O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént. /O lezgnolén ch’a t’ gh’é la góla dòra / indo ät imparé a cantär csi bén? / Al to gorghègg da ‘dentor tutti al fóra / e il coppiètti alóra is fan l’océn. / J’ò imparé a stär su ‘na pianta / cla se spécia in-t-un laghètt / indo gh’é un izolètta / con di ciggn bianch e morètt. / Tutt il siri là sentiva / i béj cant ädla coräla / e ’l me cór picén al capiva / che csì sól a s’ pól cantär.


mercoledì 10 dicembre 2008

Le interviste di Pramzanblog: Giorgio Gandolfi VI SPIEGO PERCHE' FABIO CAPELLO PRIMA ACCETTÒ DI ALLENARE IL PARMA E POI RIFIUTÒ

Dal calcio al baseball e viceversa. Da Parma a Torino e Milano. Con ritorni e controritorni. Può essere sintetizzata così la vita di Giorgio Gandolfi, classe 1938 (compirà 70 anni il 28 dicembre), moglie e due figli (Davide e Cristiana), giornalista in servizio permanente effettivo anche in pensione (un po' come me). Perché il giornalismo, a tipi come Gandolfi, quando entra nel sangue non esce più. E continua a manifestarsi in articoli, collaborazioni, libri. Lui che è stato un cronista d'assalto degli anni Cinquanta e Sessanta, lui che ha girato il mondo come inviato sportivo, lui che è diventato, ritornando a Parma, un agiografo della sua città, con libri che ne celebrano i fasti e il passato. Lui che è stato, come s'è visto in un precedente articolo, l'inventore di una straordinaria "strenna" del passato, "Parma bell'arma". Può un personaggio del genere essere escluso dalla galleria degli intervistati di Pramzanblog? Ovviamente no. Ecco il sunto della nostra lunga chiacchierata da vecchi amici.
Che cosa ricordi della tua infanzia?
Abitavo in via XX settembre, davanti a casa mia abitavano Bruno Rossi, futuro direttore della "Gazzetta di Parma" e il pugile Marcello Padovani. Io ero uno dei ragazzi della parrocchia della Santissima Trinità, quelli tirati su a preghiere, pallone e "sarucchi" dal mitico don Saccani. Don Armando Saccani, un prete impareggiabile, che giocava con noi ed imbrogliava nascondendo nel dribbling il pallone nella tonaca.
Non dirmi che eri uno dei ragazzini del quartiere che, grazie a don Saccani, andavano "a sbafo" al Piccolo Teatro...
E invece sì. Era il cinema della mia, della nostra infanzia. Andavo anche in cabina, durante la proiezione. Come il piccolo protagonista di "Cinema Paradiso".
Dove hai frequentato le scuole?
Le elementari alla "Pietro Giordani", in via Paciaudi, davanti al Cinema Verdi. Le medie in via Aurelio Saffi. Il ginnasio a Bologna...
A Bologna?
Sì, avevo 12 anni quando morì mio padre. Venni affidato ai miei zii, che abitavano a Bologna e che erano senza figli. Mio zio era capostazione. Per due anni frequentai l'Ulivi. Ma non finii. Mia madre mi "rivolle indietro" e così mi misi a lavorare. Diversi lavori, ma anche il ritorno al calcio. Prima ero stato un bravo portiere, difendevo la porta della Fortitudo, la squadra della Trinità. Poi cambiai ruolo, divenni terzino e stopper. Oltre alla Fortitudo ho giocato anche nella Frassati, la squadra degli Stimmatini, con il professor Squarcia, futuro bravissimo pediatra.
Quando la folgorazione per il giornalismo?
Cominciai a scrivere le prime cronache per la pagina di Parma de L'avvenire, diretta allora da un personaggio indimenticabile, Ninni Cavalli. Portavo le cronache delle gare da me giocate ed altre ancora del Centro sportivo Italiano dove c’era un presidente che ricordo con affetto, Barbacini. Poi sono passato allo sport della "Gazzetta", il capo era Franco Galliani. Le cronache del Parma erano di Galliani e Aldo Curti, io seguivo lo spogliatoio. A quel tempo facevamo anche le foto. Più avanti sono passato in cronaca, che allora era formata da Maurizio Chierici, Bruno Rossi e Giuseppe Barigazzi. Dopo di me arrivò anche Nicola Pressburger. Con la partenza per Milano di Chierici, Rossi e Barigazzi, io diventai il "cronista anziano". Avevo 22, 23 anni. Poi si sono aggiunti Enea Arlunno, Tiziano Marcheselli e Paolo Pedretti.
Quanto tempo sei stato in cronaca alla "Gazzetta"?
Dal '58 al '65, quando sono andato a Torino, a "Tuttosport", che aveva un vicedirettore parmigiano, Silvio Ottolenghi, ex capocronista della "Gazzetta di Parma". Nel '65 sono anche diventato professonista. Era la prima sessione d'esame da quando c'era l'Ordine dei giornalisti. Pensa che a Roma avevo come vicino di banco, durante l'esame scritto, lo scrittore Alberto Moravia...
Dopo Tuttosport sei passato alla Stampa...
Sì, dopo tre anni di Tuttosport, dove c'erano firme come Giampaolo Ormezzano, Pier Cesare Baretti, futuro presidente della Fiorentina, Gianni Romeo, Gino Bacci, Vladimiro Caminiti, Renato Morino, passai alla redazione sportiva della Stampa, nel '68.
Avrei dovuto dare il preavviso, allora di un mese, a
Tuttosport, ma alla Stampa mi volevano subito. Così per un mese feci metà e metà. A Tuttosport fino alle 20, alla Stampa il turno di notte, dalle 20 alle 2. Mi trovai in un giornale di dimensioni abnormi: 1000 dipendenti, 100 autisti, 25 fotografi, solo per fare una pagina eravamo in 15... Sono rimasto alla Stampa per 25 anni.
Quali i ricordi più importanti della tua vita di inviato sportivo?
Seguivo il Torino e a Budapest ci fu un'invasione. Io ero proprio a bordo campo e riuscii a scattare delle foto bellissime, che destarono scalpore, pubblicate da Stampa Sera. Un'altra volta, invece, fui espulso da Cuba.
Espulso?
Sì. Era il 1971. Ero andato per i mondiali di baseball. Tutto accadde a causa della traduzione molto vaga dei miei articoli da parte dell'ambasciata cubana a Roma. Scrissi che l'Italia perdeva "per la mancata assuefazione al cibo locale". Loro tradussero che "gli italiani vagavano famelici per il campo". Mi venne a prendere la polizia.
Mi portarono via vestito com'ero, pantaloni e una maglietta traforata. Riuscii soltanto ad avvertire il mio compagno di stanza, Attilio Fregoso, che a sua volta telefonò all'Ambasciata all'Avana. Fu un viaggio lunghissimo, con vari scali. Mi trovai a Praga in pieno inverno, vestito com'ero... Per fortuna vennero quelli dell’Ambasciata locale a portarmi un cappotto, dollari ed un biglietto aereo per Zurigo. Poi da Zurigo a Milano in treno. Fu un caso nazionale: a Milano c'erano molti fotografi ad aspettarmi. L'Italia, per una specie di rappresaglia, espulse due cubani dell'ambasciata di Roma.

Hai girato il mondo assieme a calciatori famosi, a presidenti famosi... Hai conosciuto anche Silvio Berlusconi, immagino...
Sì. Allora avevo il ruolo di "inviato permanente a Milano" che ho mantenuto per 18 anni. A un'assemblea della Lega Calcio ci fu l’apparizione inaspettata di Berlusconi che prese la parola facendo un discorso che in pratica “sconvolse” l'ambiente. Disse che il calcio era svenduto, che le televisioni dovevano pagare le partite a peso d'oro... Poco dopo siamo andati a Barcellona per un triangolare, con il Barcellona, appunto, il Milan e l'Eindhoven. Lì Berlusconi vide Gullit e mise gli occhi su di lui. "Questo lo prendo", disse davanti a noi. Allora l'allenatore del Milan era Niels Liedholm. Fu chiesto a Berlusconi: "E Liedholm che cosa ne penserà?". "Liedholm? Ormai è sorpassato...". Andammo a dirlo a Liddas, che rispose con la sua solita ironia. "Se lo dice lui... Lui sì che è un grande allenatore...È stato sulla panchina dell’Edilnord." Ovvero la sua impresa di costruzioni.
Un altro episodio simpatico su Berlusconi capitò quando andammo ancora a Barcellona...via Pescara. Il Milan mandò il materiale,magazzinieri e massaggiatori con un pullman. Il presidente e la squadra in aereo... Il pullman arrivò prima di loro. Io incontrai sul lungomare mentre passeggiavo un massaggiatore che sghignazzando mi raccontò l’accaduto: “ Abbiamo gasato l’autista- diceva- che andava come un matto. "La Stampa titolò: "Il pullman dei magazzinieri ha battuto l'aereo di Berlusconi" con un disegno del tragitto, i chilometri e la velocità dei mezzi.
Il presidente del Milan, l'indomani, a Barcellona, fece una conferenza stampa contro di me.
Divertente. Berlusconi allora era tale quello di oggi. Parlava e poi rettificava. Era abituato con i giornalisti dell’economia che si “autocensuravano” e riportavano soltanto le notizie tecniche. Per noi sportivi fu una manna uno come lui che parlava a ruota libera: ci mandava anche regali favolosi. Dopo alcuni mesi chiuse il rubinetto, i regali erano gli stessi della...Fiat”.
Tu dal 1974 al 1992 hai seguito il calcio mercato. Chissà quanti segreti, quante trame hai scoperto. Sei tornato ad essere un "cane da trifola" come quando eri cronista alla "Gazzetta".
Sì, è stato un periodo molto divertente. Mi ha permesso anche di conoscere Giambattista Pastorello, l'uomo che poi mi portò al Parma, nel 1992, come responsabile dell'ufficio stampa. È stato un altro periodo molto stimolante della mia carriera. Allora il Parma aveva in tutto 6 dipendenti, me compreso... Calisto Tanzi se ne vantò in un’intervista a Tony Damascelli sul Giornale... Era il Parma di un presidente eccezionale, Giorgio Pedraneschi e di un tecnico al quale ho voluto e voglio ancora bene, Nevio Scala. Grande allenatore tradito soltanto dall’affetto che portava verso i suoi anziani. . Un allenatore al quale la proprietà lesinava gli acquisti: lui voleva Roberto Carlos che giocò con noi in una tournée in Brasile assieme ad “animal” Edmundo, invece gli presero Stoichkov. Lui, dopo i primi anni favolosi, voleva cedere Asprilla, che era un elemento che scombussolava i rapporti interni della squadra, invece glielo imposero in quanto ai Tanzi serviva per tenere calmi certi colombiani che minacciavano attentati alle loro proprietà in Colombia.
Durante l’ultima stagione di Scala, Tanzi si accordò con Fabio Capello che aveva incontrato durante la premiazione del
"Torretta d’oro" a Sesto San Giovanni. Pedraneschi aveva già preso Thuram e Crespo. A Capello avevano promesso Rivaldo, Cafu e Roberto Carlos, che erano del Palmeiras, vale a dire proprietà della Parmalat brasiliana, dove dominava Grisenti. Se fossero venuti al Parma sarebbe stato un trasferimento "in casa", così finirono all'Inter, alla Roma e in Spagna. Il perché è comprensibile. E Capello non venne più.
Fino a quando sei rimasto al Parma?
Fino al 1996. Quando arrivò Uva. E Ancelotti. L'atmosfera era molto cambiata. In pullman i giocatori fumavano, Ancelotti dava l’esempio. Tutti col telefonino. Per me come uomo il Carletto fu una grande delusione. Tutto il contrario dell’apparenza. Su Uva meglio soprassedere. A me dava del lei, a quelli di Parma che non erano neppure pubblicisti dava del tu. Un giorno mi rimproverò perché disse che i giornalisti di Milano parlavano troppo bene di me... Comunque ho avuto la fortuna di lavorare al Parma proprio nel periodo più bello, senza immaginare che la Parmalat, il nostro datore di lavoro, era praticamente già fallita. Probabilmente non lo sapevano neppure il farmacista Uva ed il “ presidentino”, Stefano Tanzi, come l’aveva battezzato Riccardo Sogliano, durante il suo breve “interregno” visto il deficit che lasciò.
Finora abbiamo parlato di calcio, ma tu sei considerato, soprattuto, l'uomo del baseball. Come nacque questa tua passione?
Quando lasciai il calcio come calciatore. Giocavo in seconda base assieme a molti amici della Trinità, Savignano, Coletti, Giordani, Allodi, dietro al monumento a Verdi nell’intervallo del dopo pranzo. Poi cominciai con le prime cronache e con l’aiuto di un personaggio fondamentale nella storia del baseball, il geometra Tullo Massera, deus ex machina della mitica Robur di vicolo Giandemaria, dove si faceva sport e si ballava: fondai il giornale "Tanara Baseball" che a Torino sarebbe diventato "Tuttobaseball". In altri campi ho realizzato il settimanale "Calciofilm" che sarebbe uscito per diversi anni con la doppia testata Juventus e Torino e sarebbe diventato una scuola di giornalismo: cominciarono con me Tony Damascelli, Darwin Pastorin, Carlo Nesti e tanti altri. Poi fui direttore di "Alè Toro" e anche qui ci fu una covata di giornalisti, compresa una ragazza, Licia Granello. Senza dimenticare "Parma bell'arma", la strenna dei parmigiani. Sì, mi è sempre piaciuto contribuire alla nascita di nuove testate” .

Ma a Parma hai anche scritto libri, come quello sulla storia del Cus e, recentissimo, quello sui 60 anni del Circolo Inzani...
In tandem con Gianfranco Bellè abbiamo realizzato “90 anni di Parma Calcio” quindi il libro sui 60 anni del Cus Parma e quello, molto simpatico ed elogiato pubblicamente dal presidente dell’Aia, Cesare GussoniEssere arbitri a Parma“. Infatti hai dimenticato che sono stato anche arbitro effettivo con Arnaldo “Bibi” Prati ed Alberto Michelotti. Ho arbitrato sino a quando l’Aia non mi chiese di fare una scelta: il giornalista o l’arbitro. Forse sbagliai scegliendo il giornalismo.
Il libro sui 60 anni dell’Inzani è stato realizzato in quattro mesi. Una “ full immersion” da rischiare l’annegamento. Ho intervistato tantissime persone. Nel libro ci sono quasi 800 fotografie. Direi che il risultato è stato soddisfacente. L’ho definito un “ inno alla parmigianità”

Appunto, che cos'è per te la parmigianità?
L'amore per le tradizioni, per lo spirito parmigiano. Fare due passi in piazza del Duomo e commuoversi ancora dopo tanti anni, la passeggiata in Cittadella, dove io da ragazzo correvo dietro a una palla da baseball, prendere a calci le castagne sullo Stradone...
Parli il dialetto?
Abbastanza. Anche se mia moglie, che è piacentina, dice che lo parlo male.
Il Parma , dopo un anno di purgatorio in B, tornerà subito in A?
Guidolin ha messo a posto le cose, dovrebbe farcela.
Ma ce la farà?
Dovrebbe farcela.
Achille Mezzadri
(Foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Giorgio Gandolfi; 2) Giovanissimo, in versione baseball; 3) Stile da grande calciatore; 4) In un pranzo parmigiano, tra Corrado Corti, alla sua destra e Paolo Chiarelli; 5) Da sinistra, Gianfranco Bellè, Galluccio, Cesare Gussoni, Gandolfi; 6) La partita dell'addio in viale Piacenza /accosciato, secondo da sinistra/; 7) Con Ruggero Cornini, a sinistra e Paolo Gandolfi)

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