La situazione editoriale italiana mostrava una crisi preoccupante. Era difficile cambiare testate e io sinceramente, dopo 10 anni a Capital, ambivo a fare qualche cosa di diverso. La routine, che è ciò che un giornalista meno ama, stava diventando parte della mia vita. Un mio amico e collega di Milano, Gherardo Milanesi, aveva nel frattempo creato una società di produzioni televisive a Rio de Janeiro, attività che aveva iniziato approfittando del fatto che da anni era di stanza in America Latina come corrispondente. Dopo una mia vacanza a Rio de Janeiro, ci siamo parlati e ho deciso (non avendo famiglia) di fare il grande salto. "Ora o mai più", ho pensato. E ho deciso di andare.
A Parma chi hai lasciato?
Poche persone. Mia madre, mio fratello, pochi carissimi amici. Il fatto di aver cominciato a vivere a Milano dall' età di 19 anni mi ha un poco isolato dal contesto cittadino. Gli amici del "Romagnosi", per esempio, li ho persi praticamente tutti di vista. Me ne dispiaccio, in fondo sarebbe bastato un piccolo sforzo per coltivare le amicizie dell' adolescenza.
Soffri di nostalgia?Quando vivevo a Milano, la nostalgia quasi non esisteva. Abitavo nella zona di Porta Venezia, con la tangenziale a due passi. Se avevo voglia di rivedere i miei, potevo anche salire in macchina all'ora di cena e verso le 22 ero in via Don Sturzo, dove vive la mia famiglia. Quasi tutti i fine settimana, facevo un salto a Parma, per rinfrancarmi dopo una settimana di stress milanese o per andare al Tardini: sono sempre stato un grande tifoso del Parma, e lo sono ancora oggi. Ma adesso che vivo dall' altra parte del mondo, la nostalgia in certi momenti è molto forte. Rio de Janeiro è l'opposto di Parma. Parma città piccola, tranquilla e sicura; Rio una megalopoli caotica con indici di criminalità altissimi. Parma città ricca di arte e cultura, abitata da persone che, pur con i loro difetti, hanno in genere valori morali antichi e solidi; Rio, metropoli con grandi problemi sociali dove, per gravi carenze familiari e scolastiche, le persone non hanno chiaro il concetto del bene e del male. A Parma ti puoi fidare delle persone fino a prova contraria. Ho nostalgia, quindi. Nostalgia di poter girare a piedi o in auto anche alle tre di notte senza paura di essere rapinato; nostalgia delle piccole distanze che puoi percorrere anche in bicicletta; nostalgia del dialetto; nostalgia del buon senso dei nostri vecchi; nostalgia dei nostri borghi, sostituiti da grandi Avenidas da girare tenendo ben nascosto il portafogli; e nostalgia della nostra meravigliosa cucina.
Torni ogni tanto a Parma?
Sì, grazie al cielo due o tre volte all'anno mi concedo una ventina di giorni a Parma. E allora, per recuperare il tempo perduto, giro tanto, in genere in auto o a piedi, per vedere che cosa è cambiato nei quartieri, nelle strade. Adoro l'Oltretorrente, anche se non vengo da lì. Però ha per me qualcosa di magico. Credo di conoscere a memoria tutte le nostre circoscrizioni. Se vivessi a Parma, non le avrei memorizzate. Ma quando sei lontano, impari tutto della tua città, quasi non volessi "lasciartela scappare".
Casa mia e il quartiere Montebello nel quale sono cresciuto. Piazza Maestri. Il campetto di via Einaudi. Il tratto di via Sant'Eurosia che porta a via Traversetolo. E poi i bar, che qui mi mancano tanto, dove sedermi, prendere un cappuccino con un cannoncino (una meraviglia della nostra tradizione pasticcera) e leggere la "Gazzetta".
In quale modo rimani in contatto con la tua città?
Meno male che c'è Internet. Leggo ogni giorno il sito della "Gazzetta" e la pagina di Parma de Larepubblica.it, assisto in diretta quasi quotidianamente ai telegiornali di Tv Parma. E poi seguo il sito del Parma Calcio. Inoltre ho le mie "fonti", amici con cui via e-mail parliamo di quello che succede in città. Mi dispiace solo non potere quasi mai votare per l' amministrazione della mia città. In periodo di elezioni, sono quasi sempre a Rio.
Prima "strajè" a Milano, poi "strajè" a Rio de Janeiro: non ti senti di aver "tradito" la tua città?
No, non credo di aver mai tradito la mia città. Penso che essere strajè significhi portare Parma fuori dalle mura cittadine. Farla conoscere di più. Noi strajè, in fondo, facciamo marketing alla nostra città. Io non ho mai rinnegato, ma sempre rivendicato la mia parmigianità. Parma non è il mondo. Ci sono cose che in una piccola città non puoi fare, e allora decidi di partire per realizzarti. Ma ti porti dentro quello che a Parma hai imparato quando eri ragazzo.
Pensi di tornarci stabilmente, un giorno, o resterai "strajè" per sempre?
Io dico sempre: posso metter su famiglia in Brasile, ma invecchiare, voglio invecchiare a Parma. Lì sono nato e lì voglio "andare in pensione". Parma è una città perfetta quando sei bambino e quando sei anziano. Ti dà sicurezza, ottimi servizi pubblici, la solidarietà che non trovi nelle grandi città. Ovviamente, è una città nella quale si vive bene a tutte le età. Ma, per certe professioni o certe personalità "avventurose", può essere limitativa. Per riposare dopo una vita impegnativa, invece, è perfetta.
Che cosa ti piaceva di più di Parma?
L'eleganza, che l'ha sempre resa una provincia con una marcia in più. La fondamentale bontà della gente, soprattutto dei più umili, il "Cor pramzàn". Il senso di appartenenza: il parmigiano si sente prima di tutto di Parma, poi emiliano, italiano, europeo. Una certa apertura mentale che, pur limitata dal provincialismo, ha sempre distinto Parma dalla provincia bigotta. La tradizione di autodeterminazione: la gente non subisce, a Parma, ma cerca di essere protagonista, perché ha vissuto l´etá dei Comuni, ha avuto un forte movimento sindacale, ha fatto le barricate contro i fascisti. Non è così comune, nella provincia italiana. Una volta Ferdinando Camon, lo scrittore padovano che tanto bene ha ritratto la sua terra, mi disse: "Lei è parmigiano? Guardi, posso dirle che noi padovani come mentalità siamo più simili a un calabrese che a un parmigiano. Perché la gente del Veneto non ha mai avuto la libertà e la forza di autodeterminarsi, come invece avete fatto voi".
Che cosa ti piaceva di meno?
La spocchia e lo snobismo che la Parma-bene ha sempre avuto. Il consumismo dilagato negli ultimi vent' anni, che ha avuto come triste conseguenza un certo abbandono della cultura. L'amore per gli oggetti ha sostituito l'amore per il bello. Con il risultato che da anni Parma non produce più gli artisti e gli uomini di cultura che l'avevano contraddistinta fino agli anni Settanta. I nostri migliori scrittori, poeti, registi o sono morti o sono anziani. E poi, ho sempre notato una certa mancanza di spontaneità nel divertirsi, soprattutto negli ambienti alto borghesi.
Che cosa è, secondo te, la parmigianità?
Secondo me è il felice incontro tra due anime: un'anima tipicamente emiliana, contadina e ottimista, piena di buon senso e attaccata alle tradizioni, e un'anima aristocratica, che pensa in grande, si sente europea e ama differenziarsi. Anche il parmigiano più umile ha un tocco di snobismo, di originalità (ricordate Stopaj?). E anche il parmigiano più snob non disdegna di usare il dialetto. Credo che la parmigianità esisterà finché queste due anime riusciranno a convivere in equilibrio. Esistono due pericoli, secondo me. Il primo è che l´anima snob, trainata dal consumismo e dall' apparire, cancelli piano piano l'anima popolare dei nostri vecchi. Il secondo pericolo è che la globalizzazione annulli le differenze. E che un giorno diventi impossibile distinguere tra un piacentino, un padovano e un parmigiano.
Non ti sei mai pentito, nemmeno per un attimo, di aver scelto una vita da "strajè"?
Sì, a volte penso che avrei potuto scegliere di restare. Ma poi penso che ogni scelta è stata fatta con entusiasmo e che la distanza con la mia città è solo relativa. Ce l'ho sempre nel cuore e, grazie ad Internet, sempre negli occhi. Passeranno anni, ma è a Parma che tornerò. E so che Parma mi aspetta, accogliente come una madre.
Achille Mezzadri





















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