O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént.


venerdì 14 novembre 2008

Le interviste di Pramzanblog: Matteo Pagliari DIRETTORE D'ORCHESTRA COME CAMPANINI E TOSCANINI: HO REALIZZATO IL MIO SOGNO

Un ragazzo che è nato a Parma e che ama la musica può sognare di diventare un giorno un direttore d'orchestra? Magari un grande direttore d'orchestra, come i parmigiani Cleofonte Campanini e Arturo Toscanini? Certo che può. E ce n'è più d'uno. Sono entrati giovanissimi al Conservatorio "Arrigo Boito". Hanno studiato sodo, hanno raggiunto il diploma, hanno fatto pratica all'ombra dei grandi, hanno cominciato a sognare... Ci sarà, fra loro, un futuro nuovo Campanini? Un futuro nuovo Toscanini? E vallo a sapere. Lo speriamo tutti. Intanto, tra queste "bacchette" di belle speranze, ma già affermato attraverso alcuni importanti concorsi (il "Jordania" a Kharkov nel 2005 e il "Pedrotti" a Trento nel 2006) e come direttore assistente del giovane maestro bresciano Riccardo Frizza, uno degli astri nascenti della musica italiana, ne ho "beccato" uno: Matteo Pagliari, nato a Parma il 20 giugno 1974 e diplomato al Conservatorio nel 2002. Lo faccio accomodare subito nella galleria dei personaggi intervistati da Pramzanblog.
Com'è nata la sua passione per la musica?
I miei genitori, papà Fabrizio e mamma Elda, mi dicono che fin da piccolissimo manifestai una certa predisposizione per la musica. La mia prima esperienza di "orchestra", si fa per dire, la feci a tre anni: suonavo la grancassa in uno spettacolino di carnevale, all'asilo. Poi ho frequentato le elementari alla Scuola Micheli, in via Micheli, della quale ho un ricordo struggente della mia fantastica maestra, Alba Dall'Ara. Intanto la passione per la musica continuava a farsi strada: entrai a far parte del coro di voci bianche del "Città di Parma". A dieci anni ho messo piede per la prima volta in un teatro. In una "Tosca" al Teatro Regio, diretta da Gunther Neuhold, io ero il "pastorello", nell'ultimo atto. Un'emozione che non dimenticherò mai.
Quando è entrato al Conservatorio "Arrigo Boito"??
Dopo le elementari. Lì ho fatto medie e liceo e ho cominciato a suonare, pianoforte, nel 1985. Il mio maestro era Mario Borciani.
Dopo gli studi pianistici lei è passato alla direzione d'orchestra. Perché?
Per me è stata una scelta naturale. Ho sempre avuto l'ambizione, fin da piccolo, di diventare direttore d'orchestra. Prima ho studiato all'Accademia Musicale di Pescara, con il maestro Gilberto Serembe e poi qui a Parma, al "Boito" dove mi sono diplomato nel 2002 con il maestro Pietro Veneri.
Dal 1998 al 2002 è stato direttore artistico del Coro "Città di Parma": come mai l'ha lasciato?
Era stato il mio coro da bambino, e ci cantavo anche da adulto. Mi faceva molto piacere dirigerlo. Ma era un coro amatoriale, formato da persone impegnate in altre attività. Era difficile gestirlo, così a un certo punto ho detto basta, anche se con dispiacere.
Dal 2002 è direttore assistente del maestro Riccardo Frizza, uno dei giovani maestri più quotati. Che lavoro svolge il "direttore assistente"?
È una specie di "direttore ombra". È l'alter ego del maestro e lo sostituisce quando è necessario. Tra noi si è instaurato un ottimo rapporto, sia umanamente, sia professionalmente.
Che cosa c'è di diverso nella vita privata di un giovane che vuole dedicarsi seriamente alla musica?
Be', durante l'adolescenza non ho fatto alcune delle cose che fanno i ragazzi, tipo riunirsi, fare "la vasca" in centro... Però devo anche dire che non ne ho mai nemmeno sentito profondamente la mancanza. Le mie giornate erano dedicate allo studio del pianoforte.
Ama più la lirica o la sinfonica?
Dipende dagli autori. Il mio amore per la lirica è stato più tardivo di quello per la sinfonica. Comunque posso dire che il mio interesse per i due generi è 60 a 40: a favore della sinfonica. Per quanto riguarda gli autori, amo Verdi in modo spassionato e non posso tollerare Donizetti.
Tebaldi o Callas?
Due artiste molto diverse l'una dall'altra, ma sublimi entrambe. Forse Renata Tebaldi cantava meglio, ma io sono più attirato, epidermicamente, da Maria Callas.









Che cos'è per lei la parmigianità?

È una pacca sulla spalla. È un sorriso sincero.
Che cosa le piace di Parma?
Tutto. Adoro la mia città.
Che cosa non le piace?
Lo stadio Tardini nel cuore di Parma. Io l'avrei già spostato. E poi l'eccesso di righe blu. Non si sa più dove mettere la macchina.
Che cosa pensa del risveglio culturale di Parma?
Onestamente non me lo aspettavo. Sono arrivati i finanziamenti, il Festival Verdi è decollato, è stato aperto l'Auditorium Paganini, adesso l'Auditorium del Carmine nel Conservatorio... Insomma, un'età dell'oro. Mi auguro che duri.
A proposito di Conservatorio. Lei sabato 29 novembre dirigerà l'Orchestra del "Boito" in un concerto nella Sala Verdi...
Sì. Suoneremo tre preludi sinfonici di Ildebrando Pizzetti, una serie di cinque brani di Ottorino Respighi, da "Deità silvane", con il soprano Hitomi Kuraoka e un pezzo di Pietro Bottesini per clarinetto e orchestra. Il solista sarà Paolo Panigari.
Concludiamo con Parma. lei conosce il dialetto? Lo parla?
A gh'é mäl. Al m'e pjäz bombén.
Achille Mezzadri
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) Matteo Pagliari mentre dirige; 2) Primo piano; 3) Ancora durante una direzione; 4) Mentre dirige nel Teatro Farnese; 5) Con uno dei suoi due gatti, Cherubino. L'altra è Liù)

1 commento:

Carletto Nesti ha detto...

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ARTURO TOSCANINI: 52 ANNI FA MORIVA UN INNOVATORE

La mattina del 16 gennaio 1957 una notizia svegliò New York: “Arturo Toscanini, uno degli immortali della nostra epoca, non e' piu”. Il grande direttore d'orchestra aveva novanta anni e viveva a Riverdale, poco fuori dalla metropoli americana.

Ancora oggi - 52 anni dopo la sua morte - è difficile pensare come un uomo in una sola vita sia riuscito a realizzare tanto, diventando esempio di statura morale, di gusto artistico e di intransigenza culturale. Quando ebbe la responsabilità della Scala, operò una vera rivoluzione del gusto teatrale e musicale: pretese le luci spente in sala durante lo spettacolo; impose il sipario che si chiude al centro, al posto di quello antico che cala dall'alto; vietò vietò i bis, i capelli in testa in platea e l'ingresso ai ritardatari. Giunse persino a vietare l'accesso al palcoscenico ai grandi finanziatori del teatro, come il duca Uberto Visconti di Modrone (il padre del futuro regista Luchino). E questo sarebbe nulla, se non fosse accompagnato da una continua ricerca della perfezione delle esecuzioni musicali. Nato a Parma, il 25 marzo 1867, Toscanini è figlio di un sarto e corista, acceso garibaldino; il piccolo trascorre così buona parte dell'infanzia con i nonni materni.

A 11 anni ama già la musica e ottiene un posto gratuito al Conservatorio di Parma, dove si diploma in violoncello. A 18 anni è a S.Paolo del Brasile e a Rio, dove gli orchestrali contestano il direttore Miguez. Toscanini sale sul podio per la prima volta ed é un trionfo con Aida, Rigoletto, Trovatore e Faust. Tornato in Italia nel 1887, suona il violoncello alla prima di Otello alla Scala, ma torna sul podio nel 1892. Passa alla Scala quale direttore di concerti e nel 1896 è a Torino con Boheme e al Metropolitan di New York con Fanciulla del West (interpretata da Caruso).

Nel 1898 diventa direttore artistico e maestro principale alla Scala, mentre Torino gli affida i 43 concerti dell'Esposizione internazionale. Il 26 febbraio 1902, per la traslazione delle salme di Verdi e della Strepponi, dirige 900 voci nel coro del Và pensiero, che non compariva alla Scala da vent'anni. L'anno dopo è a Buenos Aires, poi di nuovo a Torino, quindi al Metropolitan. Scoppia la guerra e Toscanini è interventista: si spinge con una banda militare quasi in prima linea. Nel 1920 dirige un'orchestra italiana negli Usa. Al suo ritorno, nasce l'Ente autonomo Teatro alla Scala di Milano. Dopo un anno di lavoro organizzativo, presenta 'Falstaff', 'Boris Gudinov', 'Mefistofele' con Pertile, 'Debora e Jaele' di Pizzetti, 'Belfagor' di Respighi, Il Nerone di Boito.

Con la Scala va Vienna e a Berlino, quindi torna negli Stati Uniti, a capo della Filarmonica di Nuova York, con la quale viene in Europa nel maggio 1930. Il suo rifiuto di eseguire 'Giovinezza' lo rende sgradito ai fascisti, mentre l'università di Georgetown gli conferisce la Laurea honoris causa. Finita la guerra, la Scala lo richiama, dopo la ricostruzione del teatro: dirige il terzo atto della 'Manon' e il prologo del 'Mefistofele', il coro del Nabucco e il 'Te deum'.

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