
Ieri l'altro ho ricordato Alberto Montacchini, il grande fotografo - attore di cui oggi ricorrre il 52° anniversario della scomparsa, con un articolo costruito su notizie e episodi raccolti un po' qui, un po' là. Oggi però voglio celebrare questo "monumento alla parmigianità", con l'aiuto di una persona che lo conosceva molto bene: suo figlio Gianluca, il terzogenito, che ha ereditato da lui la passione per la fotografia: ha proseguito la sua attività nello studio di via Farini e continua, come il padre, ad avere un rapporto di esclusiva con il Teatro Regio.
Quanti anni aveva quando suo padre scomparve?
Quattordici. Avevo appena finito le medie, alla Fra Salimbene. Mi misi subito a lavorare, per continuare l'attività nello studio di papà.
Quali sono i ricordi più belli che ha di lui?
Lo vedevo abbastanza poco, perché era sempre in giro con la compagnia teatrale. Ma quando era a casa era un papà molto attento. Gli piaceva molto interrogarmi, dopo che avevo studiato le lezioni. Soprattutto di storia e geografia: le date, le capitali...
Non lo seguiva mai in qualche trasferta?
Be', sì, quando era possibile sì. Si andava in corriera a Milano, a Bologna, a Brescia, a La Spezia, nelle città dove c'erano parmigiani, i cosiddetti strajé, che potevano comprendere e amare il teatro dialettale parmigiano. Allora non c'erano ancora le autostrade, erano viaggi lunghi, a volte sembravano interminabili.
E lei capiva tutte quelle commedie dialettali?
Sì. Anche adesso leggo e scrivo benissimo il dialetto pramzan. Eppure è molto difficile, con tutti quegli accenti, quegli apostrofi, quelle dieresi...
Chi gliel'ha insegnato?Mio padre. Me lo insegnava in maniera molto soft. Lui in casa, con i figli più grandi, i miei fratelli Giorgio, scomparso 10 anni fa e Laura, era severo, ma con me, che ero il più piccolo, era particolarmente paziente. Mi insegnava il dialetto perché voleva che a scuola potessi recitare le poesie di Renzo Pezzani. Me le faceva studiare a memoria e poi me le faceva anche mettere per iscritto, affinché imparassi anche a scrivere il dialetto, non soltanto a parlarlo. E' stato un ottimo maestro.
Suo padre sperava forse che anche lei sarebbe poi entrato come attore nella compagnia dialettale?
No, forse allora non lo pensava ancora. Andavo a scuola, ero ancora piccolo. Mia sorella invece recitò con lui. Aveva talento, era molto brava. E lui era molto fiero di averla in Compagnia. La truccava personalmente, le affidava un sacco di parti. Laura però lasciò le scene subito dopo la scomparsa di papà.
Suo padre era molto legato a Icilio Pelizza, Cilién, con il quale formò un binomio indissolubile. Quindi lei ha potuto conoscerlo...
Certamente. Era molto divertente. Mi faceva morir dal ridere quando lo vedevo salire sulla sedia, in casa nostra. Faceva tutta una serie di movimenti curiosi. Gli volevo bene.
Altri amici di papà che frequentavano la vostra casa?
Be', più d'uno. Io ricordo con particolare affetto Paride Lanfranchi, il papà di Bruno. Una volta con papà, da noi, improvvisò una scenetta che mi fece spanciar da ridere. Imitarono Stanlio e Ollio. Papà, che era abbastanza corpulento, era Ollio. E Lanfranchi, pur senza assomigliare a Stan laurel, faceva Stanlio. Indimenticabili. E' uno dei ricordi più divertenti della mia infanzia.
E i fratelli Giulio e Italo Clerici?
Con loro mio padre aveva più un rapporto di lavoro che di amicizia vera e propria. No, non frequentavano la nostra casa, per lo meno nel periodo che ricordo io.
Di cosa parlava papà in casa? Solo di fotografie e di teatro dialettale?Ma no... Come in tutte le famiglie, si facevano progetti... Per esempio, a metà degli anni Cinquanta, erano solo "i signori" a possedere un'automobile. E lui sognava di poterne acquistare una. Desiderava acquistare una Fiat Giardinetta, sa quelle con le portiere in legno... Purtroppo non fece in tempo a realizzare quel sogno... E poi voleva acquistare un apparecchio televisivo, anche quello ce l'avevano in pochi... Ma anche il frigorifero, che pure era ancora un "lusso". Allora un giorno papà disse a mia mamma: "Tutti e due non possiamo. Scegli: o la televisione o il frigorifero". Mia mamma Fanny optò per il frigorifero. E noi figli ce lo guardavamo per ore, come fosse un apparecchio televisivo...
Aveva altri sogni nel cassetto suo padre?
Sì, per essere al passo con i tempi, stava per aprire un negozio di dischi in via Cavour, proprio accanto al cinema Edison... Era stufo di far fotografie, voleva cambiare lavoro. Diceva in casa che voleva fare una cosa moderna. Ma un infarto se lo portò via, il 20 agosto del '56.
Che cosa cambiò nella vostra famiglia con la scomparsa di papà?
Molte cose. Per esempio lo studio fotografico che papà si era costruito all'interno del Teatro Regio fu smantellato. Però il sovrintendente Negri, almeno, ci lasciò l'esclusiva. Dovemmo rimboccarci le maniche. E io, come ho detto, abbandonai gli studi per dedicarmi alla fotografia. Non fu facile, all'inizio. Anche tirare a casa i soldi dei crediti fu un'impresa... Papà non aveva il senso degli affari. Segnava tutto su dei foglietti volanti, di fatture ce n'erano poche... Però ce l'abbiamo fatta.
E adesso?
Adesso resta questo bel ricordo di papà, la sua tenerezza con me, le sue lezioni di dialetto, l'eredità del suo lavoro, la mia passione per la lirica e per le Lancia, una moglie, Lorena Ricci, una figlia di vent'anni, che abbiamo chiamato Fanny come mia mamma, che era una donna bellissima.
Achille Mezzadri
(Nelle foto: ritratti di Alberto Montacchini gentilmente concessi /COPYRIGHT/ dai figli Gianluca e Laura Montacchini)

























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1 commenti:
Bravo Gianluca (ebravo Mezzadri): una bella intervista.
Tuo padre e la Fanny sono insieme nel chiostro Santa Teresa alla Villetta. Una bellissima coppia.
Oggi c'era un fiore fresco a ricordare che sono già 52 anni...
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