O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìrt al nì / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vris andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär. / Int’il gróndi cuànd a pióva / l’àcua t‘ f a la sérenäda / e in-t-il tòrri traforädi / dvénta muzica anca al vént. /O lezgnolén ch’a t’ gh’é la góla dòra / indo ät imparé a cantär csi bén? / Al to gorghègg da ‘dentor tutti al fóra / e il coppiètti alóra is fan l’océn. / J’ò imparé a stär su ‘na pianta / cla se spécia in-t-un laghètt / indo gh’é un izolètta / con di ciggn bianch e morètt. / Tutt il siri là sentiva / i béj cant ädla coräla / e ’l me cór picén al capiva / che csì sól a s’ pól cantär.


martedì 29 luglio 2008

EDITORIALINO: che cos'è la parmigianità


Non sono il primo a cimentarmi sul tema della parmigianità. Ma lo faccio perché lo sento mio, perché credo di poter dire qualcosa anch'io. Dunque, che cosa si intende, innanzitutto, per parmigianità? Lo chiedo a tutti gli intervistati di "Pramzanblog" e le risposte, in generale, sono queste: è la cordialità, è il senso dell'ironia, è la gioia conviviale, è la buona tavola, eccetera eccetera. Concordo. E aggiungo: è la fierezza delle proprie tradizioni, è il legame con il passato di capitale, è l'orgoglio delle proprie radici. Chi non ha capito bene i parmigiani sostiene che questa nostra "parmigianità" è in realtà una forma spinta di campanilismo, una accentuazione di provincialismo. Roba da provinciali, quindi di serie B, come i film spaghetti-western all'italiana degli anni Settanta. Contesto. E' da provinciali fare tesoro del proprio passato, e memorizzarlo, per gettarne i semi verso il futuro che ci attende? E' da provinciali ricordarsi in ogni momento e in ogni dove di Maria Luigia, di Toscanini, di Bodoni, della Tebaldi, di Verdi, dei Farnese, del Teatro Regio? E' forse da provinciali difendere con orgoglio i propri prodotti tipici, le fragranze irresistibili del culatello, i profumi armonici del lambrusco, la dolcezza del nostro prosciutto di Langhirano, l'esuberanza dell'inimitabile salame di Felino? E i tortelli d'erbetta, e gli anolini?
Campanilismo, quindi provincialismo, secondo me vuol dire non avere occhi per guardare fuori dai propri confini. Tutto quello che è dentro è "nostro", tutto quello che è fuori è "alieno". La vita scorre, lenta e noiosa, a difesa del "campanile". Parmigianità, invece, è l'affermazione di una realtà, di una verità ineluttabile: il passato di tre secoli di capitale, la fama mondiale del nostro Teatro Regio, le magie del Parmigianino, l'unicità del Teatro Farnese, le gioie antelamiche, gli splendori "parmigiani" del Correggio (presto riproposti in una mostra colossale), i borghi dell'Oltretorrente, sono "onorificenze" incancellabili. Chi non conosce, o non ama, i parmigiani, dice che ce la tiriamo con questa "parmigianità", che "rompiamo un po' i coglioni" con questa nostra fierezza delle tradizioni, con questo nostro citare a ogni piè sospinto la Tebaldi, Bergonzi, i nostri tortelli d'erbetta, la "Gazzetta di Parma" quotidiano più antico d'Italia, l'editore Antonio Battei, Attilio e Bernardo Bertolucci, Baldassarre Molossi, Alberto Bevilacqua, Luigi Malerba, Ildebrando Pizzetti, eccetera eccetera. Perché? Dovremmo vergognarcene? Dovremmo dimenticare i nostri campioni? Non vi siete mai domandati perché tanti "forestieri", dopo aver abitato per necessità di lavoro a Parma, poi si fermano? E mettono nuove radici qui? Quelli sono i "parmigiani di ritorno" e anche di quelli io mi vanto. Ne ho già intervistato uno, per "Pramzanblog", il giornalista e scrittore di successo Renzo Allegri, veronese. E' una prova, una delle tante, che ci si può innamorare e perdere la testa per questa città nobile e antica, che non dimentica e non può dimenticare i suoi tre secoli di piccola capitale, la sua predisposizione a primeggiare nei campi più svariati, dalla gastronomia alla moda, dalla musica al cinema, e via e via. No, non smetterò mai di "rompere i coglioni" con la mia solida, inguaribile, parmigianità.

Pramzan45

3 commenti:

Maganuco ha detto...

Amatissimo parmigiano in esilio. Il problema non è tanto nell'urbanistica che cambia ma nella qualità della gente che ormai affolla Parma. Lo dico a chi è in esilio perchè capisca che ormai non c'è più la qualità del parmigiano. Sono ormai o tutti musulmani con i loro ghigni poco rassicuranti o dell'est europeo, rasati tutti alla stessa maniera con donne piene di denti d'oro oppure negri ciondolanti ovuinque. Difficile proferire parola in dialetto con qualcuno; se azzardi di certo catturi il meridionale trapiantato (anche se il gusto nel vestire li rende difficilmente non identificabili). Che dire, ragazzo mio; qui si abbassa la testa e basta. Altro che Cinema Lux e Cinema VErdi. Buona serata.

ACHILLE MEZZADRI ha detto...

Gentile "maganuco", quello che lei scrive mi ferisce, ma sapevo già che i veri parmigiani, i veri milanesi, i veri torinesi, sono razze in via d'estinzione. Il problema secondo me non è tenere la testa bassa e basta. Bisogna tenere alta la bandiera della "parmigianità", tirando "dalla nostra" tutti i "parmigiani di ritorno" possibili. Credo che non ci siano solo musulmani con ghigni poco rassicuranti e negri ciondolanti. Mi scusi: perché li chiama negri?

Anonimo ha detto...

Caro Pramzan purtroppo la testa alta la teniamo con dignità ma la paura è tanta, che si abbia o meno voglia di ammetterlo. Uso il termine "negro" in quanto identifica chi appartiene alle diverse razze del ceppo negride, originarie del continente africano, caratterizzate da pelle scura, naso largo e schiacciato, capelli crespi, labbra pronunciate (il termine talvolta è avvertito o usato con valore spregiativo -non è il mio caso e spero di non averne dato sentore- e sostituito da nero). A presto.