O rondanén'na bjanca njgra e znéla / ch'a t'gir al mónd par costruìr al ni / par ti che téra éla la pu béla? / parchè la vriss andär a vèddor mi. / Mo l'è Pärma ch'l'è speciäla / pjén'na äd vióli profumädi / e l'è tanta muzicäla / da fär tutti un po' cantär...

mercoledì 18 giugno 2008

Le interviste di Pramzanblog: Renzo Allegri PARMA PORTO' MARIA CALLAS ALLA SCALA




Renzo Allegri è veronese. E' uno degli scrittori italiani (non romanzieri) di maggior successo, anche all'estero (soprattutto in Giappone). Vive da undici anni sulle colline di Salsomaggiore. "Sono meglio delle famose colline toscane", dice. Ama la lirica. Il suo libro più recente è Maria Callas lettere d'amore. Il penultimo: Toscanini dolce tiranno. Ma ha anche scritto libri di grande successo su Padre Pio, sulla vita di Giovanni Paolo II, su Fatima, su Rol... Instancabile. Penna fertilissima. Ebbene, Allegri si è integrato nella "parmigianità", assieme a tutta la sua bella famiglia, moglie, due figli, due cani (Wagner e Azucena) e dieci gatti (Kundry, Amneris, Meg, Quickly, Carmen, Micaela, Luca, Falstaff, Pellegrino e Vassili). E' nato con l'animo contadino, che gli è rimasto. Segue un bel podere, con vigneti che producono un ottimo vino. L'ho scelto per inaugurare la serie delle "Interviste di Pramzanblog".

Come mai hai scelto di vivere in provincia di Parma?
Non avrei mai immaginato di venire a vivere qui. Sono veronese, pensavo di trasferirmi lì, al massimo nel Bresciano. Invece un amico parmigiano mi ha indicato questo posto e me ne sono innamorato. Appena l'ho visto ho deciso, ho firmato il compromesso la notte stessa. Era l'una. Abito qui da undici anni.
Che cosa ti lega, dopo 11 anni, alla provincia di Parma, alla "parmigianità"?
Tante cose. L'aria stessa, di rilassatezza, la cordialità. E poi la lirica. Io amo molto la lirica, ho scritto libri sulla lirica. Sono andato anche al Teatro Regio più volte. Ora meno, perché Tv Parma segue in diretta la stagione e mi vedo le opere comodamente seduto a casa mia. Andare, in fondo, mi interessa meno, non amo molto la mondanità. Tv Parma dà un ottimo risalto alla lirica, fa anche trasmissioni che "preparano" a ogni opera. Ottime davvero.
Secondo te a Parma la passione per la lirica è rimasta immutata?
Tra i giovani direi di no. Ma non hanno nemmeno tutti i torti. C'è un disegno per distruggere questo grande patrimonio tutto italiano. Televisione, radio, giornali: il disinteresse è in aumento. E in questa situazione, perché i giovani dovrebbero andare contro corrente? Tra i meno giovani, invece, vedo che la passione è rimasta. A Parma ci sono ottimi intenditori.
Nei tuoi libri ti occupi spesso di lirica. L'ultimo è "Maria Callas, lettere d'amore", il penultimo è "Toscanini dolce tiranno"...
E' vero. Amo raccontare l'anima vera dell'opera lirica, fuggendo dai pettegolezzi. La Callas, per esempio, viene ormai ricordata soprattutto per il suo amore con Onassis. Pochi sanno che fu un parmigiano, il grande Arturo Toscanini, ad aprirle le porte della Scala. Alla fine degli anni Quaranta il sovrintendente Antonio Ghiringhelli non la voleva. Aveva già la Tebaldi e forse non voleva due galli in un pollaio. Fu proprio un parmigiano, un certo Stefanotti, a metterla in contatto con Toscanini. Lei andò con il marito Giambattista Meneghini nella casa del Maestro a Milano, in via Durini. Cantò delle arie del Macbeth. Il maestro disse: "Non ho mai diretto il Macbeth perché non ho mai trovato il soprano giusto. Eccolo qui". Con Ghiringhelli ci parlo io. E così la Callas finalmente esordì alla Scala.
Vai spesso a Parma?
Non spessissimo. Ma ci vado. Mi piace andare nel centro storico e nell'Oltretorrente, dove c'è la casa natale di Toscanini. Amo Piazzale della Pace, con quel grande prato verde dove la gente prende il sole serena.
Che cosa ti piace dei parmigiani?
La rilassatezza, la simpatia, la disponibilità. Sono aperti, schietti. Qui non c'è tutta quella nevrosi che ho conosciuto a Milano, a Roma... E l'ironia... I parmigiani hanno il gusto dell'ironia. Sono ironici, senza però mai essere irrispettosi. E poi amano stare a tavola, non perché sono crapuloni, ma per il puro piacere di stare insieme davanti a un buon piatto di tortelli e a un bicchiere di lambrusco.
(pramzan45)
Sotto: Maria Callas canta "Casta Diva", dalla "Norma" di Vincenzo Bellini (da YouTube / Zurrius)

1 commenti:

Carletto Nesti ha detto...

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ARTURO TOSCANINI: 52 ANNI FA MORIVA UN INNOVATORE

La mattina del 16 gennaio 1957 una notizia svegliò New York: “Arturo Toscanini, uno degli immortali della nostra epoca, non e' piu”. Il grande direttore d'orchestra aveva novanta anni e viveva a Riverdale, poco fuori dalla metropoli americana.

Ancora oggi - 52 anni dopo la sua morte - è difficile pensare come un uomo in una sola vita sia riuscito a realizzare tanto, diventando esempio di statura morale, di gusto artistico e di intransigenza culturale. Quando ebbe la responsabilità della Scala, operò una vera rivoluzione del gusto teatrale e musicale: pretese le luci spente in sala durante lo spettacolo; impose il sipario che si chiude al centro, al posto di quello antico che cala dall'alto; vietò vietò i bis, i capelli in testa in platea e l'ingresso ai ritardatari. Giunse persino a vietare l'accesso al palcoscenico ai grandi finanziatori del teatro, come il duca Uberto Visconti di Modrone (il padre del futuro regista Luchino). E questo sarebbe nulla, se non fosse accompagnato da una continua ricerca della perfezione delle esecuzioni musicali. Nato a Parma, il 25 marzo 1867, Toscanini è figlio di un sarto e corista, acceso garibaldino; il piccolo trascorre così buona parte dell'infanzia con i nonni materni.

A 11 anni ama già la musica e ottiene un posto gratuito al Conservatorio di Parma, dove si diploma in violoncello. A 18 anni è a S.Paolo del Brasile e a Rio, dove gli orchestrali contestano il direttore Miguez. Toscanini sale sul podio per la prima volta ed é un trionfo con Aida, Rigoletto, Trovatore e Faust. Tornato in Italia nel 1887, suona il violoncello alla prima di Otello alla Scala, ma torna sul podio nel 1892. Passa alla Scala quale direttore di concerti e nel 1896 è a Torino con Boheme e al Metropolitan di New York con Fanciulla del West (interpretata da Caruso).

Nel 1898 diventa direttore artistico e maestro principale alla Scala, mentre Torino gli affida i 43 concerti dell'Esposizione internazionale. Il 26 febbraio 1902, per la traslazione delle salme di Verdi e della Strepponi, dirige 900 voci nel coro del Và pensiero, che non compariva alla Scala da vent'anni. L'anno dopo è a Buenos Aires, poi di nuovo a Torino, quindi al Metropolitan. Scoppia la guerra e Toscanini è interventista: si spinge con una banda militare quasi in prima linea. Nel 1920 dirige un'orchestra italiana negli Usa. Al suo ritorno, nasce l'Ente autonomo Teatro alla Scala di Milano. Dopo un anno di lavoro organizzativo, presenta 'Falstaff', 'Boris Gudinov', 'Mefistofele' con Pertile, 'Debora e Jaele' di Pizzetti, 'Belfagor' di Respighi, Il Nerone di Boito.

Con la Scala va Vienna e a Berlino, quindi torna negli Stati Uniti, a capo della Filarmonica di Nuova York, con la quale viene in Europa nel maggio 1930. Il suo rifiuto di eseguire 'Giovinezza' lo rende sgradito ai fascisti, mentre l'università di Georgetown gli conferisce la Laurea honoris causa. Finita la guerra, la Scala lo richiama, dopo la ricostruzione del teatro: dirige il terzo atto della 'Manon' e il prologo del 'Mefistofele', il coro del Nabucco e il 'Te deum'.

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