Arriva, arriva. Dopo un inizio d'autunno "primaverile" cominciano ad arrivare le prime note dolenti della "brutta stagione". Via velocemente negli armadi le ultime cose estive, cappotti in preallarme, impermeabili e maglioni in pole position. E la sera si comincia, infilandosi nel letto, a sentire quell'umidità, quelle lenzuola ghiacciate... Se ci fosse il "prete"... I più giovani non possono capire questa frase: che cosa vuol dire "se ci fosse il prete"? Che cosa c'entra il prete?. C'entra, c'entra. Anzi... ci entrava. Entrava nel letto silenzioso e discreto, e caldo come il pane appena sfornato. Noi che non siamo nati ieri, ma ieri l'altro, abbiamo visto quel trabiccolo in legno.
L'abbiamo visto mentre i nonni o genitori lo toglievano dal ripostiglio e lo infilavano nel letto, aprendolo, e facendo diventare il letto una specie di tenda da campeggio. E, già grandicelli, l'abbiamo infilato anche noi. Poi arrivava lo "scaldino", che in Emilia, e nel Mantovano, veniva chiamato "la suora", con le braci sepolte nella cenere, ma scoppiettanti e caldissime. Così le lenzuola perdevano l'umidità e il calore si diffondeva uniformemente. E quando i grandi dicevano "adésa andèma a lét" non c'era il gelo ad attenderci, ma un tepore prezioso che ci invitava a sonni sereni. Ricordo la dolce sensazione che dava il letto caldo anche quando la stanza era ghiacciata e fuori imperversava il vento o la pioggia. Ricordi antichi, annebbiati dal tempo.

Per finire una domanda curiosa: come mai da noi lo "scaldaletto" (questa la denominazione ufficiale) veniva chiamato "prete", e nel Triveneto veniva invece chiamato "monaca"? Allora, da quelle parti, lo scaldino era il "prete"? Chissà. Ma a me questa storia dei preti e delle suore infilati nei letti della nostra infanzia per scaldarci un po' mi genera sempre allegria. E nostalgia.
(Nelle foto, dall'alto: 1) Il "prete a letto" nel disegno di Giuseppe Monica per la Corale Verdi; 2) Il "prete" nel letto; 3) Il "prete" ai piedi del letto).

























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