O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

venerdì 10 ottobre 2008

Chiedi chi era Curti: "al và bén ma'l và rifàt"

Per molti giovani parmigiani Aldo Curti è stato un giornalista. Un importante giornalista. Un vicedirettore della "Gazzetta". Io, che l'ho conosciuto bene, lo ricordo soprattutto come "il capocronista", il più grande capocronista che un quotidiano di provincia potesse avere. Un grande parmigiano (giocò anche nel Parma As) che purtroppo, da sette anni, e precisamente dal 22 ottobre 2001, non c'è più.
Di lui voglio ricordare poche cose, ma essenziali, che sono sufficienti per "centrare" il personaggio" e per farlo conoscere a chi non l'ha conosciuto o a chi l'ha conosciuto poco.
Quell'ironia innata, innanzitutto. Quel modo tra il faceto e l'autoritario con cui, a un giovane cronista, dopo aver letto il suo pezzo, diceva: "Al và bén, ma'l và rifàt". Un insegnamento indimenticabile, del quale ho fatto tesoro ed ho anche "esportato" a Milano. Anche qui, adesso, c'è gente (come il mio caro amico Massimo Borgnis) che non c'entra niente con Parma ma che sa "chi era Curti" perché anch'io, a giovani redattori, ho detto più volte, alla pramzàna (o meglio, "alla Curti") "al và bén ma'l và rifàt".
Quella signorilità, poi. Quella signorilità con cui, ogni giorno, ti scroccava da una a tre sigarette. Tre a me, tre a lui, tre all'altro, tre all'altro ancora. Non te la chiedeva nemmeno più, la sigaretta. Passava dalla scrivania e la prendeva. E basta. Ma la signorilità con cui, poi, ogni anno, in un ristorante di Ponte Taro, offriva un pranzo a tutti i suoi quotidiani "fornitori" di tabacco.
Quell'innata parmigianità, poi. Quell'irresistibile capacità di sdrammatizzare le cose, di metterci dentro dell'humour. Come quella volta che ricevette da Beppe Gualazzini, inviato ad Ancona per un convegno, una telefonata allarmata, dopo una lieve scossa di terremoto: "Signor Curti, qui si trema". Ero davanti a lui quando sentii la sua risposta: "Mèttot al zachètt".
Quella straordinaria professionalità. Ricordo quella volta in cui mi occupai del "primo morto" della mia carriera giornalistica. Un muratore che era caduto da un tetto, in via Zarotto. Andai. Mi informai. Tornai. Gli dissi che avevo tutto, ma non la foto del morto. Lui non si scompose. "Scrivi il pezzo". Lo lesse. "Benissimo. Adésa va a catär la foto". Andai. Tornai con la foto del morto.
Voglio finire questo ricordo con uno dei momenti che più mi hanno lasciato nel cuore Curti, il grande Aldo Curti. Quando ero in cronaca, con il mio amico Nicolino Pressburger, mai dimenticato, si faceva spesso qualche "extra". Nel senso che, non richiesti, facevamo qualche indagine per rintracciare ragazzine scomparse da casa. Una volta ne ritrovai una da solo. Un'altra con l'aiuto di Nicolino. Cerca e trova. Dopo lunghe ricerche riuscimmo a ritrovare, dalle parti del monumento a Corridoni, una ragazzina che era scappata da casa. Nicolino scese dall'auto e la "tampinò". Io andai a prendere il fratello che era a casa in ansia. Li facemmo incontrare. Baci e abbracci. Li accompagnammo in questura. Tutti felici. Tante lacrime. Poliziotti strafelici, pratica chiusa. Nicolino e io tornammo alla "Gazzetta" raggianti. "Signor Curti, signor Curti, l'abbiamo trovata". Curti ci guardava, pipa in bocca, dall'alto delle scale della sede di via Emilio Casa. "Chi avete trovato?". "La ragazza che è scappata da casa". "A bene, e adesso dov'è?". "In questura, con i suoi". "A gh'ìv la foto?".
Ci sentimmo raggelare. Nella foga del ritrovamento, avevamo perso di vista il nostro compito principale, che era quello di cronisti, e non di detective.
(Nelle foto, dall'alto: 1) Aldo Curti; 2) Curti con Baldassarre Molossi: testimoni alle mie prime nozze)

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