazzetta". Allora il presidente era il commendator Zanlari. Andai a casa sua. Non mi ricevette la prima e la seconda volta. Al mio terzo assalto si arrese. "Fal gnìr déntor", disse rassegnato alla sua donna di servizio. Gli dissi che ero disposto a tutto pur di entrare alla "Gazzetta", io ero un fotografo ma avrei fatto qualunque cosa.
Lui mi guardò bonario: "Al primm bùs ch'al sälta fóra at tógh". Avevo vinto. Mi misero a fare i clichè, con
Tonelli. Poi, nel '67, tu eri già in cronaca da un anno, sono venuto da voi. La "Gazzetta" non aveva mai avuto un fotografo fisso. Ebbi il mio studio, la mia camera oscura.
Seconda metà degli anni Sessanta: quale il maggior ricordo?
Tanti. L'occupazione della Cattedrale, l'occupazione della Salamini, la contestazione al Regio, il caso di Tamara Baroni... I sabati in via Maestri, quando c'erano regolarmente gli assalti dei "rossi" alla sede del Movimento sociale...
Ricordi la foto dell'assassino sul posto del delitto, che abbiamo "costruito" insieme?
Certo che me la ricordo. A Beneceto. È vero, Achille, lo vedevamo sempre col trattore in un punto del campo e, incuriositi, decidemmo di fare qualche foto con il tele. Quando scoprirono che quell'uomo era l'assassino, Molossi pubblicò la foto in prima pagina. E ricordo che l'assassino disse ai carabinieri, quando venne scoperto il cadavere: "Povrètt, cmé l'àn concè".
Dopo la mia partenza per Milano tu hai continuato a fare il fotografo di cronaca...
Sì, ma la situazione era cambiata. Non ero più soltanto il fotografo della cronaca. Andavo anche a trovare le notizie, grazie a Molossi e Curti che credevano in me. Curti mi diceva sempre: "Va a catär cuél". Ne trovavo tante di notizie.








Perché un bel giorno hai detto "basta" e hai voluto diventare giornalista?
Perché cominciavo a sentirmi a disagio, anche perché non tutti i giornalisti erano felici che io andassi a cercar notizie... Però la polizia cercava me... i carabinieri cercavano me... Allora, per non essere più un fotografo che toglieva... il pane della notizia ai giornalisti, decisi di diventare io stesso giornalista. Era il '77. Lo chiesi a Molossi, lui mi guardò: "Pensaci bene". Io ero deciso. Lasciai uno stipendio più alto, diventai praticante, studiai come un matto, con umiltà, finii il praticantato, passai l'esame al primo colpo, nel '79.
Comunque hai continuato a fare foto?
Sì. Ormai ero in pratica un fotoreporter. E anche questo non piaceva a qualche collega giornalista. Perché su certi fatti mandavano me, che potevo portare a casa anche le foto...
E hai cominciato a girare il mondo per la "Gazzetta". Pensa che ai miei tempi gli unici "inviati" all'estero furono Nicolino Pressburger (alla guerra dei Sei Giorni), Gianfranco Bellè (invasione di Praga) e io (Jugoslavia e Romania). Tu invece...
Io invece ne ho fatti davvero tanti di viaggi. Sono andato a trovare gli emigrati parmigiani a Parigi, a New York, a Londra, sono stato in Russia con il sottosegretario Bonferroni, sono stato in Libano, ospite del governo, in Golfo Persico nell'88, ai tempi della prima guerra del Golfo, a Strasburgo, perfino in Cina, a Sijazhuang... E non è che una parte. Sì, ho avuto tante soddisfazioni. Ecco, ho realizzato quello che sognavo da bambino.
Nella tua carriera il personaggio che ricordi con più simpatia e affetto.
Il baritono Renato Bruson, anche se mi inseguì sul palcoscenico del Teatro Regio con uno spadone di scena. Era fuori di sé e voleva infilzarmi...
Ma dai...
Be', insomma, non dico che avesse intenzione di uccidermi, però era fuori dai gangheri di brutto. Dopo il primo atto l'avevano fischiato e lui è passato vicino a me e mi ha chiesto: "Davvero ho cantato male?". Io, con una faccia da schiaffi, gli ho detto: "Malissimo". E lui si è infuriato. Mi ha rincorso come un pazzo, ma l'hanno fermato. Pensa che Walter Molino, il mitico disegnatore Walter Molino, dedicò all'episodio una copertina sulla "Domenica del Corriere".
E quello che è stato più "rognoso"
Non ne ricordo. Però posso dire dell'accoglienza fredda di Robert De Niro quando andai ad annunciargli che aveva vinto l'Oscar.
E dove sei andato, a Los Angeles?
Macché. A Fontevivo. Stava lavorando in "Novecento" di Bernardo Bertolucci e per non avere rompiscatole tra i piedi trovò alloggio in una villa piuttosto che in un albergo. Io arrivai lì, suonai il campanello, lui mi aprì e mi guardò male. "Che ci fa lei qui?". "Sono venuto a dirle che ha vinto l'Oscar". "Lei è un pazzo". Feci fatica a spiegargli che era vero. Comunque lo seppe da me. Lo fotografai mentre faceva un brindisi e la foto fece il giro del mondo.
Hai mai corso rischi seri?
Uno sì, a Salsomaggiore. C'era stata una rapina in una gioielleria. Andai con Enea Arlunno. Fotografai il gioielliere. "Dammi il rullino", mi disse con fare minaccioso. Io mi allontanai. Lui mi inseguì. E davanti al Berzieri cominciò infaustamente a gridare "Al ladro, al ladro". La gente mi circondò, qualcuno mi mise perfino un dito in gola... Per fortuna arrivò la polizia, con il maresciallo Zappavigna, e mi salvò.
Che cos'è per te la parmigianità?
Conservare la tradizione, riordandoci però che tutti i nostri meriti non derivano sempre da Maria Luigia, Verdi, Toscanini eccetera. E che non siamo migliori degli altri. Siamo solo "parmigiani" e dobbiamo andarne fieri. Comunque, secondo me, la parmigianità sta sparendo.
Perché hai lasciato Parma e sei andato a vivere a Nizza?
Con mio fratello abbiamo preso una casetta, nel centro di Nizza. Pensavamo per le vacanze. Poi adesso ci sto con mia moglie anche dieci mesi all'anno. Ma resto di Parma e infatti non ho nemmeno la doppia residenza. Parlo anche il francese, ma... alla pramzàna.
Nel tuo ultimo libro, "Parma. Scatti di cronaca", pubblicato con successo da Mup, ci sono le tue foto più belle. Hai dimenticato qualcuno o qualcosa?
Ma, guarda, io le foto del mio archivio sterminato le avrei messe tutte... Invece loro sono stati molto bravi a fare la selezione. Il risultato, direi, è stato ottimo. C'è anche una foto scattata da te...
Quale?
Dove sono ritratto accanto a Charlie Chaplin. Hanno fatto anche un cartellone con quella foto.
E io ne una con Chaplin scattata da te.... Senti, Giovanni, tu parli il dialetto? Credi che sopravviverà?
Non amo particolarmente il dialetto, anche se so parlarlo. E direi anche bene. No, non credo che sopravviverà.
Credi che gli emigrati si integreranno?
Penso proprio di sì. Si integreranno come si sono integrati gli italiani che sono andati a trovare lavoro all'estero.
Il Parma tornerà subito in A secondo te?
Spero sinceramente di sbagliarmi, ma penso di no. La B è un campionato difficilissimo, è un'impresa ardua tornare subito in A.
Achille Mezzadri
(Le foto, dall'alto: 1) Giovanni Ferraguti; 2) La copertina della "Domenica del Corriere" con Ferraguti inseguito da Renato Bruson; 3) I ritagli stampa sull'episodio; 4) Con Charlie Chaplin /by Achille Mezzadri ©/; 5) Con Enzo Torrtora a Beirut; 6) Con Gustavo Selva a Mosca; 7) Tra gli indios; 8) Davanti al cartellone del suo ultimo libro "Parma. Scatti di cronaca" edito da Mup)

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