O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

giovedì 2 ottobre 2008

EDITORIALINO: Razzismo alla pramzàna


Ho letto con interesse l'editoriale del direttore della "Gazzetta", il mio amico Giuliano Molossi, sul tema del "razzismo" a Parma, dopo la deplorevole vicenda di Emmanuel, lo studente ghanese che, scambiato per un pusher, sarebbe stato picchiato (il condizionale è d'obbligo, visto che le indagini sono in corso) da poliziotti municipali (gli ex vigili urbani). E che sarebbe stato rilasciato assieme alla consegna di una busta con la scritta "Emmanuel negro". (Ma anche qui è da accertare chi l'ha scritta). Ecco, Molossi, nel suo editoriale,  sostiene che "Parma non è una città razzista. Non lo è mai stata. Questa comunità ha dato, e continua a dare ogni giorno, dimostrazioni di tolleranza e di rispetto per chi arriva da lontano, per chi ha la pelle di un colore diverso. Siamo generosi e ospitali". Concordo pienamente. Anche se vivo a Milano da molti anni, durante i miei ritorni a Parma ho sempre avuto modo di notare che le peculiarità dei parmigiani, vale a dire la giovialità, la solarità. la genuinità, l'ironia, continuavano a essere esercitate anche nei confronti di chi aveva la pelle di colore diverso. Parma, come dice Molossi, ha il senso di ospitalità nel suo Dna.
Da cinque mesi, cioè da quando ho aperto questo blog, tratto spesso il tema dell'integrazione e ne parlo con i miei sempre più numerosi "contatti" parmigiani. Ecco, mi pare di capire che qualcosa sta cambiando. Ho capito che il seme del razzismo, per fortuna, non ha attecchito, ma quello del disagio, dell'intolleranza, "ha preso". E comincia a dare i suoi primi frutti. Il fatto è, secondo me, che non tutti sono ancora abituati a queste invasioni bibliche e non tutti sono preparati a reagire nello stesso modo, che sarebbe quello di un saggio spirito di collaborazione. Molti non sanno distinguere tra immigrato e immigrato, molti non sanno distinguere tra i ragazzi che vengono dal Ghana, dalla Costa d'Avorio, dal Mali per iscriversi all'Università, per diventare stimati professionisti con il sogno di tornare a migliorare il proprio Paese e tra quelli (spesso magrebini, ma ovviamente le eccezioni non mancano) che vengono qui perché non sanno dove andare. Confondono tra gli africani che muoiono dalla voglia di integrarsi, di imparare la parmigianità (e gustano la nostra cucina, e preparano tortelli e anolini) e tra quelli che credono solo nel Dio Kebab e si chiudono in se stessi, autoghettizzandosi. È da queste incomprensioni, forse, che possono crearsi piccole sacche di razzismo, di chiusura totale. Siamo tutti d'accordo che è giusta l'intolleranza nei confronti, parole di Molossi "di chi viene qui a insidiare la nostra sicurezza". Ma bisogna stare molto attenti a cogliere i bersagli giusti. Perché il razzismo è spesso figlio, proprio, di disagio e intolleranza.

2 commenti:

paola ha detto...

Ma questi stranieri cosa fanno per inserirsi? inoltre per quanto si scriva, siamo diversi, io non mi trovo bene fra loro, sono nata e cresciuta in un ambiente completamente diverso, con diversa mentalità, cultura, gusti, ecc.....allora, cosa debbo dire sono da definirsi "razzista"?
Di essi solo una minoranza lavora, tanti riescono a sopravvivere grazie a case, vitto, alloggio, scuole che da noi
riescono ad avere quasi gratuitamente.
e in cambio che cosa abbiamo, certo per noi Italiani le cose con l' arrivo di questi comunitari non sono certo cambiate in modo pasitivo anzi la mia sensazione è l' esatto contrario.
Paola

paola ha detto...

ps. scritta in velocità, scusate