
Pochi giorni fa sono passato da via Bixio e mi ha colpito la vetrina di "Ararat", pizze e kebab, specialità turche. Ho scattato una fotografia. Una giovane signora, seduta su una panca, mi ha sorriso. Le piace il nostro negozio?", mi ha detto. "Tanti saluti". Quando ho scaricato la foto sul mio computer ho visto che, sulla vetrina, c'era un numero di telefono. Ho chiamato. Mi ha risposto Gulabi Iltiger, 30 anni, il titolare. "Chi era quella signora?", gli ho chiesto. "La mia socia, Tulay Sahin, oggi non c'è". "Siete turchi?". "Sì, veniamo da quel Paese. Io mi trovo molto bene qui". "Perché è venuto in Italia? In cerca di un lavoro? Per guadagnare di più?". "No, non per motivi economici. Io sono curdo della Turchia, là c'è la guerra. E' difficile vivere. In Italia sto molto bene. Prima sono stato a Roma, da alcuni anni sono a Parma. La città mi piace molto. Chissà, magari starò qui per sempre. E' difficile dirlo adesso, ma mi piacerebbe". "Nel vostro negozio, in pieno Oltretorrente, vengono soprattutto stranieri?". "No, no. Vengono anche molti italiani. E parmigiani, in particolare. Ci hanno accolto bene". "Voi fate pizze e kebab. I parmigiani vengono per le pizze?". " No, per il kebab. Ma anche per le nostre specialità turche, le melanzane ripiene, i peperoni ripieni, le zucchine ripiene. E le "foglie di uva", una specialità turca che facciamo solo noi". "Quindi i parmigiani le vogliono bene...". "Quelli che conosco io sì. E io sono fiero di stare qui. Voglio diventare un parmigiano al cento per cento. Mi piacerebbe, per esempio, imparare il dialetto. Lo so che il dialetto è importante in una città. Io per ora conosco soltanto tre, quattro parole, ma vorrei tanto impararlo bene. Quando, sulla "Gazzetta di Parma" c'è una poesia in dialetto, me la leggo tutta. Non ci capisco niente, per ora, è più difficile del cinese. Ma un giorno imparerò".
La storia di Gulabi, e della sua socia Tulay, la gentile signora della panca, dimostra che l'integrazione, con la dovuta pazienza, è possibile. Storie come questa, per il momento, sono gocce nell'oceano, ma un giorno, chissà...
E lo conferma anche la storia di Hortense Anuo Akoua, che ho letto una decina di giorni fa sulla "Gazzetta di Parma". Hortense, una bellissima giovane donna della Costa d'Avorio, è in Italia dal 1990 ed è proprietaria di uno storico negozio di generi alimentari (che è stato gestito per quarant'anni dai coniugi Fantuzzi) nel quartiere di San Leonardo. "I sapori parmigiani possono sposarsi alla perfezione con la mia cultura", ha detto Hortense alla giornalista che l'ha intervistata per la "Gazzetta. "Ho deciso di non preparare cibi africani perché mi sembra giusto vendere prodotti del Paese che mi ha ospitata". Da Hortense, sposata con N'Gliessan Kociassi e madre di due bambini, Christian e William, si trovano perfino i tortelli d'erbetta, gli anolini, le lasagne. E i salumi. Pensate: dall'ivoriana Hortense si possono trovare lo strolghino, la culaccia, il culatello di Zibello, il migliore crudo di Langhirano, il salame di Felino... "I miei clienti sono contenti", ha detto Hortense "e ne sono fiera. Ma ho fatto di tutto per meritarmi questa stima: prima di dedicarmi a questa attività ho frequentato un corso di sei mesi all'Ifoa, che mi ha dato la qualifica di addetta alla distribuzione alimentare". "E i suoi figli?" "I miei figli, Christian e William, frequentano la scuola Toscanini e stanno crescendo da parmigiani. Il dialetto? Certo, mi piace e vorrei poterlo parlare bene. Ma per adesso lo conosco... miga tant".(Foto, dall'alto, del negozio Ararat /by Pramzan45/ e di Hortense Anuo Akoua /By Gazzetta di Parma/)

























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