
Non ricordo, francamente, quando è scomparso Pippo Campanini, ma il solo fatto che non ci sia più da anni mi crea un vuoto di "parmigianità". Perché Pippo, fidentino, nato nel 1907, incarnava perfettamente lo spirito pramzan. Suo nonno, Fernando, aveva scoperto le ossa del patrono di Fidenza, San Donnino; suo padre, Tito, era stato un pioniere della concimazione chimica delle campagne; lui era cresciuto a parmigiano, lambrusco, tortelli, Verdi e salumi. Trasudava parmigianità. E Ugo Gregoretti, arguto conoscitore del costume italiano, fu il primo a capirlo, al punto di "lanciarlo", nel 1966, con un'intervista nel suo programma "I.R.A.S.", trasmesso dalla Rai. Poi arrivò Bernardo Bertolucci e non si lasciò scappare per i suoi film quel personaggio meraviglioso che provava lo stesso gusto nel cantare una romanza verdiana o nel mangiare qualche fetta di salame di Felino ben stagionato. Lo volle nella Strategia del ragno. E poi in Novecento. E poi ancora in La luna. Ma Pippo non si "gasò". Era un attore nato e quindi per lui era "normale" trovarsi davanti a una macchina da presa. Si trovava a suo agio allo stesso modo in cui banchettava con uomini di cultura famosi: come Indro Montanelli, come il già citato Ugo Gregoretti, come il poeta Attilio Bertolucci (papà di Bernardo), come Mario Soldati. Mi piace ricordarlo con un articolo che io scrissi su di lui, alla Gazzetta di Parma, dopo il suo esordio cinematografico .

























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