/// O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

venerdì 31 ottobre 2008

Chiedi chi era Emma Bizzi, la pasticciera

Quando morì Emma Bizzi, la pasticciera, nel 1962, io avevo 17 anni e nella Pasticceria Bizzi di piazza Garibaldi, anche se abitavo in borgo XX marzo (regno di un altro storico "regno dei golosi", la Pasticceria Pagani) c'ero già stato un sacco di volte, soprattutto per andare a comprare, con i miei, "le paste della domenica". Che erano una roba... I bignè caramellati, innanzitutto, e i babà, e la millefoglie... Insomma, un delirio di bontà. Dopo la scomparsa di Emma, il cavalier Emma per la precisione, la "Bizzi" fu gestita ancora per anni da una nipote, fino a che chiuse i battenti, seminando sconcerto, rabbia, indignazione tra i parmigiani. Ma come? Come poteva chiudere un locale così "storico"? Come poteva venir soppiantato da un anonimo negozio di abbigliamento? Molti pramzàn sanno a memoria la storia della Pasticceria Bizzi, ma i più giovani no. E allora la ricordo io.

Romeo Bizzi, il marito di Emma, nel 1902 aprì una pasticceria in via Mazzini 16, insieme con il fratello Erminio. Poi, nel 1907, con la moglie Erminia, avviò quella di piazza Garibaldi, destinata a diventare un mito della città. E non solo per la qualità delle sue straordinarie paste, ma perché era il ritrovo del più nei nomi di Parma. Lì ci sono passate famiglie "storiche": i Sanvitale, i Soragna, i Simonetta, i Paveri, i Pallavicino, i Marchi, i Barilli... Le sue vetrine furono un "osservatorio" degli avvenimenti sociali di Piazza Garibaldi, dalle cariche di cavalleria agli scioperi agrari del 1908, alle agitazioni del 1922, alla trebbiatura del grano "quando c'era lui"... Un locale che ha dato lustro alla città e che ha fatto incetta di riconoscimenti e benemerenze, prima fra tutte quella della Regina Margherita, nel 1909. Romeo Bizzi morì nel 1962 e la moglie, Emma Bizzi, rimase al ponte di comando per altri 32 anni, fino alla morte.
(Le foto, dall'alto: 1) Emma Bizzi; 2) La Pasticceria Bizzi)

QUI STATI UNITI - Scrive lo "strajè" Alex Shundi

RITROVAI SICURI DOPO 25 ANNI: MI DISSE DUE PAROLE E POI GLI VENNERO LE LACRIME AGLI OCCHI
PREMESSA - L'amico Alex Shundi Bocchialini, il pittore parmigiano, famosissimo negli Stati Uniti, che vive al confine tra il Connecticut e lo Stato di New York, mi aveva preannunciato un suo ricordo personale di Enzo Sicuri, mandandomi una foto nella quale è ritratto accanto alla statua del "barbone" più amato di Parma, eseguita da Maurizio Zaccardi. "Ma aspetta un momento", mi ha scritto. "Sto ultimando un quadro dove c'è dentro anche Sicuri". Appena ha terminato il dipinto l'ha fotografato e mi ha subito inviato la foto, che ho ricevuto pochi minuti fa e che i lettori di Pramzanblog possono vedere in anteprima. Il quadro, una tela di 2 metri per 2,20, si intitola "Uscio, gioia e dolore, Fellini". Sull'uscio, sul quale è appeso perfino un tortello, c'è lo stesso Shundi e sotto di lui il suo gatto, Fellini. Sulle scansie di destra c'è una collezione di immagini della vita del pittore. In quella in alto si vede uno dei leoni del Duomo, il nonno materno del pittore, Pietro Bocchialini, fratel Aldo, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, suo maestro all'Istituto de la Salle e proprio Enzo Sicuri, con la sua inseparabile biciletta. Da notare, in basso, un tappeto di violette di Parma. Più nostalgia di così...
*** Quando ero piccolo, appena incrociavo Enzo Sicuri lo tormentavo, come molti altri bambini, ma alcune volte però gli portavo della roba, e ci mettevamo a parlare. Nel 1981, sono andato a Parma con una ragazza americana con la quale vivevo. Camminando per borgo Longhi, vidi Sicuri in un portone, circondato da sacchi di plastica pieni di carta. Mi fece un'impressione incredibile, poiché l’ultima volta che l'avevo visto era stato nel 1956, un'anno prima della mia partenza per gli Stati Uniti. Attraversai la strada e lo salutai: “Ciao Sicuri”. Lui mi disse: “Sandrino, at pär vón ch'l'è gnù zò d'la lón'na”. Mi avvicinai e gli dissi, con affetto: ”Come stai, Sicuri, é tanto bello rivederti. E poi mi hai anche riconosciuto, dopo tutto questo tempo...”. Lui mi disse: “Va via, va via di qua, alla larga, läsom stär..” . Presi la mano della mia ragazza (che non aveva capito un tubo, ovviamente) e mi allontanai, per poi voltarmi dopo quattro o cinque metri. Sicuri mi stava salutando con la mano, e con lacrime agli occhi. Fu l’ultima volta che lo vidi. Fu un un episodio che mi colpì tantissimo, una cosa che non dimenticheró mai.
Alex Shundi Bocchialini
(Le foto, dall'alto - © COPYRIGHT ALEX SHUNDI BOCCHIALINI - /CLICCARE PER INGRANDIRE/: Alex Shundi Bocchialini; 2) Il pittore ritratto in piazzale della Macina accanto alla statua di Enzo Sicuri, eseguita da Maurizio Zaccardi; 3) Il particolare del quadro, nel quale si vedono uno dei leoni del Duomo, il nonno materno del pittore, Pietro Bocchialini, Fratel Aldo dei Fratelli delle Scuole Cristiane ed Enzo Sicuri; 4) Il dipinto completo, che si intitola "Uscio, gioia e dolore, Fellini").

QUI BRASILE: scrive la "strajäda" Tamara Baroni

PERCHÉ NESSUN PARMIGIANO HA SCELTO DI VIVERE, COME ME, A NATAL, LA "CITTÀ DEL SOLE"?
*** Qui, a Natal, nel Nord Est del Brasile, dove abito io da vent'anni, ci sono un sacco di italiani (piú di 200 residenti, mi ha detto il console Rino Bordogna), ma nessun parmigiano (a parte me). Trovo questo davvero incredibile. Credetemi, ho girato molto il mondo prima di decidere di stabilirmi qui. Sono state in ballo Tahiti, Miami, perfino Haiti, in altri tempi. Quando mi sono innamorata del Brasile, ho vissuto otto mesi a San Paulo, cinque a Salvador, sei a Rio, poi Natal mi ha incantata e con mio marito abbiamo fermamente deciso per questa cittá dove non c´é violenza, è sempre estate, (siamo 4 gradi sotto l´equatore), il mare é bellissimo, protetto da barriere coralline, tanto da sembrare non tanto oceano quanto mare dei Caraibi. Scuole e ospedali sono ottimi: di questo ci eravamo ovviamente informati prima di fare i bagagli dall'Italia. La gente é aperta e cordiale. Insomma tutto estremamente positivo. Come mai non c´é nessun parmigiano oltre a Tamara Baroni?
I voli sono diretti da Milano. Non si contano i romani, veronesi, torinesi, fiorentini, triestini, napoletani e milanesi, ecc. Per non parlare di norvegesi, spagnoli, argentini, francesi..ecc. Allora, che é successo dei parmigiani? Sono proprio curiosa.
Tamara Baroni
(Le foto: 1) Tamara Baroni, by Roberto Duarte © COPYRIGHT ROBERTO DUARTE; 2) Una spiaggia di Natal)

Da domani un po' di Lourdes anche a Parma


Domani, giorno degli Ognissanti, per i credenti sarà un giorno molto importante. Alla Villetta infatti, mentre migliaia di parmigiani si recheranno a visitare, con un giorno di anticipo sulla Celebrazione dei Defunti, i loro cari, il Vescovo, monsignor Enrico Solmi, concelebrerà alle 15,30 una santa Messa nell'oratorio del Cimitero, poi, all'ingresso, proprio vicino alla tomba di Padre Lino, verrà scoperta la riproduzione della Grotta della Madonna di Lourdes, in occasione del 150° anniversario della prima apparizione della Vergine a Bernadette Soubirous, nel 1858.
L'inaugurazione della grotta è stata voluta dall'Ade, presieduta da Carletto Nesti, in collaborazione con la Comunità Agesci dei Foulards Bianchi, dall'Unitalsi e dall'Associazione Amici dei Foulards Bianchi di Parma.
Al termine della Messa all'Oratorio, si formerà un corteo che, in preghiera, si recherà verso la Grotta della Madonna di Lourdes. Alle 16,30 avverrà lo scoprimento della grotta, che sarà benedetta dal vescovo Solmi, mentre sarà deposto un omaggio floreale e verrà recitata la preghiera del Giubileo. Seguiranno brevi discorsi del sindaco di Parma, Pietro Vignali e dei rappresentanti di Agesci, Foulards Bianchi e Unitalsi.
In un'atmosfera molto raccolta e di intensa preghiera, suonerà la solista d'arpa Carla They e il soprano spezzino Gianna Queni canterà "La Vergine degli angeli" da "La forza del destino" di Giuseppe Verdi,
(Nelle foto, dall'alto: 1) la Grotta della Vergine Maria a Lourdes, di cui sarà scoperta una riproduzione all'ingresso della Villetta; 2) Il Vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi; 3) Il quadro raffigurante l'apparizione, appeso nella cella di Padre Lino -vedere nel servizio sotto la foto della cella- ).

giovedì 30 ottobre 2008

"Pramzanblog" intervista Padre Berardo Rossi PER LA BEATIFICAZIONE DI PADRE LINO MANCA UN MIRACOLO: LA PROVVIDENZA PROVVEDERÀ

A parlare di Padre Lino, ma non solo, con Padre Berardo Rossi, 86 anni, frate minore del Convento della Santissima Annunziata. Padre Berardo è a Parma solo dal 2003, ma è diventato subito, da allora, un'istituzione della città. Perché è arrivato preceduto da un passato illustre (è stato tra i fondatori e poi direttore dell'Antoniano di Bologna, ha scritto un sacco di libri - tra i quali una biografia di Raimondo Montecuccoli (suo compaesano, di Pavullo nel Frignano, in provincia di Modena), la storia dello "Zecchino d'oro" e la biografia di Mariele Ventre, la mitica direttrice del coro dell'Antoniano), ma anche perché è diventato uno dei cuori pulsanti dell'Oltretorrente, del quale il Convento dell'Annunziata (con la spartana cella di Padre Lino ancora spoglia come la lasciò il "santo") è la "porta d'ingresso", baluardo di spiritualità. E infine perché, particolare non minore, è vicepostulatore della causa di beatificazione di Padre Lino. Ed è proprio del frate dalmata che entrò nel cuore dei parmigiani, senza mai più uscirvi, che comincio l'intervista con Padre Berardo.
Parliamo subito, se non le dispiace, del processo di beatificazione di padre Lino. Per i parmigiani il frate dalmata è già santo da un pezzo, ma il processo di beatificazione è cominciato nel 1942 e frate Lino è Venerabile dal 26 marzo 1999. Però, di beatificazione, non se ne parla ancora... Come mai, padre Berardo? Lo chiedo a lei che dovrebbe saperne qualcosa, visto che è vicepostulatore.
Lo so, a questo punto c'è un po' di impazienza. Tutti a Parma lo vorrebbero già santo, ma i tempi della Chiesa, nei processi di canonizzazione, sono molto lenti. Non c'è da meravigliarsi. Però vorrei citare il grande scrittore parmigiano Giovannino Guareschi che diceva: "Perché lo volete fare santo? Ma lasciamolo così...". E Guareschi aveva molto amato Padre Lino. Aveva 16 anni quando lui morì, e probabilmente lo aveva anche conosciuto. Anzi, quasi certamente, perché chi non aveva conosciuto padre Lino, allora? Guareschi ha anche ricordato il frate in un bellissimo racconto.
D'accordo, Guareschi in fondo interpretò il pensiero dei parmigiani: che cosa conta fare santo Padre Lino, tanto per noi lo è già. Però resta il fatto che sono passati 84 anni dalla scomparsa del frate...
Tutti sappiamo che l'iter è lungo e pieno di ostacoli da superare, perché la Chiesa è estremamente rigorosa e valuta ogni aspetto della vita dello scomparso. Prima l'iter prevede l'indagine in sede diocesana, che si è concluso ed è stato rimesso alla Santa Sede. Nuove indagini, e conclusione anche di queste. Così Padre Lino, nel 1999, ha ottenuto il titolo di Venerabile.
Almeno quello. Ce n'è voluto di tempo: settantacinque anni...
Be', direi che c'è stata anche un pochino di disattenzione...





















E adesso che cosa manca per arrivare almeno alla beatificazione?

La certificazione di un miracolo.
Che però non arriva...
Ormai, da anni, c'è una grandissima difficoltà nell'ottenere la certificazione dei miracoli, anche per motivi di privacy. E' diventato estremamente arduo ottenere la documentazione di guarigioni "miracolose". E questo spiega perché ormai da tempo i miracoli vengono quasi tutti "accertati" in Africa, Asia, Sudamerica. Qui da noi è sempre più difficile. D'altro canto la Chiesa ha regole severissime: senza certificazioni di miracoli la causa non va avanti.... Sono regole così restrittive che sembra che la Santa Sede abbia intenzione di modificare un po' le disposizioni.
Allora, per quanto riguarda Padre Lino...
La Santa Provvidenza provvederà...
In ogni caso, ribadisco, Padre Lino è già Santo per i parmigiani...
Non solo per i parmigiani. Papa Paolo VI, nel 1967, in un discorso ai Francescani, riportato dall'Osservatore Romano, disse che c'erano due esempi da seguire: quello di San Francesco e quello di frate Lino da Parma... Un fatto unico: un Papa in persona ricordare le virtù del nostro frate!
Anche i giovani venerano Padre Lino?
Certamente. Per esempio l'anno scorso il Comune di Parma ha bandito un concorso nelle scuole per la realizzazione di piccoli filmati sul frate: Pensi che una scuola di Baganzola, quindi un altro comune, ha chiesto una deroga per poter partecipare...
Viene molta gente a visitare la sua cella?
Molta gente non è possibile, per difficoltà logistiche e anche di sicurezza. Ma la cella, che è stata riportata alla stessa spartanità in cui si trovava ai tempi di padre Lino, è visitabile, su prenotazione.
Come si manifesta la devozione dei parmigiani a Padre Lino?
In molti modi, con grande spontaneità. E lo vediamo anche alla Villetta, soprattutto in questo periodo. L'Ade poi, con il suo presidente Carletto Nesti, con uno spirito di grande sensibilità, ha favorito il movimento popolare, con serie di iniziative molto apprezzate.
A che livello è secondo lei il rapporto dei parmigiani con la fede?
Posso dire che Padre Lino è un veicolo di religiosità notevole. La sua presenza a Parma ha lasciato il segno. Pochissimi scritti, nessun trattato teologico, ma la sua presenza nel carcere di San Francesco, nel riformatorio, nelle strade, nei borghi... Questa sua presenza non è mai stata dimenticata ed è entrata nei cuori dei parmigiani. L'esempio della sua saggezza. Faccio un esempio. Morì un massone e il vescovo, il Beato Guido Maria Conforti, parmigiano, vietò il funerale. Ma un corteo funebre si formò egualmente e padre Lino vi partecipò, seguendo la bara e facendo recitare il rosario a tutti. Fu una trasgressione e non mancò chi lo fece presente al vescovo Conforti, il quale rispose: "Vorrei che molti trasgredissero le mie direttive in questo modo"...
Lei è un un punto chiave della città, proprio all'ingresso dell'Oltretoprrente, pieno di immigrati. C'è razzismo a Parma?
Assolutamente no. Il nostro Convento è un buon punto di monitoraggio perché alla Mensa di Padre Lino viene ogni giorno un centinaio di immigrati, di ogni colore e nazionalità. Nessuno ci ha mai segnalato episodi che si possano collegare al razzismo.
È possibile l'integrazione degli immigrati?
Bisogna che un frate ci creda. Ma anche un frate ha un po' di difficoltà a interpretare, per esempio, il rapporto con i musulmani, per lo meno con quelli più intransigenti, quelli che chiamano i cristiani "gli infedeli". In questi casi il rapporto diventa difficilissimo.
Secondo lei Padre Lino, che fu il paladino dei detenuti e dei diseredati, adesso nell'Oltretorrente sarebbe il paladino degli immigrati?
Penso proprio di sì. Le ricordo che Padre Lino, ai tempi, era suddito di Cecco Beppe, l'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria, che governava un impero sterminato, con tante razze diverse. Il nostro frate, prima in Dalmazia poi a Parma, ebbe a che fare con varie etnie. E si trovò bene con tutti. Quindi non vedo come adesso potrebbe comportarsi diversamente.
Achille Mezzadri
(Foto, dall'alto - per gentile concessione del Convento dell'Annunziata-: 1) Padre Berardo Rossi; 2) La cella di Padre Lino; 3) Padre Berardo; 4) La veneratissima tomba del frate alla Villetta; 5) Frate Lino da giovane; 6) Foto di padre Lino con autografo)

Pramzanblog intervista Alberto Michelotti -2- A GH'O LA LIRICA IN TÄL SÀNNGOV E GODO QUANDO VEDO UN'OPERA LASSÙ IN LOGGIONE

Alberto Michelotti parte seconda. Come ho già spiegato, con questa icona della parmigianità, con questo splendido campione dell'Oltretorrente, una chiacchierata programmata per un quarto d'ora, venti minuti, supera senza che ce se ne accorga abbondantemente l'ora, cosicché l'intervista deve essere divisa in due parti. Nella prima, pubblicata lunedì scorso, con Michelotti abbiamo parlato di Parma e del Parma. L'intervista prosegue con altri temi: ancora l'Oltretorrente, l'immigrazione a Parma e, soprattutto, la sua grande passione per la musica, in particolare per l'opera lirica.
Sei diventato un grande dello sport: Tutti ti lodano, hai scritto un libro "23° uomo in campo", sei Accademico olimpionico, fai parte del Coni. Che cosa è rimasto del garzone di via Imbriani?

Tutto. La semplicità, la voglia di stare con la gente. Pensa che una volta, come Accademico olimpionico, mi chiamano a Bolzano e sulla cattedra mettono il crtellino "docente Alberto Michelotti". M'è gnù da rìddor. Poi mi hanno presentato come "dottor Michelotti della Bocconi". Non avevano capito che io ho semplicemente frequentato la scuola elementare Cocconi, nel mio quartiere. Allora a gh'ò dìt: "No sono il dottor Michelotti della Bocconi", sono al sjòr Michelotti della Cocconi". Tutti a ridere.
Un indice di grande popolarità è quando un personaggio diventa il bersaglio di qualche imitatore. Tu adesso hai un imitatore, a Radio Parma...
Sì, ed è uno spasso unico. Ha proprio la mia voce. Si presenta come "Michelotto". Tutt da rìddor.












Tu sei un grande appassionato di lirica e fa parte del Club dei 27: quando la prima opera?

Dal 1973 faccio parte del Club dei 27, io sono Don Carlos e ne vado fiero. Queste sono cariche "a vita" perché si perdono soltanto cuand a 's móra. Quindi spero di tenermi Don Carlos il più a lungo possibile. Dietro, per Don Carlos, così come per le altre 26 opere di Verdi, c'è una lista d'attesa cl'a finissa pu. La musica? A ghl'ò in täl sànngov. È nei miei cromosomi, come per tutti i veri pramzàn. Da bambino, a 9 anni, sono entrato in Conservatorio, suonavo l'oboe. Da ragazzo ho anche cantato nelle operette, avevo una voce da tenore, adesso è un po' più baritonale. E poi mamma e mia nonna vendevano le caldarroste e io andavo a vendere le castagne abbrustolite al Regio. La passione è cominciata così.
L'opera che più ti emoziona.
Rigoletto. L'ho vista tre volte col grande Leo Nucci. Par mi Nucci l'è vón di nòstor. È bolognese, mo l'è un pramzàn tant cme mi.
Frequentavi il loggione?
An gh'è mäl. Sempre andato in loggione. Solo che poi, con la fama, a 's fa par dìr, è arrivata anche l'opportunità di andare in un palco, con tre, quattro amici. Un giorno vengo "beccato" da un mio amico loggionista che mi dice. " A t'ò vìsst in còll pälc. At sìt imborghesì". Poi son tornato per un'altra opera in loggione e appena sono entrato ho sentito una voce, a qualche metro di distanza. "Ragàss, l'è arrivè 'l borghés". E un altro: "O, baraccòn, tsi gnù a ca?".
Callas- Tebaldi: eri tebaldiano?
An gh'è mäl. La Callas, nei confronti di Renata, era di una cattiveria, ma di una cattiveria... La odiava proprio. La Callas era una grande, per carità, grande voce, grande presenza scenica, ma Renata, come sentenziò Toscanini, aveva una "voce d'angelo".
Parma è diventata una città razzista?
Ma no!... Il caso di Emmanuel, secondo me, è stato un po' strumentalizzato. In fondo, anche quel ragazzo... visto che non c'entrava niente, perché non si è fermato all'alt dei vigili, perché si è fatto rincorrere? Comunque, ripeto, posso gridare che Parma, che i parmigiani non sono razzisti. Il problema sta nel fatto che sia da parte nostra, sia da parte loro, cioè degli immigrati, ci vuole rispetto. Noi dobbiamo rispettare loro, e loro... noi. Tutto qui. Ma non siamo razzisti. Scrivilo Achille.












È possibile in futuro l'integrazione degli immigrati?

Mi dirìss äd sì. Guarda, io ho dato in affitto a un gruppo di ragazzi di colore un capannone, per farci una chiesa evangelista. Mi piacciono questi ragazzi. Noi abbiamo bisogno anche di loro, parchè ilj nostri donni i fan pu fjól.
Achille Mezzadri (Seconda puntata - FINE)
(Foto, dall'alto: 1) Michelotti sonadór par Verdi; 2) Con Luciano Pavarotti; 3) Con Leo Nucci; 4) Con Renata Tebaldi alla Grotta Mafalda)

mercoledì 29 ottobre 2008

I parmigiani e Padre Lino: un amore per sempre




In queste pagine ho una rubrica che si intitola "Chiedi chi era...", rivolta ai giovani parmigiani che magari non sanno nulla, o sanno poco, di personaggi che hanno lasciato il segno, in un modo o nell'altro. Ce n'è uno che un segno l'ha lasciato, e profondissimo, ma che non posso inserire in questa rubrica. È Padre Lino. Perché tutti a Parma sanno chi fu Padre Lino. Anche i bambini. C'è sempre una mamma, uno zio, un nonno, che prima o poi gli spiegano chi fu. È morto 84 anni fa padre Lino (precisamente il 14 maggio 1924), ma per i parmigiani è ancora vivo. Ed è presente nei nostri cuori. Ma chi era padre Lino? Un frate francescano. Un semplice frate dalmata che dal 1893 al 1924 dedicò la sua vita, a Parma, ai detenuti e ai poveri. Con un cuore grande così. Al punto che morì davanti al pastificio Barilla dove era andato per cercare di ottenere l'assunzione di un giovane bisognoso. Gli ergastolani gli costruirono la bara e trentamila parmigiani furono al suo funerale. Ecco perché per noi è santo, anche se per la Chiesa non è ancora nemmeno Beato. L'anno scorso, esattamente il 31 ottobre, consultanto Wikipedia, la famosa enciclopedia on line alla quale collaboro, mi prese un fulmine a vedere che non esisteva una scheda su Padre Lino. Ma come? Nessuno, nessun parmigiano, aveva pensato di riempire il vuoto? Così lo feci io. Ma poi capii perché nessuno ci aveva pensato prima di me. Perché per i parmigiani padre Lino è talmente santo che non c'è bisogno di schede, attribuzioni. E forse è proprio per questo che a Parma nessuno si scandalizza più di tanto se per la Chiesa non si è ancora arrivati nemmeno alla beatificazione. Tanto Padre Lino è lì, con la sua statua subito a destra dopo l'ingresso principale della Villetta e non c'è parmigiano che non ci si fermi almeno un attimo a pregare. Per poi andarci in massa nei giorni dei morti. Anche quest'anno, alla Villetta. Sabato 1° novembre alle 9,45 infatti, giorno dei Santi (appropriato per il nostro grande frate), ci sarà, come negli anni scorsi, l'Incontro con Padre Lino, con la presenza del Corpo bandistico "Giuseppe Verdi", promosso da Ade, Comune di Parma, Amici di Padre Lino, Forumculturaparma, Parmaindialetto.it, e Comunità Francescana dell'Annunziata.
(Foto, dall'alto: 1) Padre Lino tra i suoi poveri; 2) Il frate "santo"; 3) Parmigiani davanti alla tomba di padre Lino)

martedì 28 ottobre 2008

Cór crozè: l'opinione di Alberto Michelotti

PARMA 2 - TRIESTINA 1: L'è andäda bén, mo sèmma restè sénsa benzìna par cuarantadu mnùd! E dopa, sul du a vón, vèrs la fen, Kutuzov, che mi ciàm Don Lurio parchè cuand al còrra al pära c'al bàla, la zbaliè un gol ch' l'era pu fàcil färol che zbaliärol.
Alberto, com'è andata, in generale, la partita del Parma?
Abbiamo sofferto le pene dell'inferno. Queste sono gare che vanno chiuse prima, invece noi non siamo stati capaci. Sèmma restè sénsa benzina par cuarantadu mnùd. Comunque non è stata una serata facile per giocare. Gh'era n'àcua d'la Madònna, l'era 'na sìra da mòrt...
Un commento sul primo tempo.
Il Parma è partito alla grande e al 14° c'è stato il gol di Morrone, di grande fattura calcistica. Invece poi è sceso il buio. Abbiamo sofferto troppo. La Triestina è una squadra agile, ci ha messo in grande difficoltà.
Poi nel secondo tempo...
La musica non è cambiata. Poi c'è stato l'autogol di Alessandro Lucarelli, senza colpe per la verità. Ma per fortuna po' l'è arrivè il gran gol äd Castlén. La vittoria è meritata, il Parma ora è meno distante dalla vetta della classifica, ma... troppa sofferenza.
Com'è andata la difesa?
Il trio centrale questa volta mi è piaciuto moltissimo.
E il centrocampo?
Budel questa sera non mi è piaciuto tanto. Si vede che era stanco. Morrone l'è stè grand, c'me al sòlit.
Il migliore del Parma?
Sicuramént Morrone.
Il peggiore?
Du zugadòr: "codghén" Reginaldo e Kutuzov. Con Reginaldo l'è cmé zugär in déz. D'un braziliàn al gh'a sì e no al colór. E po Kutuzov, ch'al pära un latär. Mo che gol al s'è magnè, ragàss...
Un voto a Guidolin.
Cinque per la squalifica che si è meritata dopo Mantova. Ma come si fa? L'è andè dall'àrbitro a gridär in-t-al témp dl'intarvàl... E Andrea Berta con lu... Ma un dirigente che si rispetti avrebbe dovuto fermarlo, dirgli: "férmot, co' fät", invece l'ha seguito. Cose inaudite. E poi a Guidolin do cinque e mezzo per questa partita qui. Come si fa a tener dentro uno come Reginaldo e fuori Paloschi? Il "bambino" l'è bräv, mi piace da morire, al tén la bala, si fa rispettare. Invéci al zuga Reginaldo. Mah...
Il Mantova ha fatto ricorso per il comportamento di Guidolin, che comunque è già stato giudicato e squalificato. Che cosa ne dici?
Incredìbbil. Col presidént lì, chioma bionda, l'andrìss bén tozè.
Pramzan45

Al Dsèvvod dice la sua su "Al pont äd mez"

Oggi ho ricevuto, dalla "Famìja Pramzàna" (l'associazione di cui è presidente Anna Maria Dall'Argine) lo storico periodico sociale "Al pont äd mez", del quale fui onorato di collaborare in un numero speciale natalizio del dicembre 1976, con una "intervista impossibile" a Elisabetta Farnese, regina di Spagna. Felicissimo di sfogliarlo e di leggerlo d'un fiato, grazie ai temi trattati (il monumento a Verdi -con una bella poesia di Ernesto Dalcò -, il dialetto parmigiano, i vecchi modi di dire) e le arguzie della maschera parmigiana Al Dsèvvod, all'anagrafe Maurizio Trapelli, che esterna il suo punto di vista rigorosamente in "lingua". (A proposito, Al Dsèvvod è con due "v" come scrivo io che seguo il mio "vangelo", "il Capacchi", o con una una sola, come molti fanno, compresa la Famija?).
Nel bollettino viene precisato che nel numero precedente i pensieri del "Dsèvvod" erano tradotti anche in italiano, ma che molti lettori avevano preferito la versione soltanto "purista". E io applaudo. Così si fa. Senza traduzione si obbliga un vero pramzàn a corto di "lingua patria" (come me) a fare uno sforzo, andär a consultär un disjonäri (mi gh'ò al Capacchi, l'ìvv capì?), a chiedere a un amico o a un parente. La rubrica di Trapelli (e di Guidoberto Chiari) si intitola Al me pont d'vista, con sottotitolo "cioè d'ùn cornacion ch'al gh'a pù äd quatorsent'an mò che agh piäz dir la sovva anca incó".
Al Dsèvvod tratta, questa volta, tre temi: l'ingresso della Certosa di Parma (l'è vera che, a 'na cuälca manera i l'han puntalè, ma un òpra d'ärta acsì bela la va salväda!! Co' spetemia c'la daga zò?... co' dirìsol pò al Sior Standhal?), Giovannino Guareschi (mì pens che la stradlètta dedichèda a Giovanén Guarésch in mez ai camp in't'la zona äd Malandrian, la sia 'na dedica un pò tròp modésta!), i soprannomi (am ciam Salati /in djalètt Salè) mò l'è quatorsent àni ch'im ciamon Dsèvvod).
(Nelle foto, dall'alto -CLICCARE PER INGRANDIRE-: 1) La copertina dell'attuale numero di "Al pont äd mez"; 2) L'intestazione della rubrica "Al me pont d'vista"; 3) Maurizio Trapelli nei panni della maschera parmigiana "Al Dsèvvod")

lunedì 27 ottobre 2008

Leo Nucci indisposto: rinviato il concerto di giovedì con il Coro del Teatro Regio

È così bello, il Festival Verdi, che non vorrebbe finire mai. Così, dopo la conclusione ufficiale di domani sera, con il "Rigoletto" al Teatro Regio, ci sarebbe dovuta essere un'appendice giovedì 30. Alle ore 19 (orario non proprio comodissimo) all'Auditorium Paganini, il Comune avrebbe offerto ai parmigiani uno straordinario concerto di musiche verdiane, con il Coro del Teatro Regio, diretto dal maestro Martino Faggiani e la partecipazione straordinaria del grande Leo Nucci, uno dei baritoni più affermati in tutto il mondo e in particolare amatissimo dai parmigiani.
Purtroppo il concerto è stato rinviato a data da destinarsi per un'improvvisa indisposizione del baritono, che è molto legato a Parma. Per Nucci infatti, che è bolognese, e che ha trionfato al Festival Verdi in "Rigoletto", Parma è davvero una seconda casa.
(Nelle foto, dall'alto: 1) Il Coro del Teatro Regio, diretto da Martino Faggiani; 2) Leo Nucci)

Pramzanblog intervista Alberto Michelotti -1- AL PRESIDENTE DEL PARMA DICO: "GRAZIE, GHIRARDI, MA SIA PIU' VICINO AI PARMIGIANI"

Dire Alberto Michelotti, a Parma, è dire bandiera dell'Oltretorrente, fiume in piena di genuinità, simpatia, schiettezza, è dire baluardo della lingua parmigiana, è dire solarità e altruismo. Con Alberto si passa dal "lei" al "tu" in trenta secondi, liberandolo dalla sofferenza e facendogli dire "oh, adésa andèmma mej". Con Alberto programmi una telefonata di 15, 20 minuti, e dopo un'ora abbondante ti accorgi che vorresti stare ancora lì a parlare, parlare e parlare. Perché è un fiume di aneddoti, di affermazioni pepate e in salsa di dialetto, al punto che uno come me, che nella lingua parmigiana è da cinque meno meno, fa un po' fatica a seguirlo. Ma è uno spasso parlare con Alberto. Alla fine mi accorgo che l'intervista, così com'è, è troppo lunga per un blog, allora la divido in due parti. Oggi, nella prima, si parla di calcio e di Parma in generale, nella seconda, che seguirà prossimamente, si parlerà di lirica, l'altra grande passione di Alberto.
Ecco la prima parte.
Che cos'è per te Parma?
Pärma l'è la me citè, è la cosa a cui voglio più bene al mondo.
Che cosa intendi per parmigianità?
Parmigianità è parlare la nostra lingua, parmigianità è la fratellanza, la musica, la socializzazione, l'ironia, il sentirsi dentro, qui, nel sangue, qualcosa che ci lega. Parmigianità è mettersi a discutere, magari alzare la voce gridando "maledètt tì e ch'ta fàt" per poi dirsi subito dopo con bonomìa "vén chì sjochètt, andèmma a bévor un bicér". Anche se questa parmigianità sta un po' svanendo. Una volta c'era più solidarietà, più amicizia. Se penso a quei tempi mi emoziono".
Come sei arrivato al calcio?
Da ragazzo ho praticato vari sport, nuoto, atletica, pallavolo, ma il calcio è un'altra cosa, è uno sport che nasce sulla strada, all'ombra del campanile. È lo sport di tutti, per tutti. Così era inevitabile che io mi avvicinassi al calcio. Facevo il portiere. Ho cominciato a 15 anni nella Giovane Italia di via Nino Bixio, poi ho indossato la maja crozäda con i ragazzi del Parma, ho giocato nel Parma Vecchia, nel Fidenza, nella Valtarese. Sono arrivato fino alla serie C. Non potevo andare oltre, anche e avessi voluto, perché dovevo portare a casa un po' di soldi. Così cominciai a lavorare come garzone in officina. prima con i Compiani , poi alla OM, poi alla Lancia. Fino a che, da garzone, ho preso in mano un'officina e sono diventato "datore di lavoro". Bada bene, datore di lavoro, non "padrone".
Da portiere ad arbitro: com'è avvenuto il passaggio?
Andavo a comprare cuscinetti a sfera da Valdo Franceschi, un ex arbitro che aveva arbitrato anche me. Un giorno mi disse: "perché non diventi arbitro anche tu?". La cosa mi solleticò. Avevo quasi 30 anni. Cominciai. Sei anni dopo ero già in serie A, la mia prima partita fu Napoli - Varese. Ricordo che all'inizio molti mi guardavano perplessi e dicevano "Indo' vót ch'al vaga chilù". E io rispondevo "T'al dàg mi". Poi, quando ho avuto successo, tutti riverenti...
Io ho già scritto che il problema della maglia (crociata o gialloblu) è una questione di lana caprina. Io penso che la maja crozäda non sia da discutere: e tu?
Crozäda, crozäda. Io l'ho indossata, e so cosa vuol dire. Un'emozione unica.
Che cosa hai provato quando hai scoperto che il Parma dei trionfi Parmalat si reggeva su stampelle zoppe?
Ci sono stato male. Ti posso fare una confidenza? Non ho più visto una partita di serie A. Sì, ho sofferto le pene dell'inferno. Certo che abbiamo goduto in quel periodo. Soprattutto nei primi tempi, ai tempi di Nevio Scala. Per me sono stati gli anni più belli. Apolloni, Zoratto, Cuoghi, Minotti, Cannata, ragazzi che venivano da fuori ma che si sono "parmigianizzati" subito. Davano l'anima, quei ragazzi. Avevano amore per la maja crozäda chi ragàss lì.
Sinceramente, che cosa pensi di Tommaso Ghirardi e della dirigenza attuale?
"Io Ghirardi lo ringrazio, sinceramente, per quello che ha fatto. Ma vorrei chiedergli una cosa: di cercare di capire di più i parmigiani, di entrare nei nostri cuori, nella nostra anima. Ha licenziato i parmigiani, invece di ascoltarli, di cercare di parlare la nostra lingua. E pensare che ha studiato qui, all'Università, che mangiava dalle sorelle Picchi... Io gli sento fare spesso discorsi "trionfalistici", "siamo forti, siamo qui, siamo là". Invece in certi momenti ci sarebbe stato bisogno di più polso. Där via cuälca canläda. Lo sai perché l'anno scorso il Parma è retroceso? Perché èmma volsù retrocédor. Èmma volsù noiätor. A gente come Couto, Colì, Gasparroni, Morfeo, si sarebbe dovuto dire: Adesso ti pago, ti dò quel che ti spetta, però at vè a ca, chi ti a 'n zugh pu". E poi un'altra cosa avrei da dire, sulla campagna acquisti: Siamo partiti in questo campionato senza terzino destro, abbiamo cinque centrali e non abbiamo due cursori di fascia. Ma l'è posìbbil? Scusa, ma l'anno scorso abbiamo avuto la difesa più perforata del campionato e non si rafforza la difesa? Eppoi un'altra cosa che non mi va giù: cambiati sei allenatori in due anni. L'è miga tròp? Pensa che nel 1924 ci fu un altro presidente che cambiò molto: quattro allenatori in un anno. Lo sai come si chiamava? Ghirardi... E Cuper sostituito all'ultima giornata di campionato da Manzo? Èmma fàt ridor tut al mond!.
Secondo te il Parma riuscirà a centrare la promozione?
È dura, ma sperèma. E poi adesso sta andando meglio. Ho visto alla tv il Parma a Mantova e mi sono divertito. Adesso vediamo come va con la Triestina in casa...
Quando eri ragazzo andavi al Tardini?
Angh'è mäl. Ci andavo e come. Grandi emozioni. E i derby con la Reggiana... L'arlja si tagliava a fette nell'aria. Rincorrevamo i cuadertón, le teste quadre, ogni tanto ci scappava anche qualche sléppa, ma era un'arlja sana, non c'era violenza, non c'era acredine, odio. Come sono lontani quei tempi.
Secondo te le trasferte proibite alle tifoserie organizzate sono un bene o un male?
Sono un male.
Trovi giusto che, prima o poi, il Tardini cambi sede?
Il Tardini è lì e lì deve restare, secondo me. Ci si va in bicicletta, o a pè. Si cammina insieme, si sta insieme. È bello. Anche questa è parmigianità.
Achille Mezzadri
(1 - Continua alla prossima puntata)
(Foto, dall'alto - CLICCARE PER INGRANDIRE- : 1) e 2) Alberto Michelotti in campo; 3) Michelotti con i guardalinee, Battilocchi e Paladino; 4) Con Pierluigi Collina; 5) Con Pelè; 6) Nelle vesti di "Don Carlos" in una caricatura di Franco Bruna, in occasione della sua ultima partita da arbitro, Napoli - Juventus)

Festival Verdi: "prechiusura" ai Portici del grano con la Corale Tebaldi. Domani ultimo "Rigoletto"

Anche il Festival Verdi, come tutte le cose belle (e anche quet'anno ha avuto un grande successo) sta finendo. Peccato. Vorrà dire che già da dopodomani cominceremo il conto alla rovescia per l'edizione del 2009. Questa sera andrà in scena l'ultima replica de "Il Corsaro" al Teatro Verdi di Busseto e domani sera gran finale con "Rigoletto" (con George Gagnidze al posto di Leo Nucci) al Teatro Regio. Intanto, ieri pomeriggio, ha avuto conclusione una delle manifestazioni collaterali del Festival: quella organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune sotto i Portici del grano. Per l'occasione l'assessore Lorenzo Lasagna e i suoi collaboratori hanno chiamato il Coro Renata Tebaldi, diretto dal maestro Sebastiano Rolli. I coristi, davanti a un foltissimo pubblico, hanno eseguito, accompagnati da Serena Fava al pianoforte, brani da opere verdiane, come "Traviata" e "Ernani", concludendo, era ovvio, con un applauditissimo "Va pensiero..." del "Nabucco". Grande successo per il Coro Tebaldi (che molto presto avrà un suo sito su Internet) e per tutto il Festival Verdi in generale, che ha dato lustro a Verdi, naturalmente (anche se non ce n'è bisogno), ma anche ai suoi più validi ed appassionati interpreti parmigiani.
(Foto by Massimiliano Ortalli)

QUI CANADA - Scrive lo "strajè" Franco Medioli

SALVIAMO IL PRAMZÀN: NON È UN DIALETTO ITALIANO, MA DELLA LINGUA EMILIANO-ROMAGNOLA
PREMESSA - Una serie di belle lettere di Franco Medioli, il noto geologo parmigiano residente ad Halifax, in Canada, mi ha suggerito un'idea: aprire uno spazio per i parmigiani "strajè" che desiderano trattare temi strettamente legati a Parma. Il primo argomento proposto da Medioli riguarda il nostro dialetto. Comunemente molti pensano che si tratti di un dialetto italiano. Invece no. È una diretta derivazione della lingua emiliano-romagnola , che è divisa in due componenti principali, l'emiliano e il romagnolo. Questa lingua è riconosciuta tra le lingue minoritarie europee fin dal 1981 ed è anche censita dall'Unesco. La "Carta Europea delle Lingue regionali o minoritarie" è stata approvata il il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1 marzo 1998. L'Italia ha firmato tale Carta il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata. In pratica, con il suo comportamento, lo Stato italiano non riconosce, e non si capisce perché, che l'emiliano-romagnolo è una lingua regionale minoritaria.
Ma ecco l'intervento di Medioli, dal Canada.


*** Pare che solo il governo Italiano non si sia mai accorto (o ha fatto finta di non accorgersi) che alcuni dialetti sono dialetti di lingue diverse dall'Italiano (tranne per quelli dell'Italia centrale). Ai tempi dell'unitá nazionale questa ostilitá dello Stato verso le lingue locali era comprensibile, anche se giustificata con distorsioni e vere e proprie menzogne. Ma oggi che, grazie alla televisione, la lingua nazionale ufficiale non è piú in pericolo, questa ostilità assume i toni di un genocidio culturale straordinariamente stupido, perché distrugge un patrimonio intellettuale e storico che una volta distrutto non si puó piú rimettere rimettere in vita. Ho un esempio proprio sotto il naso. In Cape Breton, qui in Nova Scotia, la gente parlava gaelico come seconda lingua fino a cinquant'anni fa. Poi questa lingua si é persa, affogata dall'Inglese. Finalmente qualcuno ha cercato di rimetterla in vita. Spendono un sacco di soldi, hanno fondato una scuola gaelica, fanno festival gaelici, ma il Gaelico non lo parla piú nessuno. È morto e non torna piú. Non bisogna lasciare che il Parmigiano faccia la fine del Gaelico di Cape Breton. Il Parmigiano era la lingua dei miei antenati, di mio padre e la mia e se muore se ne va anche una parte di me (e di tanti come me).

*** L'ultima volta che sono stato in Italia sono passato dal Friuli, dove gli abitanti, giustamente, difendono la loro lingua con i denti. In certe zone, sotto le scritte ufficiali in Italiano, hanno messo delle scritte con i nomi tradizionali in Friulano. Mi è parsa un'ottima idea per difendere le tradizioni locali. Anche da noi, nella provincia di Parma, il governo nazionale ha violentato le tradizioni. Qualche esempio: "Bäsganola" é diventata "Basilicanova" (chissá perché visto che non ci sono basiliche né nuove né vecchie); "Predamoglana" è diventata "Pietra Mogolana" e così via.

*** Quando ero ragazzo via Mazzini era "Bàsa di magnan" e "Piazzale Santa Apollonia" era "Piazäl dil scovvi" e così via. So che a Parma in molte vie, sotto il nome attuale, c'è anche quello vecchio. Ma non quello con la nostra lingua. Perché? Sarebbe un modo per rivalutare le nostre radici e sottolineare che anche i parmigiani hanno una loro cultura.
Franco Medioli
(Le foto: 1) Franco Medioli; 2) Nomi in dialetto nella proposta di F.M.)

domenica 26 ottobre 2008

Fino al 2 novembre: i giorni del ricordo

Il Giorno dei Morti è, quest'anno, domenica 2 novembre, ma questi, già da ieri 25, sono tutti, tradizionalmente, "Giorni dei Morti".  Perché tutti i cimiteri cittadini pullulano di persone che vanno a sistemare, tombe, cappelle, loculi, andando a trovare, nello stesso tempo, i loro cari, che riempiono di fiori. È un rito antico, e dolcissimo. Io ricordo i miei "giorni dei morti", da bambino, quando arrivavano parenti da altre città, da altri paesi, e tutti insieme, in filobus, si andava a trovare i nostri cari. Davanti alla Villetta, ricordo, c'erano i venditori di caldarroste. Cosicchè, per me bambino, quella ricorrenza aveva un profumo tutto suo, ed era di caldarroste.
Anche per quest'anno l'Ade, la società comunale che gestisce i cimiteri cittadini e che è presieduta da Carletto Nesti, ha fatto le cose a puntino, predisponendo un piano praticamente perfetto, che tiene presente le esigenze di tutti.
Tanto per cominciare, fino al 2 novembre, orario continuato, dalle 8 alle 17,30 e poi, alla Villetta, possibilità di entrare non soltanto dagli ingressi tradizionali, vale a dire quello della portineria centrale e quello di San Pellegrino, ma anche dai cancelli del Reparto A e della Galleria perimetrale.
Sono inoltre potenziati i servizi di portineria (chiunque potrà essere assistito nella ricerca di un defunto) e di assistenza per qualunque esigenza: al proposito l'Ade ha ottenuto, come negli altri anni, la collaborazione di alcune associazioni di volontari, come Auser, Unitalsi, Pia Unione Ufficianti, Amici di Padre Lino, Seirs, Libertas Sanseverina e Cral Tep. Il 1° e il 2 novembre resteranno aperti anche gli uffici amministrativi e l'Ufficio per la luce votiva. Per i disabili con permesso l'ingresso potrà avvenire dal 29 ottobre al 2 novembre alle 8 alle 9,30 e dalle 12,30 alle 14. Infine le celebrazioni religiose. Alla Villetta: 1° novembre, messe alle 9, 10, 11 e alle 15,30 Messa concelebrata dal Vescovo di Parma Enrico Solmi. Al termine, benedizione della Statua della Madonna di Lourdes. Il 2 novembre: Alle 9 Messa celebrata da monsignor Giulio Ranieri e altre due messe alle 10, alle 11, e alla 16. Il Vescovo Solmi celebrerà due mese il 2 novembre al Cimitero di Marore (alle 10) e a quello di Vigatto (alle 15,30).
Questo il piano dell'Ade 2009 per ricordare i nostri cari.
E io voglio concludere con una poesia in dialetto che riguarda proprio il "Giorno dei Morti". La scrisse Giovanni Mazzoni (1904 - 1960), che negli anni Venti fu un popolare calciatore del Parma (conquistò la promozione in B nel campionato 1928-29) e che, dopo l'attività sportiva, divenne un apprezzato poeta dialettale.
La poesia si intitola "Al dì di mòrt" ed è inclusa nel libro "'Na brìzla".

Al dì di mòrt
Cuanta génta in t'al campsànt!
L'èra fissa cme i cavì.
Mi, da'n pés an n'ò vìsst tant.
Cuanta génta. Fissa acsì!
Sóra ìl tómbi tant lumén
dal fjaméli vjóla e d'òr.
Dapartùtt fjór e zardén:
fjór modést e fjór da sjòr.
Padre Lino l'éra bjanch
äd candeli ch'al coläva.
Ai so pè e dai so fjanch
grupp äd génta la pregäva.
Sòtt a sìra, int'il sjnch'or,
tutt al camp al profumäva...
Cuant rosäri e cuant amór
ògni mòrt al riceväva!
Mo cla tómba tanta trìssta,
sénsa fjór, sénsa lumén...
A l'iv vìssta? Mi l'ò vìssta.
Che magón, l'éra 'n putén!

(Foto, dall'alto: 1) Il Cimitero Monumentale della Villetta /aemme/; 2) Carletto Nesti, presidente dell'Ade; 3) Giovanni Mazzoni)
(Poesia tratta dal volume "Antologia della poesia dialettale parmense", Gazzetta di Parma, 1970)

sabato 25 ottobre 2008

Cór crozè: l'opinione di Alberto Michelotti

MANTOVA 1 - PARMA 3: Incó, dòp al brodén con l'Empoli, cóntra al Màntva èmma magnè il mézi mànghi
PREMESSA - Alberto Michelotti, grande arbitro, grande uomo di sport, grande parmigiano, ha accettato, e ne sono onorato, di entrare nel "clan" di Pramzanblog. Siamo rimasti d'accordo che al termine delle partite del Parma gli telefono per chiedergli il suo parere su come sono andate le cose. E mi piace chiamare questo angolo del blog "L'opinione di Michelotti", proprio come "L'opinione di Curti" che appariva tanti anni fa sulla "Gazzetta di Parma", a firma del grande Aldo Curti. Sono felice che l'inizio della collaborazione di Michelotti coincida con una vittoria. Ecco la sua "opinione".

Alberto, com'è andata, in generale, la partita del Parma?
Un bel 3 a 1, inequivocabile. Bella partita, bel Parma. L'ho vista in televisione, mi sono divertito. Era il Parma che mi aspettavo, dopo tante delusioni. Incó, dòp al brodén con l'Empoli, cóntra al Màntva èmma magnè il mézi mànghi. Adesso si può guardare al futuro con un po' più di ottimismo.
Un commento sul primo tempo dei crociati.
Be', dire crozè... anche oggi erano in gialloblu... Il primo tempo direi che è andato discretamente bene, nonostante l'abbiamo finito in svantaggio. Ma in realtà il risultato parziale negativo è stato falsato dall'arbitro, che ha annullato, per presunto fuorigioco, un regolarissimo gol di Leon. Oltretutto il gol dal Màntva l'éra mìga vàlid, perché era stato viziato da un fuorigioco all'inizio dell'azione. A n' s'pol mìga...
Poi nel secondo tempo...
Poi nel secondo tempo la musica è cambiata. Ho visto un bel Parma, un bel Parma davvero. Pieno d'energia, di forza di gruppo. Un Parma vivace, come tutti speravamo. Zenoni ha pareggiato, Lucarelli è stato preciso sul rigore e il mio amico "codghén" Reginaldo ha siglato il terzo gol con un numero da funambolo, "bevendosi" tre avversari. Finalmént a m' son divartì.
Com'è andata la difesa?
All'improvviso le solite amnesie. Paci e Rossi, per esempio, hanno rilanciato due palle folli che avrebbero potuto favorire un contropiede micidiale. E anche Castellini ha fatto un "numero"simile. Ragàss, an s' fa miga acsì... Intendiamoci, non voglio fare il sottile. Abbiamo vinto, e meritatamente, non me la sento di tirare la croce addosso a nessuno, ma quelle amnesie in difesa...
Il migliore del Parma?
Dico Stefano Morrone. Finalmente ho visto il Morrone che conoscevo e che non vedevo più da tempo. Lucido, carico, prima andava ai due all'ora, adesso ha incrementato la velocità. Molto bene. E poi aggiungerei Alessandro Budel. Una sicurezza.
Il peggiore?
D'istinto avrei detto Reginaldo, per tutti i numeri, non in positivo, che ha combinato. Ma quel gol fantastico lo assolve completamente. No, non mi sento di dire che ci sia stato un "peggiore". Quindi: nessuno.
Un voto a Guidolin.
Un bél sètt. Ha messo su una squadra che, finalmente, sa stare in campo. Che sa correre. Avanti così.
Pramzan45

venerdì 24 ottobre 2008

Intervista con Alexander Shundi Bocchialini IN AMERICA HO PORTATO CON ME L'AMORE PER PARMA E... ANCHE I TORTELLI D'ERBETTA

Nel Connecticut e nello Stato di New York è famosissimo. Ma anche nel resto degli Stati Uniti. Su You Tube e su Internet imperversa con i suoi convegni, i suoi quadri, le sue lezioni universitarie, i suoi interventi alle Nazioni Unite. Alexander Shundi, classe 1944, è un pittore molto quotato in America (e anche sua moglie, la sua ex allieva Elizabeth Seewald Hill, è una pittrice apprezzata), ma ha il cuore parmigiano. O meglio, ha lasciato il suo cuore a Parma, la città dove è cresciuto e che ha lasciato nel 1957, quando aveva 13 anni. E nel suo sito, dove è in vetrina tutta la sua arte, ha preferito dare le sue generalità complete, Alexander Bocchialini Shundi, per aggiungere quel "Bocchialini", il cognome di sua mamma, che più lo lega a Parma. Shundi infatti è il cognome di suo padre, figlio di una coppia sarda emigrata in Macedonia. Ma Alexander Bocchialini Shundi, Sandro per gli amici (e ne ha ancora tanti a Parma, che torna a visitare appena può) ha portato la sua città con sé, nel suo cuore, e la trasferisce molto spesso nei suoi quadri. E ha portato con sé anche la storia, le tradizioni, il dialetto. Perfino Aramis, uno dei suoi due figli (l'altra è Siena) lo parla. E la cucina: prepara tortelli, anolini, bollito bisto, e insegna i segreti della cucina parmigiana a tutti i suoi amici. Perfino ad amici delle riserve indiane. Ecco perché Alexander Bocchialini Shundi entra di diritto nella Galleria delle interviste di Pramzanblog e perché il "tu" con lui è d'obbligo: abbiamo scoperto di aver frequentato La Salle per tre anni nello stesso periodo, in due classi differenti. Chissà quante volte, magari, ci siamo "spintonati" per scherzo scendendo le scale mentre ci dirigevamo verso la "ricreazione", nel mitico cortile di vicolo Scutellari...
Sei vissuto a Parma dal 1944 al 1957, quando la tua famiglia si trasferì negli Stati Uniti: che cosa ricordi della Parma della tua infanzia?
Ho una valanga di memorie. Mi ricordo ogni dettaglio della mia casa: il cortile dove giocavo, la fontana con il leone che sputa l’acqua, il giardino con gli alberi di melograno e i sassi-recinto di pietra vulcanica sui quali giocavo a soldatini, gli odori di ozono dei muri bagnati, la terrazza da dove seguivo il volo delle rondini. Le mattonelle sempre tirate a cera, la mia magica camera dei giochi piena di balocchi costruiti da mio padre. La mia camera da letto, con le stampe di De Chirico al muro, ed acqueforti antiche, tutti i mobili delle dodici stanze, molti comprati da Gabba. Mi ricordo la festa dell’Unitá in giardino. I cortei comunisti e democristiani, la festa degli studenti con camionate piene di ragazzi con la feluca piena di spilline e frange. Anch'io avevo un cappellino da studente giallo, (fatto appositamente dalla Baghi, cappellaia in via Mazzini). I goliardi mi prendevano con loro a fare baldoria, come mascotte. Mi ricordo quando andavo al cinema (Centrale, Lux, Edison, Ariston all’aperto, Ducale, ecc.), e guardavo le immagini proiettate sul fumo degli spettatori. Mi ricordo quando mangiavo il gelato ai tavolini dei bar, quando andavo a guardare mio padre che giocava a biliardo al Bar Italia. Al Giardino Ducale correvo con le macchinine a pedali (volevo sempre la numero 8), poi andavo a cercare violette, e davo da mangiare ai pesci rossi. Mi ricordo Sicuri addormentato dietro ai portoni, vestito di carta, e che a volte vendeva rane fresche cattutate sotto il ponte Verdi, ed al quale mio nonno aveva regalato un vecchio paltó. E ricordo mia zia Elsa alla finestra di Pianzola (dove lavorava) in via Cavour. Mi ricordo quando trascorrevo ore al museo a guardare le palafitte, mummie, monete, e dipinti del Parmigianino, l’odore d’urina in Pilotta, ancora alcune macerie della guerra, poveri che raccoglievano cicche per la strada, mio nonno all’osteria “Fumón” in borgo Cairoli che giocava a briscola e beveva lambrusco. Ricordo i gelati di Fontana, e i colori della macelleria Arnaldo Spaggiari (rosso e bianco) in borgo XX marzo, il negozio dove compravo i tappi da damigiana con quali ricavavo barchette per la fontana in giardino. Ricordo altri due negozi di borgo XX marzo: Negri il pescivendolo, con le scatole di legno foderate di piombo piene di pesci vivi nell’ acqua e le fantastiche paste di Pagani. E quando giocavo con i "sinalcoli" su piste di gesso che disegnavamo sui marciapiedi, ed i giochi con le "magìe" contro le mura del Duomo mentre tornavo a casa da La Salle. Mi ricordo che andavo da Brandonisio a comprare la stoffa per gli abiti, che poi mi facevo confezionare da Pesci, il sarto. E che compravo le scarpe da Mellej. E i rumori dei tram verdi, le scintille dei filobus, la passeggiata in centro, con vari inchini e levata di cappello. E la domenica in piazza Garibaldi, superaffollata di contadini e cittadini. Mi ricordo le camionette della "Celere", e i vigili urbani che dirigevano il traffico su ciambelloni, muovendosi come in una danza. E il giorno della loro festa, quando attorno ai ciambelloni si ammucchiavano montagne di regali dei parmigiani. Ricordo le castagne arrostite e la pattona dal carrello a bici di Cero (che abitava al quinto piano di casa nostra).
Dove hai compiuto gli studi a Parma?
Le elementari all'Istituto de La Salle. Ricordo anche i nomi di qualche insegnante: fratel Aldo (con i suoi severi e misteriosi occhiali scuri), Fratel Guglielmo (che mi ricordava Fernandel in Don Camillo), Fratel Alfredo, giovane e spavaldo. Mi ricordo le stangate con varie dimensioni di bacchette, tirature di orecchie, i pappagallini in gabbia in terrazza, la Madonnina all’angolo della palestra, dove nascosi un soldatino nel 1955, e lo ritrovai con mia moglie durante una visita nel 1993. Ricordo la stanzetta dove si facevano i modelli d’aereoplanini con la balsa, ricordo che dovevamo farci il segno della croce ad ogni piano quando si sfilava in classe. Ricordo il mappamondo con il quale fantasticavo lunghi viaggi e il campanile che mi appariva guardando dalla finestra della mia classe.
Ricordo i grembiulini neri che indossavamo, i libri ricoperti con la plastica, le foto di gruppo, le cartellate con i compagni mentre tornavo a casa, le ginocchia insanguinate nel giocare a pallone nel cortile de La Salle. Del Maria Luigia, dove ho fatto la prima e seconda media, mi ricordo le foglie piene di rugiada vicino alla fontana d’ entrata, le classi di scherma, ed il favoloso teatrino.

Seguivi il Parma As o amavi qualche altro sport?
Allo stadio andavo per vedere le partite di rugby. Il ricordo di quelle partite è il fango sporco di sangue. Poi alla domenica stavo attaccato alla radio per sentire le radiocronache della Juventus.
In famiglia qualcuno ti ha trasmesso l'amore per la lirica? Ti portavano al Regio?
Mio nonno materno, Pietro Bocchialini, che era titolare della cartoleria-corniceria Fratelli Bocchialini in via Cavour 13, sapeva a memoria tutte le opere di Verdi, e quando dei cantanti venivano dal Regio a prendere cartoline, penne, stampe, eccetera, lui cominciava a cantare, e spesso facevano arie insieme, a volte anche coinvolgendo altri clienti. Tutti noi andavamo all’opera almeno due volte all’anno.
È stato un trauma per te lasciare l'Italia e Parma in particolare?
Il trauma é stato cosí forte, che tuttora condiziona i miei quadri. Avendo lasciato una vita piena di estetica, magia, amicizie, ed una cittá che offriva enormi piaceri, ci siamo stabiliti a Bridgeport, Connecticut, una cittá di cupo carettere industriale, in una societá totalmente slegata, senza capire ne parlare la lingua. Essendo l’unico figlio, mi sentii incredibilmente insicuro e solo. I miei capirono di aver fatto un grande sbaglio, ma sono rimasti qui, sperando... Da allora, Parma ha sempre rapresentato un conforto distante ma incredibilmente “mio”, con particolari sapori, visioni, odori, tessiture, e personaggi visti dagli occhi di bambino, quindi giá piu ingranditi e resi pieni di ingenuo sentimento.
Hai ereditato da qualcuno in famiglia la passione per l'arte? Ti è venuta in America o l'avevi già in Italia?
Essendo stato in negozio da mio nonno giornalmente (pieno di quadri, disegni, stampe, eccetera), ed avendo sempre sentito parlare d’arte, senza dimenticare che ho anche servito messa a San Giovanni, sotto la cupola del Correggio, questo insieme di cose mi ha spinto a disegnare e dipingere già da molto piccolo. Quando andai in America a tredici anni, avevo già copiato una cinquantina di quadri del Van Gogh, Monet, Chagal, Picasso, Balla, Rubens, Lautrec, Sironi, Morandi, Gauguin, ecc., da cartoline che mi regalavano i miei (e che ho ancora). Come unico bambino in casa, trascorrevo moltissimo tempo da solo, quindi riempiendolo di discipline artistiche. Appena a casa dai cinema, ad esempio, subito disegnavo battaglie, pirati, cavalli, o quello che mi era rimasto impresso del film, accompagnati da rumori e musica, i miei esclamando: “mo täz zò”.
Scuola d'arte a Yale, poi a Silvermine e poi a Brera: qual è stato il tuo maestro a cui sei rimasto più legato?
La scuola d’arte é cominciata con il Silvermine College of Art, una scuola sperimentale fondalmente basata su una disciplina del Bauhaus. Tre anni di pittura, disegno, scultura, storia dell’arte, filosofia d’estetica, calligrafia, stampa, colore, ceramica. Insegnanti fantastici. Il quarto anno lo feci a Milano, all’Accademia di Brera: scultura sotto Marini, e pittura con Pompeo Borra, studi con Minguzzi, Manzù, e Pomodoro. Studiai anche mosaico al Castello Sforzesco. Tornai negli Stati Uniti per entrare a Yale, dove, due anni dopo, mi laureai con un Master of Fine Arts., e dove insegnai l’anno seguente. No, durante tutto il periodo dei miei studi non ho avuto un maestro in particolare a cui sono rimasto legato. Sono stato influenzato, piuttosto, da varie discipline, concetti ed attitudini. Piú ne ho fatte, più ho imparato. Poi ho insegnato a Silvermine, alla University of Bridgeport, e nel ’71 ho organizzato una scuola d’arte a Lacoste, Provence. Ogni estate, in quel periodo, venivo a Parma a trovare parenti ed amici. In Italia mi dedicavo anche a una mia passione, il rally fuoristrada. Correvo con il il Safari Market di Milano. Ho gareggiato in Nord Africa, Asia (fino in India) e quasi in tutta l’Europa. Dal 1992 al 1999 sono stato poi direttore e insegnante in una scuola che organizzai a Santa Fe, New Mexico. Anche attualmente, durante le mie lezioni sulla storia dell’arte, parlo sempre del contributo parmigiano, da Antelami a Correggio, Parmigianino, ecc.., ed amo incoraggiare i miei studenti a fare una visita alla nostra cittá.
Nei tuoi quadri sei ispirato da immagini della sua infanzia, dell'architettura e dell'arte parmigiana. Per esempio in "Dinamica di un battesimo" rappresenti il Battistero. Lo dici ai tuoi collezionisti americani che nei tuoi quadri c'è Parma?
Visto che più di metà dei miei quadri sono ispirati da Parma, ovviamente spiego ai collezionisti l'origine delle mie creazioni, spiegando il fascino, la storia, le forme e i colori che sento nella mia anima. Sono talmente convincente nelle mie spiegazioni che ho spinto vari collezionisti ad andare a visitare Parma!
In quale località vivi, esattamente, nel Connecticut? I tuoi figli vivono con te e tua moglie?
Io vivo, dal 1976, in una chiesa di stile palladiano costruita nel 1852. L'edificio é stato diviso in due piani: a pianterreno c'è la nostra residenza (inclusa un'enorme collezione di arte Indo-Americana), mentre al secondo piano, terrazze comprese, c'è il nostro studio, dove tengo anche corsi di pittura. La localitá é mezza New York, mezza Connecticut. Il confine divide la proprietá proprio in mezzo.
Come hai conosciuto tua moglie?
Mia Moglie Elisabetta, anche lei pittrice, e con la quale sono sposato da 23 anni, era una delle mie allieve. È un’ottima pianista, e dipinge quadri meravigliosi. Anche lei ama Parma, incluso la cucina, ed anche lei é ispirata dalla sua atmosfera. Io ho due figli, nati dal mio primo matrimonio: Siena, 32 anni e Aramis, 29. Siena è una psicologa, lavora a Manhattan. È affezionatissima alle sue origini ed all’Italia in generale, dove ha studiato a Firenze, prima di ricevere il suo Master all'Hunter College di New York. Aramis, invece, è un favoloso mosaicista. Ha studiato a Ravenna, a Spilimbergo, la cosiddetta "città del mosaico" in provincia di Pordenone ed è vissuto per un po' di tempo a Parma, dove ha imparato il dialetto, che ama parlare.
Sei riuscito a trasmettere alla tua famiglia l'amore per Parma? 
Certamente. Ma lo sai che in casa mia si mangia alla parmigiana? Io amo cucinare e ho trasmesso la passione per i nostri piatti parmigiani anche ai miei amici amici americani, che sono innamorati della nostra cucina. Ora mangiano parmigiano perfino famiglie indiane che vivono nelle riserve del Nuovo Messico e dell'Arizona (Hopi e Zuni), alle quali ho regalato le macchinette per la sfoglia, insegnando ovviamente come si procede. Si sono innamorati a tal punto della cucina parmigiana che adesso la passione si sta diffondendo anche in altre riserve. Straordinario. Qui, a casa mia, preparo la pasta sfoglia ogni due settimane. La mangiamo con il ragù ai funghi porcini, ma faccio anche gli anolini, i tortelli d'erbetta e di zucca. Vuoi conoscere altre prelibatezze di casa nostra? Torta di mandorle, crostata con marmellata d’amarene, bollito misto, asparagi con burro e formaggio, arrosto di vitello, lo stracotto, la zuppa inglese. E in casa mia non mancano mai il prosciutto e il parmigiano stravecchio.
Non hai mai pensato di vivere gli ultimi anni della tua vita a Parma?
Tornare a vivere a Parma sarebbe veramente un sogno per noi. Purtroppo però è molto difficile da realizzare, considerati gli impegni che mia moglie ed io abbiamo qui. Comunque, ci torno ogni anno, a trovare amici come Roberto Tanzi, Antonio Maghenzani, i miei cugini Lello Bocchialini e Bruno Bocconi, e vari altri ragazzi che incontro ogni tanto, come Stefano Carmignani, Alberto Greci, e Gianfranco Ronchini.
Il mio sogno sarebbe di fare una mostra a Parma, alla galleria San Ludovico. Mi era giá stata offerta dal Comune, ma poi, misteriosamente, non ne ho più saputo nulla. Sarebbe interessante mostrare dozzine di grandi quadri sul tema di Parma, concepiti in America con la fantasia della memoria, e giá mostrati in varie gallerie negli Stati Uniti.
Chissà che un giorno...
Achille Mezzadri
(Foto, dall'alto (per gentile concessisone di Alexander Shundi) - CLICCARE PER INGRANDIRE- : 1) Alexander Shundi, in un natale, davanti a una distesa di tortelli d'erbetta e anolini; 2) "Sandrino" in una foto di classe, con i compagni e fratel Gustavo, alle elementari all'Istituto de la Salle: è il terzo da destra in seconda fila; 3) Con la moglie Elizabeth Seewald Hill nel piazzale dell'Abbazia di San Giovanni; 4) Un suo quadro dove è riprodotto il Battistero; 5) Altro dipinto, con l'Abbazia di San Giovanni; 6) I ricordi della sua infanzia: il terrazzo della sua casa in borgo Cairoli 13; 7) I suoi figli, Aramis e Siena; 8) Con la moglie Elizabeth e tra due suoi cari amici parmigiani, Roberto Tanzi, a sinistra e Vittorio Corbellini)